Autoritratto con mele

Il blog di Riccardo Mori

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Magic Mouse: sparate a vista

con 8 commenti

Da quando è stato annunciato il Magic Mouse sono stato estremamente attratto e interessato. Provengo, come molti, da un’esperienza non del tutto soddisfacente con il Mighty Mouse (principalmente a causa della maledetta pallina di scorrimento) e ho davvero voglia di passare a qualcos’altro. Come già commentavo all’uscita delle novità Apple una settimana fa, ritengo che l’eliminazione della pallina (e di qualsiasi parte in movimento) già di per sé è un tremendo passo avanti rispetto al Mighty Mouse. Non voglio però acquistare a scatola chiusa e sto aspettando di poter provare il Magic Mouse dal vivo prima di esprimere giudizi definitivi e soprattutto prima di fare acquisti impulsivi. Diciamo che il dettaglio che più mi rende guardingo non è tanto l’implementazione del multi-touch, quanto la forma più abbassata e schiacciata del mouse, e non vorrei che il Magic Mouse finisca con l’essere inadatto alla mia mano o al modo in cui afferro un mouse. Nel frattempo leggo con interesse le impressioni e le recensioni di chi lo ha già provato.

Ed è appunto interessante la recensione di Macworld.com pubblicata ieri. Ancor più interessante della recensione sono i commenti, ed è questo che mi ha spinto a scrivere il pezzo che state leggendo.

La fauna dei commentatori è un affascinante campione statistico: un sacco di gente apparentemente boccia il Magic Mouse sulla carta, ancor prima di averlo provato. Le motivazioni? C’è chi dice che l’aspetto è troppo stiloso e che Apple ancora una volta è tutta estetica e zero utilità. Che il Magic Mouse è tutto fuorché ergonomico (ribadisco: giudizio dato senza nemmeno toccare l’oggetto). Che è un passo indietro rispetto al Mighty Mouse perché ha meno pulsanti programmabili e meno funzioni. Che quelle gestualità su un mouse sono una sciocchezza. Ma poi il raggio si estende: secondo alcuni il Magic Mouse è l’ennesimo fallimento di Apple in quest’ambito, dopo il Mighty Mouse, il mouse rotondo, e per il fatto di aver insistito per troppo tempo con mouse a un solo tasto. Ironico per un’azienda che ha rivoluzionato l’interfaccia utente proprio diffondendo l’idea del mouse come dispositivo di input per eccellenza; tanto che i primi Macintosh non avevano nemmeno i tasti cursore, in modo da spingere l’utente a puntare e fare clic usando il mouse.

Quanto un mouse sia utile ed efficiente è difficile da misurare in maniera oggettiva. Ogni utente ha le sue abitudini e ha alle spalle una storia differente di utilizzo del mouse. Dalle mie osservazioni e dalla mia esperienza posso dire che in genere gli utenti più insoddisfatti e critici nei confronti dei mouse Apple sono quelli che si sono formati con i PC Windows. Nel mondo PC i mouse a due pulsanti sono comparsi molto prima, così come i mouse multi-pulsante e con la rotellina di scorrimento. Nel mondo Mac si è dovuto attendere fino al Mighty Mouse (agosto 2005) per avere un mouse ‘evoluto’. Altri utenti che trovano i mouse Apple insufficienti ai loro bisogni sono coloro che utilizzano per lavoro applicazioni professionali di gestione audio/video, le quali abbondano di comandi raffinati e complessi e di conseguenza necessitano di una serie sterminata di scorciatoie da tastiera e di comandi che è decisamente più comodo avere sul mouse, pertanto è preferibile utilizzare un mouse multi-pulsante.

La mia provenienza è diametralmente opposta. L’ultimo PC Windows che ho usato con frequenza aveva un mouse Compaq a due pulsanti e nulla più. Per il resto sono cresciuto con i mouse Apple a un solo tasto e, pur trovandone alcuni più comodi di altri (il mouse ADB a goccia sopra tutti), non ho mai avuto problemi. La mia mano e le mie abitudini si sono via via adattate alle nuove forme dei modelli successivi, e sono stato forse l’unico, a suo tempo, a gradire il famigerato mouse rotondo che debuttò con gli iMac G3 una decina d’anni fa. (Questo dimostra come sia soggettiva la relazione con i mouse e come dipenda anche da fattori fisici, ossia dalla forma delle mani: io ho il palmo piccolo e le dita lunghe e affusolate, pertanto non ho mai appoggiato completamente il palmo sul dorso del mouse. Se lo facessi, costringerei le dita a movimenti più faticosi e forzati. Per questo non ho mai avuto problemi con il mouse rotondo, visto che lo afferravo ‘a tenaglia’ fra pollice e anulare+mignolo della mano, e premevo il pulsante con indice+medio, il tutto tenendo il polso sollevato dal tavolo. Questa postura, che forse a molti sembrerà scomoda, in realtà non ha mai caricato l’articolazione del polso e non ho mai sofferto di problemi derivati da stress in quella zona).

Viste le mie abitudini con i mouse Apple, non stupirà il fatto che io non abbia per nulla bisogno di un mouse multi-pulsante. Quando comprai il Mighty Mouse tre anni fa, una delle prime cose che feci fu disabilitare i pulsanti laterali perché si trovavano esattamente nel punto in cui afferro il mouse, e quindi continuavo ad attivare Exposé involontariamente. Stesso dicasi per il pulsante centrale (ossia quello ottenuto dalla pressione della pallina di scorrimento). A tutt’oggi utilizzo il Mighty Mouse semplicemente a due pulsanti, e grazie al pessimo design della pallina, sono tornato a scorrere facendo clic sulle barre di scorrimento (oppure facendo passare due dita sul trackpad, un gesto davvero comodo). Tornando al Magic Mouse, non è peregrino ritenere che le funzioni e le gestualità di cui è dotato soddisfino la maggior parte degli utenti comuni — quelli, per intenderci, che non usano applicazioni che necessitano di gestualità esoteriche da compiere con il mouse. Insomma, è un mouse: clic sinistro, clic destro, scorrimento, sfogliare pagine usando due dita. Sono gestualità basilari con le quali l’utente medio può svolgere la maggior parte delle interazioni con l’interfaccia del Mac senza problemi.

Molti però criticano il Magic Mouse e lo vedono come un passo indietro perché supporta meno funzionalità del Mighty Mouse stesso, ed è dotato di un numero minore di pulsanti o aree programmabili e personalizzabili dall’utente. Questo è vero, ma ho una mia teoria a riguardo.

Il Magic Mouse è unico nel suo genere, è il primo mouse ad avere quasi l’intero dorso sensibile al tocco. Un aspetto comune a tutte le recensioni o impressioni che ho letto o sentito è che il clic sinistro o destro erano molto naturali, con un ottimo feedback del mouse e un bel clic meccanico, con una corsa minore rispetto al Mighty Mouse, quindi con maggiore reattività. Con le gestualità il discorso cambiava: se molti trovano abbastanza intuitivo scorrere col dito al centro del mouse per simulare la presenza di una rotellina, tutti hanno dovuto abituarsi un po’ prima di riuscire nella gestualità più complessa di sfogliare spostando due dita verso sinistra o verso destra. Quel che ho dedotto da questa osservazione è che è del tutto probabile che Apple introduca nuove gestualità in maniera graduale. Non c’è niente di più programmabile di un’area uniformemente sensibile al tocco che non ha punti predefiniti (pensiamo al trackpad). Pensiamoci: come sarebbe stata l’accoglienza del Magic Mouse se Apple lo avesse caricato di gesti complessi? Fai questo per ruotare l’immagine, fai quest’altro per lo zoom sul dettaglio, poi doppio tap al centro del mouse per rimpicciolire (o metteteci la funzione che volete), scorrendo con tre dita verso il basso si ottiene Exposé, eccetera. Il Magic Mouse avrebbe dato l’impressione (specie agli utenti normali) di essere un mouse troppo difficile da usare, con tutti quei gesti da fare e da ricordare. Avrebbe forse intimidito gli utenti. Credo che Apple voglia innanzi tutto che la gente familiarizzi con il Magic Mouse. Poi, quando ne avrà venduti a sufficienza, basteranno gli aggiornamenti software per aggiungere nuove funzioni e gestualità. Il tutto sarà più graduale e l’utente avrà l’impressione di aver acquistato un oggetto che si rende ancor più utile col passare del tempo.

Written by Riccardo Mori

27 Ottobre 2009 alle 12:26 pm

Pre-visioni – addendum

nessun commento

Vale la pena aggiungere un paio di considerazioni al mio articolo di ieri, dato che nel frattempo anche John Gruber ha scritto un intervento sul Palm Pre.

Anche Gruber è d’accordo sul fatto che comunque Apple si trova in una posizione di netto vantaggio sul mercato di questo genere di smartphone. Le sue osservazioni sono ancora più specifiche e puntuali:

Anche se concediamo, per amor di discussione, che Palm sia riuscita a colmare il divario con iPhone da un punto di vista tecnico, Apple ha comunque due anni di vantaggio sul piano del marketing. Lo iPhone si è già unito all’iPod non soltanto come hit di successo nella cultura tecnologica, ma anche come hit nella cultura pop. iPhone è già un’icona, tutti sanno che cos’è. Inoltre viene distribuito a livello mondiale; il Pre sta esattamente dove si trovava iPhone due anni fa: con un solo provider di telefonia mobile e solo negli Stati Uniti. La diffusione e popolarità di iPhone hanno portato a un vasto supporto di sviluppatori di terze parti, e il supporto degli sviluppatori ha a sua volta reso iPhone ancora più popolare e diffuso. È un circolo virtuoso.

Il secondo appunto di Gruber degno di nota riguarda il gioco di forze concorrenziali. Un particolare a cui avevo pensato ma che mi ero dimenticato di elaborare:

[...] Mentre i confronti fra Pre e iPhone sono ovvi e inevitabili, ritengo che sia molto più probabile che il Pre finisca col rubare clienti a RIM più che ad Apple. Per bello e ben fatto (e sono convinto che sia eccellente), il Pre non ha molto da offrire per far cambiare idea a chi sta già considerando l’acquisto di un iPhone. Ma per chi sta considerando di comprarsi un BlackBerry, il Pre può essere una bellissima alternativa: uno schermo grande e brillante, un design di interfaccia utente moderno e accattivante, un browser Web fantastico e, perché no?, una tastiera hardware. Il Pre è il BlackBerry Bold fatto come si deve.

Terza e ultima considerazione di Gruber da tener presente: il rovescio della medaglia del multitasking del Pre:

Un altro aspetto in cui il Pre si differenzia da iPhone è il fattore di attrattiva nerd. Ecco un passaggio della recensione di Jason Chen per Gizmodo:

Aprire molte applicazioni insieme rallenta il telefono in maniera sufficiente da notarsi. Infatti, se si stanno eseguendo compiti particolarmente intensivi, si noterà perfino la musica procedere a scatti, cosa che non abbiamo mai visto succedere con iPhone. Mai, neanche una volta. Il problema nel dare all’utente la possibilità di aprire molti programmi insieme significa che dovremo controllarci e chiudere quelli che non stiamo utilizzando. Però [il multitasking] vale davvero la pena. Poter esaminare un PDF, per poi passare a scrivere un SMS, e poi all’applicazione Music per cambiare brano, e poi al programma di posta per inviare una breve email, beh, questo è lavorare con un computer.

La cosa affascinante di questo passaggio è che Chen, chiaramente, vuole che sia inteso come un complimento, come una nota positiva — sta tessendo le lodi dell’interfaccia e del supporto per il multitasking. Ma proprio queste parole riassumono egregiamente il motivo per cui Apple ha impedito il multitasking alle applicazioni di terze parti. Il Pre consente di lanciare un numero persino eccessivo di applicazioni alla volta, con tutte le conseguenze del caso. L’iPhone no.

Palm ha scelto un compromesso differente da Apple sotto questo aspetto, e potrebbe servire a ritagliarsi un segmento di mercato a cui iPhone non si rivolge, e a cui probabilmente non si rivolgerà mai: quegli utenti che ‘non voglio essere trattato come un bambino, lasciate che mi faccia del male se voglio, detesto ogni costrizione artificiale che mi venga imposta’. Alcuni utenti esperti vedranno la scelta del Pre [di offrire il multitasking] come una caratteristica del tutto vincente.

Amen.

Written by Riccardo Mori

6 Giugno 2009 alle 2:54 pm

Pubblicato in Link, Si parla di..., iPhone

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Pre-visioni

con 2 commenti

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Immagine © Gizmodo e tratta dalla recensione di Jason Chen

Domani è la data del rilascio ufficiale del Palm Pre negli USA. Propongo cinque riassunti delle recensioni più significative finora apparse sul Web, e aggiungo una considerazione personale a fine articolo.

La recensione di David Pogue

Secondo Pogue, i punti forti del Pre (era troppo un bisticcio scrivere “i pro del Pre”) sono: aspetto e interfaccia eleganti, maneggevolezza (è leggermente più contenuto di iPhone), piano tarffario di Sprint più conveniente dell’offerta di AT&T (ovviamente stiamo parlando del panorama statunitense); il sistema operativo Web OS è ben fatto, l’interfaccia multi-touch supporta molte gestualità simili a quelle di iPhone, in più il Pre è capace di un multitasking vero e proprio. I programmi incorporati sono di buona qualità. Inoltre il Pre, almeno per ora, si interfaccia perfettamente con iTunes in quanto viene riconosciuto come un iPod. In sostanza, sostiene Pogue, il Pre è al momento l’unico dispositivo in grado di competere davvero con iPhone e per essere una prima versione parte decisamente bene (“da zero a 60 nel giro di una versione”).

Gli aspetti negativi: il Pre possiede una tastiera reale, che appare facendo scorrere lo schermo verso l’alto, ma i tasti sono piccoli — più di quelli di un BlackBerry — e piuttosto scomodi da usare. La batteria è sostituibile dall’utente con facilità (lato positivo), ma dura poco, arrivando a poco più di mezza giornata, meno di iPhone (lato negativo), anche se Pogue imputa questo fatto alla scarsa copertura di Sprint nella sua zona, e la continua ricerca del segnale fa in modo che la batteria si consumi più velocemente. Anche Palm, però, sostiene che nel migliore dei casi si arriva a un giorno di durata media. Altro aspetto per ora negativo è la scarsa offerta di applicazioni di terze parti nell’App Store di Palm (che se non erro si chiama App Catalog). Il lancio di alcune applicazioni, poi, è piuttosto lento (8-9 secondi nell’esperienza di Pogue). Infine il target di utenza è (almeno a questo punto) limitato essenzialmente agli Stati Uniti, dato che il Pre richiede una rete CDMA. [Immagino però che, se il Pre avrà successo, Palm ne realizzerà anche una versione compatibile con il mercato europeo].

La recensione di Walt Mossberg

Punti forti: anche per Mossberg il Palm Pre è attualmente l’unico smartphone in grado di competere realisticamente con iPhone; interfaccia ed esperienza d’uso sono molto superiori al G1 di T-Mobile (Android) e al BlackBerry Storm. Altro punto a favore del Pre è la presenza di una tastiera fisica e non virtuale, un dettaglio che secondo Mossberg può attirare quegli utenti interessati ad avere una buona interfaccia multi-touch ma non una tastiera virtuale come su iPhone, e anche Mossberg concorda sulla maneggevolezza e comodità offerte dalla forma (a saponetta, oso dire) e dalle dimensioni del Pre, più contenute di quelle di iPhone (la risoluzione dello schermo del Pre è identica a iPhone, 320×480, quindi i pixel sono più compatti e questo offre di conseguenza una nitidezza leggermente superiore a iPhone). Altra novità e buona idea del Pre è Synergy, un sistema che può riunire tutti i contatti provenienti dalle fonti più diverse (Google, Facebook, ecc.) e può visualizzare analogamente i calendari di varie fonti. Fra le possibilità wireless: sincronizzazione over the air di contatti e calendari Google e sincronizzazione con Microsoft Exchange; può connettersi con svariati servizi email ed effettua il push dell’email in stile BlackBerry.

Aspetti negativi: per Mossberg il problema attuale del Pre è la quasi totale assenza di software di terze parti, a suo avviso essenziale per il successo del dispositivo. Ancora peggio, scrive Mossberg, l’App Catalog del Pre non è rifinito. È acerbo, porta l’etichetta ‘beta’, e Palm non ha ancora rilasciato gli strumenti per mettere a disposizione le applicazioni Pre a un pubblico più vasto di un gruppo ristretto di sviluppatori.

Mossberg fa notare che:

Durante le mie prove, il download di un’applicazione dall’App Catalog ha provocato un crash colossale del mio Pre: tutta la mia posta, i contatti e altre informazioni sono state cancellate irreparabilmente, e il telefono non era più in grado di collegarsi alla rete Sprint o via Wi-Fi. Secondo Palm, la catastrofe è dovuta a conflitti, ancora non risolti, fra l’App Catalog e la memoria interna del Pre, e ha spiegato che questa è una delle ragioni per cui gli strumenti per gli sviluppatori non sono stati ancora distribuiti su vasta scala.

La recensione di Joshua Topolsky (Engadget)

[Questa recensione è ricca di ottime immagini dell'hardware e del software del Pre, che danno un'idea alquanto precisa dell'esperienza utente. Vi sono anche interessanti confronti con le dimensioni e gli ingombri di altri smartphone].

Punti forti: Anche secondo Topolsky il Pre presenta un design notevole e ben realizzato, che rende il dispositivo estremamente piacevole al tatto e comodo da tenere in mano (le plastiche lucide, tuttavia, rendono il Pre estremamente soggetto a ineleganti ditate). La tastiera è di buona fattura: non certo come quella del Bold o del Treo 650, ma sufficientemente usabile malgrado la ridotta spaziatura fra i tasti. La fotocamera è buona: 3,2 megapixel e ha persino un piccolo flash. Una piacevole novità riguardo alla fotocamera è che in Web OS l’elaborazione dell’immagine è differita: ciò significa che è possibile scattare foto a volontà senza il classico ritardo dell’otturatore fra una foto e l’altra.

Per quanto riguarda il sistema operativo e l’interfaccia, anche per Topolsky il multitasking è degno di nota e realmente funzionante, e la metafora delle schede è intuitiva, elegante, semplice e utile. Il sistema delle notifiche a video è particolarmente ben fatto, non è invadente eppure è efficace. Il browser è ottimo: basato su WebKit, è veloce (leggermente più veloce di MobileSafari) e con una gestione della cache che appare migliore di quella di iPhone (almeno nella versione attuale del firmware di iPhone — vedremo con iPhone 3.0). Inoltre, dato che molti elementi dell’interfaccia di Web OS sono a scomparsa, si ha l’impressione di vedere più contenuti di una pagina Web rispetto a iPhone.

Aspetti negativi: Il Pre è elegante, ma i materiali utilizzati sono perfettibili: il feel è plasticoso e ‘a buon mercato’ e durante il test di Engadget un frammento di plastica si è staccato mentre si cercava di aprire la porta micro-USB. La sensibilità dell’interfaccia multi-touch è buona (migliore della concorrenza, ma ancora inferiore a quella di iPhone), ma a volte problematica nel tracciamento e nella precisione, specialmente nelle aree marginali dello schermo. Questo però potrebbe essere un problema risolvibile con un aggiornamento del software. Malgrado il Pre abbia una buona gestione di molteplici applicazioni aperte, l’interfaccia tende a rallentarsi e a essere meno scattante quando si aprono più programmi, anche se rimane usabile (nei test il Pre ha resistito con 12 applicazioni aperte). Vi sono stati congelamenti e crash, ma solo quando si è spinto il Pre al limite delle sue capacità. La ‘ricerca universale’ (Universal Search), che dovrebbe permettere una ricerca globale nel dispositivo, in realtà è limitata a contatti, applicazioni e al Web (Google, Google Maps, Wikipedia, Twitter Search), e non è possibile cercare fra email, SMS, e documenti presenti nel dispositivo. La gestione della memoria è uno dei punti più deboli, al momento. Si sono viste molte anomalie nell’interfaccia grafica (messaggi che non apparivano o che non scomparivano, effetti di transizione che si fermavano o procedevano a scatti), un paio di crash, e un generale rallentamento del dispositivo dopo una giornata di uso intenso. Synergy, inoltre, è un’idea potenzialmente buona, ma nella furia di importare tutti i nostri contatti non permette di raffinare e filtrare quali integrare nel telefono e quali no. Qualsiasi contatto di Facebook, per esempio, entrerà a far parte della nostra rubrica sul Pre indiscriminatamente.

L’applicazione Mail ha una grossa limitazione: nessuna gestione multipla dei messaggi, ovvero è necessario cancellare o archiviare i messaggi uno alla volta. Topolsky scrive: questo poteva essere accettabile in iPhone OS 1.0, ma qui e ora appare anacronistico. [...] Per un dispositivo che dovrebbe incentrarsi sulla praticità e sulla filosofia del ‘getting things done’, si tratta di una svista considerevole.

Lo App Catalog sembra non supportare i download in background all’interno dell’applicazione stessa. Mentre è possibile utilizzare altre applicazioni durante un download, se si inizia uno scaricamento e si vuole tornare alla pagina precendente dell’App Catalog e rivedere l’elenco, il trasferimento viene interrotto. Piuttosto ironico per un dispositivo che vanta il multitasking come una delle funzioni maggiormente di rilievo. Anche Topolsky inoltre nota la scarsità di applicazioni disponibili.

La batteria ha un’autonomia sufficiente ma non eccezionale. Con un uso intensivo è necessario collegare il Pre alla corrente all’ora di cena, per dire, quindi non arriva a durare un giorno pieno.

La recensione di Jason Chen (Gizmodo)

Sui punti forti, Chen concorda con quanto già detto nelle recensioni precedentemente viste, sottolineando la reattività del multi-touch: Non saprei dire se sia dovuto a una CPU migliore, a un migliore digitalizzatore, o se merito del software, ma il tocco è più preciso, più reattivo e in generale migliore di quello di iPhone. Ottimo lo schermo e ben contrastato. Web OS promosso: elegante e curato nei dettagli. Gli aspetti negativi: qualità di costruzione migliorabile, l’impressione al tatto è di avere in mano qualcosa di fragile e plasticoso. La parte inferiore del dispositivo, quando è aperto, è troppo affilata e pericolosa per la mano (in un breve video, Chen dimostra che il Pre è capacissimo di tagliare un pezzo di formaggio). I tasti sono troppo piccoli, plasticosi e con un feedback mediocre. La batteria dura abbastanza ma si arriva a un’autonomia di circa una giornata nel migliore dei casi. Scarsa offerta di applicazioni nell’App Catalog.

La recensione di Dieter Bohn (Pre|Central)

Recensione molto lunga e accurata. Da vedere il video dimostrativo di quasi 10 minuti. Anche Bohn concorda con gli altri recensori sui punti forti del Pre, ponendo l’accento sull’impresa di Palm in generale: Il Palm Pre è un prodotto eccezionale per essere una versione 1.0. Considerando la storia di Palm, tormentata e con molti alti e bassi, il fatto che l’azienda sia riuscita a creare dal nulla questo prodotto è assolutamente impressionante. Altri punti forti: navigazione Web veloce e fluida; ottimo hardware; il sistema Synergy, l’area delle notifiche, la vista come schede (Card View) e le gestualità sono tutti elementi innovativi nel design del software per smartphone.

Aspetti negativi comprendono l’autonomia della batteria e la velocità (alcuni compiti — specie nell’applicazione di posta — prevedono tempi di attesa troppo lunghi).

Breve riflessione Pre-liminare

Pur non avendo mai posseduto un prodotto Palm, ho sempre avuto un certo apprezzamento per questa azienda. Il Palm OS, specie sui primi dispositivi, era forse il miglior sistema operativo per palmari dopo il Newton OS. Sono contento che Palm sia riuscita a creare uno smartphone elegante e innovativo come il Pre, che certamente mi ha impressionato molto più di Android per esempio. I difetti che bene o male hanno estrapolato i cinque recensori mi sembrano tutto sommato accettabili e perdonabili considerando il fatto che ci troviamo di fronte a una versione 1.0 e considerando che in generale l’ago della bilancia è in netto favore dei pregi.

Vorrei tuttavia far notare un dettaglio: tutti i recensori concordano nell’affermare che il Pre è al momento l’unico potenziale concorrente di iPhone. Per forza: è lo smartphone che lo imita meglio di tutti gli altri. Non voglio dimostrarmi un fan sfegatato di iPhone, cieco a ogni altra possibile alternativa. Anzi, dirò che — se si potesse acquistarlo in Europa — sarebbe l’unico dispositivo che adesso considererei se non avessi un iPhone, o comunque come secondo telefono. Il Pre mi piace e, da quel che ho visto e letto, concordo in pieno sui suoi punti forti e sulle sue potenzialità. Ma la lezione di Apple rimane. E tutti questi dispositivi, il BlackBerry Storm, la piattaforma Android, i cellulari con touch-screen di altre marche, e adesso il Palm Pre, si basano essenzialmente sull’imitazione. Certo, ci sono elementi di innovazione in Android e nel Pre (più convincenti quelli del Pre), ma ho l’impressione di assistere allo stesso fenomeno accaduto dopo lo strepitoso successo di iPod o dell’iTunes Store: tutti cercano di produrre il dispositivo o servizio ‘killer’ che dovrebbe superare quello di Apple, ma in realtà il risultato è una copia più o meno brutta. Il Pre è la migliore di queste copie, ma sarebbe bello vedere un prodotto che sia migliore in partenza perché contenente intuizioni e approcci completamente ignorati da Apple. Insomma, una alternativa per ricerca e soluzioni proposte, non un’alternativa per imitazione, per così dire.

Apple, piaccia o no, è ancora almeno un passo avanti ed è spinta da una forza importante: farsi concorrenza da sola, ovvero migliorarsi in continuazione. Fra pochi giorni alla WWDC 2009 sarà presentata la versione definitiva di iPhone OS 3.0 unitamente alla nuova versione di iPhone 3G. E secondo me il divario si allargherà ancora. Auguro comunque ogni bene a Palm che, ripeto, ha fatto veramente un ottimo lavoro, che personalmente preferisco di gran lunga ad Android.

Written by Riccardo Mori

5 Giugno 2009 alle 3:58 pm

Pubblicato in Link, Si parla di..., iPhone

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Letture rinfrescanti

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Sto parlando di un’applicazione per iPhone e iPod touch veramente ben fatta: Eucalyptus. Si tratta di un programma per leggere libri in formato elettronico. Prima di alzare gli occhi al cielo e rispondere “Un altro?”, vi prego di osservare il video illustrativo nel sito dello sviluppatore, che si trova seguendo il link che ho fornito (non è il link diretto all’iTunes Store — odio quei link che fanno aprire altre applicazioni al di fuori del browser).

Eucalyptus attinge al database del Progetto Gutenberg, più specificamente ai libri in lingua inglese, non protetti da copyright, e formattati in testo puro presenti nella collezione del Progetto Gutenberg. (Quindi non all’intero database, ma sicuramente a una bella porzione di esso). La breve pagina delle FAQ spiega inoltre altre particolarità dell’applicazione che alcuni potrebbero considerare seri limiti, per cui li elenco immediatamente qui di seguito, così ci togliamo il pensiero:

  • Eucalyptus permette, come già accennato, di scaricare libri solo in lingua inglese. Gli algoritmi di analisi della struttura del testo (divisione in capitoli, intestazioni, divisione sillabica) presuppongono testi inglesi. Libri in altre lingue risulterebbero mal formattati.
  • Non è possibile importare i propri file librari in Eucalyptus.
  • Eucalyptus non mostra le illustrazioni. Solo il testo.
  • Non è possibile aggiungere annotazioni a un libro, né esiste un segnalibro — Eucalyptus però memorizza la pagina che si stava leggendo di un determinato libro prima di chiudere l’applicazione o di passare a un altro libro, e si riaprirà su quella pagina al prossimo avvio o quando si riaprirà quel libro.

E ora veniamo ai pregi:

  • Come avrete visto dalla video-guida sul sito dello sviluppatore, l’interfaccia utente di Eucalyptus è sbalorditiva. Non solo per le idee grafiche e le animazioni, ma proprio per la grande intuitività e facilità d’uso. Ogni elemento di ogni schermata ha una funzione chiara e facilmente identificabile. L’applicazione si serve di elementi di interfaccia identici nell’aspetto e simili nell’utilizzo all’applicazione iPod, così da semplificare la navigazione generale.
  • La resa grafica dei libri scaricati è egregia. Ho sempre avuto alta considerazione per il Progetto Gutenberg, ma quando ho provato a leggermi qualche libro in formato ASCII puro, a meno che non fossero brevi raccolte di poesie, devo ammettere di non essermi particolarmente entusiasmato. Eucalyptus formatta questi libri in formato testo puro e li converte in eBook dall’aspetto gradevole, con tanto di copertina (che ricorda lo stile dei classici Penguin degli anni Cinquanta e Sessanta), scaffale con le proposte del momento (Staff Picks), e testo diviso in capitoli e pagine numerate, con indice consultabile e con font formattato in carattere graziato, ben leggibile e che, se necessario, si può ingrandire (con il classico gesto del pizzicare con due dita).
  • Anche certi piccoli accorgimenti grafici, creati al solo scopo di abbellire e appagare la vista e il feeling dell’esperienza con Eucalyptus, sono particolarmente ben riusciti e graditi, come la scheda giallina che riporta le informazioni essenziali su un libro selezionato durante la ricerca, oppure l’effetto grafico del voltar pagina, che a mio parere vale da solo l’acquisto. Avrei voluto presentare un piccolo video, ma non volevo rivelare proprio tutto. In pratica, tenendo appoggiato il dito mentre si volta pagina, si può notare il gran livello di realismo: la pagina comincia a incresparsi e a piegarsi, e se non si dà un colpetto rapido, la pagina ricadrà al suo posto morbidamente.
  • Eucalyptus non richiede una costante connessione a Internet. Una volta scaricati i libri che ci interessano, li possiamo leggere tranquillamente offline.
  • L’applicazione risponde molto bene e saltare da una parte all’altra di un libro è operazione veloce e fluida. La memoria sembra ben gestita in quanto in 4 giorni di prove estese non ho mai notato scatti o rallentamenti nell’interfaccia.

Eucalyptus costa 7,99 Euro, un prezzo che alcuni forse riterranno un po’ troppo alto, ma che secondo me è quel che si merita un’applicazione così ben fatta. Va aggiunto che, secondo quanto scritto nelle informazioni sull’applicazione, in accordo con la licenza del Progetto Gutenberg, il 20% del profitto lordo prodotto da Eucalyptus verrà pagato come royalty alla Project Gutenberg Literary Archive Foundation — e quindi c’è anche il bonus della giusta causa.

L’unica barriera è la lingua inglese. Per il resto è un’applicazione caldamente consigliata, che vale assolutamente la pena di avere sul proprio iPhone o iPod touch. Ve lo dice uno che non è certo un fan dei libri in formato elettronico. Eppure l’esperienza utente di Eucalyptus è soddisfacente al punto di rendere davvero piacevole la lettura di un eBook anche a chi, come me, ha problemi di vista e non ama particolarmente leggere a lungo su uno schermo da 3,5 pollici come quello di iPhone, per bello e brillante che sia.

Written by Riccardo Mori

28 Maggio 2009 alle 9:50 pm

Pubblicato in Link, Si parla di..., iPhone

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Eppur si Mover

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Era da un po’ di tempo che non mi imbattevo in un’applicazione semplice ed efficace per iPhone. Ecco Mover, applicazione per passarsi foto e contatti fra dispositivi della piattaforma touch. Il video di presentazione sul sito di Infinite Labs vale più di mille parole. Mover rende il passaggio di oggetti da un iPhone all’altro estremamente intuitivo: in quel che appare come un piano virtuale, si aggiungono le immagini e i contatti che si vogliono passare all’altro dispositivo. Quando l’iPhone o iPod touch di destinazione si collegano alla stessa rete wireless, appaiono i loro nomi sui lati dello schermo. A questo punto basta muovere l’immagine o il contatto con il dito e ‘lanciarli’ verso la direzione del destinatario: si vedrà l’immagine uscire dallo schermo ed entrare nello schermo dell’iPhone o iPod touch ricevente. Fatto. (Ovviamente su entrambi i dispositivi deve essere installato Mover).

Gli oggetti manipolabili sul piano virtuale funzionano come degli alias, e sia il mittente che il destinatario possono cancellarli liberamente dopo lo scambio. Il materiale ricevuto viene automaticamente salvato nella libreria delle foto o fra i contatti. Anche se c’è differenza fra i due meccanismi, il metodo di funzionamento di Mover mi ricorda lo scambio di file fra due Newton via infrarossi. Con Mover il procedimento è ancora più intuitivo.

Mover mi piace soprattutto perché possiede un’interfaccia ben disegnata, perché svolge essenzialmente una funzione e lo fa bene e in maniera piacevole. Non esiste curva di apprendimento, non esistono schermate di menu, preferenze e opzioni. È essenziale ed efficace, utile e divertente. Ed è gratis.

[Nota: questa mini-recensione è stata scritta sul mio iPhone mediante l'applicazione WordPress. Scrivere usando la tastiera di iPhone non sarà comodo come con una tastiera vera e propria, ma non è nemmeno così improbabile.]

Written by Riccardo Mori

7 Maggio 2009 alle 7:52 pm

Pubblicato in Si parla di..., iPhone, iPod

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Tweetie per Mac

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Ora che mi sento più a mio agio in Twitter e che utilizzo il servizio con più costanza, stavo cercando una configurazione più omogenea per pubblicare i miei tweet. Un mese fa scrivevo in questa sede:

Dal punto di vista ‘tecnico’, dopo aver provato vari client Twitter per Mac OS X, per ora rimango con questa configurazione: Twitterrific in lettura sul monitor del Cube, che si trova alla sinistra del mio monitor principale, e l’interfaccia Web di Twitter in scrittura. I client Twitter provati (Twitterrific compreso) sono tutti interessanti dal punto di vista dell’interfaccia, e hanno funzioni anche carine, ma trovo che a tutti, curiosamente, manca un dettaglio che per me è molto pratico per la scrittura dei tweet: un campo di testo con caratteri più grandi, e soprattutto in cima alla serie di tweet dei contatti che seguo. Proprio com’è fatta l’interfaccia Web di Twitter. Negli altri client desktop (almeno per Mac OS X), la casella di testo per scrivere i messaggi è in basso, è piuttosto piccola e il font ha la stessa dimensione di quello usato per visualizzare i messaggi altrui. (Penso soprattutto a Twitterrific, che è l’esempio che ho davanti). Con monitor piuttosto grandi, e con l’interfaccia del client che arriva poco sopra del Dock, scrivere in quella casella è scomodo [...]

Quando si è sparsa la voce che Loren Brichter, creatore di un ottimo client Twitter per iPhone chiamato Tweetie stava lavorando a una versione di Tweetie per Mac, ho iniziato a tenermi informato con interesse. Quando, pochi giorni prima del rilascio ufficiale dell’applicazione (lo scorso 20 aprile), Brichter aveva pubblicato sul suo sito un video dimostrativo di Tweetie per Mac, ero certo che sarebbe diventato subito il mio client preferito. Mio e di tantissime altre persone. Ancora non si sapeva se sarebbe stato un freeware o un software a pagamento, ma quel video era stato per me così convincente che non mi importava.

E infatti, appena scaricato e installato, Tweetie per Mac ha mantenuto le promesse ed è l’unico client che uso sul mio PowerBook principale per scrivere messaggi. Dopo alcune ore di utilizzo non avevo dubbi e ho cancellato tutti gli altri client provati nelle ultime settimane, e ora Tweetie ha un posto fisso nel mio Dock. (Continuo a tenere Twitterrific sul Cube a fianco, perché va benone in lettura).

Avrei voluto scrivere le mie impressioni qualche giorno fa, ma ho preferito lasciar sedimentare l’entusiasmo, esplorare bene l’applicazione, che nel frattempo in poco più di una settimana è già alla versione 1.0.2, e prender nota degli aspetti positivi e dei particolari che a mio avviso dovrebbero essere rivisti o aggiustati. Potrebbe comunque essermi sfuggito qualcosa, e ogni vostro contributo in proposito è più che ben accetto.

Cosa mi piace

Tweetie è un’applicazione visivamente molto gradevole, e mi piace molto il lavoro che è stato fatto con l’interfaccia. La scelta dei colori, la disposizione delle informazioni, le icone, le animazioni e gli effetti di transizione. E in generale tutta una serie di piccoli tocchi che rendono l’interfaccia di Tweetie piuttosto originale e che le permettono di distinguersi da tutti gli altri client Twitter e da altri programmi per Mac OS X.

La finestra principale di Twitter. Mi piace la scelta di differenziare i propri tweet da quelli di chi seguiamo, disponendo la nostra icona e il relativo 'fumetto' in orientamento speculare rispetto agli altri tweet.

La finestra principale di Twitter. Mi piace la scelta di differenziare i propri tweet da quelli di chi seguiamo, disponendo la nostra icona e il relativo 'fumetto' in orientamento speculare rispetto agli altri tweet.

Nella figura qui sopra è visibile la finestra principale di Tweetie, con i tweet dei contatti che seguiamo. In alto l’applicazione indica dove ci troviamo (“Timeline”). Nella barra laterale sinistra è presente una serie di icone — dall’alto verso il basso esse sono: l’immagine dell’account Twitter attivo al momento, l’elenco dei messaggi (nostri e di chi seguiamo), l’elenco delle risposte o delle menzioni, l’elenco dei messaggi diretti (privati), l’icona ’spotlight’ per effettuare ricerche, e infine (nel mio caso) l’immagine di un secondo account Twitter, che è ’spenta’ perché non attivo al momento. Come potete vedere, l’aspetto generale di Tweetie lo fa sembrare un programma pensato più per iPhone che per la scrivania del Mac. Un indizio rivelatore, a parte la foggia e le dimensioni delle icone, è la barra di scorrimento, nonché l’icona in basso a sinistra per scrivere un nuovo messaggio, identica a quella di MobileMail per comporre una nuova email.

Utilizzare Tweetie, con un’interfaccia così, è semplice e immediato. Un particolare che mi ha favorevolmente colpito sin dall’inizio è la velocità delle transizioni e della navigazione. Quando Tweetie non era ancora disponibile e guardavo il video dimostrativo, pensavo: ‘Certo, è così fluido perché è su un Mac con processore Intel Core 2 Duo. Voglio vedere sul mio povero G4′. Beh, sul povero G4 con 32 MB di memoria video, Tweetie è ugualmente scattante e fluido — un altro punto a favore. E non solo è veloce nel passare da una schermata all’altra, ma anche nel dialogo con Twitter: se stiamo seguendo qualcuno e ci incuriosisce conoscere la persona a cui il nostro contatto sta rispondendo o fa riferimento, basta un clic sul @nome-utente ed è subito visibile il suo elenco di messaggi.

tweetie3.png

E non solo: in alto appare una fila orizzontale di icone che permettono di navigare all’interno del suo profilo (vedi figura). L’icona del fumetto mostra tutti i suoi tweet; icona della chiocciola (@) mostra tutte le risposte e le menzioni dirette a questa persona; l’icona della stella mostra i tweet che la persona ha contrassegnato come preferiti; e infine l’icona con la ‘i’ mostra le informazioni relative alla persona: quanti tweet ha scritto in totale, quanti sono i suoi preferiti, quanti utenti la stanno seguendo e quanti utenti segue, e poi luogo di residenza, indirizzo dell’eventuale sito Web e il mini-profilo di massimo 160 caratteri.

Tweetie è assai rapido nell’accedere a tutte queste informazioni: più di altri client Twitter e a volte più della stessa interfaccia Web di Twitter. E mi piace molto il fatto che queste informazioni siano visualizzate tutte all’interno di Tweetie. Una cosa estremamente irritante di Twitterrific è proprio il suo appoggiarsi all’esterno, rimandando al browser ogni genere di informazione che non sia lo stream di messaggi visualizzati nella finestra principale. Lo trovo un andirivieni fra applicazioni inutile e un po’ caotico. Con Tweetie non è necessario uscire dal programma, a parte ovviamente quando si fa clic su un link a un determinato sito Web.

Scrivere nuovi tweet — I vari client Twitter provati in precedenza, come scrivevo un mese fa, avevano tutti un dettaglio che non mi piaceva: il campo di testo dove scrivere i messaggi era troppo sacrificato, e i caratteri troppo piccoli. Non riuscivo a capire perché nessun client seguisse l’ottimo esempio dell’interfaccia Web di Twitter: un riquadro grande, con caratteri ben visibili, e soprattutto in cima ai tweet, non in basso. Tweetie aggira brillantemente il problema: i nuovi messaggi si scrivono in una finestra a parte. Inizialmente questa scelta non mi convinceva, ma presto mi sono reso conto che è la più pratica. Si fa clic sull’icona in basso a sinistra — o, molto più comodamente, si usa la scorciatoia da tastiera ⌘-N — e appare la finestrella con un’animazione ‘liquida’. La finestra si può spostare ovunque sullo schermo, e la posizione viene registrata e mantenuta coerentemente. Per chi usa monitor di dimensioni medio-grandi è ottimo poter scrivere in una finestra che si apre all’altezza degli occhi, e non in uno spazio in fondo all’applicazione e quasi sempre a ridosso del Dock (come in Twitterrific e in altri client). In più la grandezza dei font è variabile nelle preferenze, da un minimo di 10 a un massimo di 14 punti. Per i miei occhi 12 punti sono perfetti, 14 è grasso che cola. Altri client sembrano preferire 10-11 punti… un po’ piccoli su uno schermo da 20 pollici.

(Fra l’altro questo modo di scrivere tweet, l’aprire la finestrella, scrivere il messaggio e vedere il messaggio sparire nell’etere e poi apparire nello stream di Twitter mi riporta indietro ai tempi della scuola, quando si usava comunicare con i compagni durante le lezioni attraverso brevi messaggi scritti su pezzetti di carta e scambiati furtivamente per evitare di essere beccati dal professore).

Accorciare i link e aggiungere immagini — Per queste due funzioni Tweetie lavora sull’integrazione. Nelle preferenze è possibile scegliere fra 5 servizi di ‘accorciamento link’ (bit.ly, TinyURL, is.gd, tr.im e DiggBar), e 4 servizi di gestione foto per chi usa Twitter (Twitpic, Twitgoo, Posterous e yFrog). Quando si inserisce un link lungo in un nuovo messaggio e si sceglie il comando “Shorten URLs” dal menu a discesa attivabile facendo clic sull’icona dell’ingranaggio, il link viene automaticamente accorciato, senza bisogno di usare il browser, andare al sito del servizio, incollare il link da accorciare, e copiare il link accorciato nel proprio messaggio. Questo è molto comodo e permette di risparmiare tempo e passaggi.

Sempre in tema di link accorciati, trovo ottima la funzione di anteprima di Tweetie: quando si fa clic su un link accorciato, Tweetie apre una finestra di dialogo in cui viene visualizzato il link completo, così che si abbia già una idea più precisa di che cosa si aprirà nel browser.

Altra cosa molto apprezzata è la gestione di più account. Avere più account in Twitter può sembrare sciocco e da malati, ma non è infrequente trovare casi di utenti che hanno in attivo un account personale e uno rappresentativo della loro società, o della rivista a cui collaborano, o dell’applicazione che sviluppano (qui l’account viene impiegato come flusso di feed con informazioni, novità e avvisi specifici relativi all’applicazione), ecc. Passare da un account all’altro in Tweetie è questione di un clic sull’icona corrispondente. Se abbiamo già aperto la finestra per scrivere un nuovo messaggio e ci rendiamo conto di essere nell’account sbagliato, basta scegliere l’altro account dal menu a discesa presente nella finestra stessa.

Dettagli da rivedere

Scorciatoie e deviazioni — Tweetie, a mio avviso, ha un problema con le scorciatoie da tastiera per gestire la navigazione all’interno dell’interfaccia. Alcune delle scelte di default sono discutibili: perché per effettuare lo scorrimento della lista dei tweet verso il basso e verso l’alto non posso usare i tasti con le frecce o i tasti ‘Pagina Su’ e ‘Pagina Giù’? Tweetie costringe a servirsi della barra spaziatrice per scorrere verso il basso e, a complicare le cose, ⇧-Barra spaziatrice per scorrere verso l’alto. Non è difficilissimo abituarsi, ma non sono scorciatoie ‘naturali’. Spesso e volentieri viene spontaneo usare i tasti ‘Pagina Su’ e ‘Pagina Giù’… e non succede nulla.

Altre scorciatoie sono molto simili fra loro e quindi facilmente confondibili. Per scrivere una risposta viene spontaneo fare ⌘-R. E per ricaricare (Refresh) i tweet e aggiornare il flusso? ⇧-⌘-R naturalmente. E per ri-pubblicare (Repost — o meglio Retweet, nel gergo di Twitter) un messaggio altrui? ⌥-⌘-R. Troppo simili.

Poi si possono trovare piccole incongruenze: se voglio marcare un messaggio altrui come preferito, lo seleziono e premo F. Compare una stellina, il messaggio è tra i preferiti. Per togliere quello stesso messaggio dai preferiti viene spontaneo premere ancora F, perché — come in altre applicazioni — quel tasto viene avvertito come un interruttore (toggle). Ci si aspetta che funzioni e che la stellina scompaia, invece non succede niente.

A mio avviso, quindi, le scorciatoie da tastiera più importanti dovrebbero essere personalizzabili.

Non tutto è trasparente — Trovo molto utile il sistema di indicatori in Tweetie. Per segnalare la presenza di nuovi tweet, nuove risposte/menzioni, nuovi messaggi diretti, Tweetie appone un pallino azzurro in alto a destra sulle rispettive icone nella barra laterale. È comodissimo, specie quando si avvia l’applicazione: vediamo subito se ci sono nuovi messaggi che ci riguardano e in un clic li visualizziamo. Un altro indicatore, anche se più rudimentale, dell’arrivo di nuovi tweet è l’icona che Tweetie aggiunge per default alla barra dei menu: nera (spenta) quando tutti i messaggi sono stati letti, blu (accesa) quando ve ne sono di nuovi. Solo che, anche quando si sono letti tutti i messaggi nuovi, gli indicatori rimangono presenti (i pallini sulle icone e lo stato ‘blu’ dell’icona nella barra dei menu) e non si capisce bene che cosa bisogna fare affinché segnalino correttamente l’avvenuta lettura di tutti i tweet. Io ho notato che a volte basta selezionare uno degli ultimi tweet e salire di uno in uno fino all’ultimo più recente; altre volte è necessario scorrere prima verso il basso e poi risalire di uno in uno come prima.

Inoltre, malgrado sia possibile attivare un’opzione nelle preferenze che renda in una sfumatura di grigio più chiara i tweet già letti, trovo grossolana l’assenza di un pratico ‘Segnala tutti i tweet come letti’ (⌘-K in Twitterrific).

Interfaccia e usabilità — Sotto questo aspetto, Tweetie è promosso, ma non a pieni voti. Qua e là si notano particolari ancora raffinabili, come l’icona in basso a sinistra per scrivere un nuovo tweet: è piccola, fuori luogo, non sembra un pulsante da premere (pare più un’icona che visualizza uno stato) e si trova in una posizione non prominente. Dà molto l’idea di essere un’aggiunta dell’ultimo minuto (vedi figura). Inoltre, quando Tweetie è in background, la sua finestra non cambia sfumatura per segnalare lo stato ‘non attivo’, ma conserva la stessa intensità e colorazione dello stato attivo. Questo non è conforme alle linee guida di Mac OS X.

tweetie2.png

Ci sono poi altri dettagli che a mio parere dovrebbero essere personalizzabili e invece, al momento, sono prestabiliti e immutabili. Tweetie aggiorna automaticamente il flusso dei tweet, mentre sarebbe preferibile un’opzione (presente in altri client) per specificare l’intervallo di refresh. Delle scorciatoie da tastiera ho già detto. L’icona che appare nella barra dei menu non mi dispiace esteticamente e non mi disturba più di tanto, ma dovrebbe esservi un’opzione per disattivarla e utilizzare l’icona del Dock come punto di riferimento per avere rapide informazioni (se ci sono nuovi tweet, numero di tweet non letti, ecc. In questo Twitterrific rimane insuperato). Anche l’amico Daniele ha scritto una recensione di Tweetie, ed è stato molto più critico e pignolo di me nell’evidenziare quel che a suo parere sono gli elementi negativi. Cito di seguito i punti in cui mi trovo d’accordo con lui:

  • l’icona del dock non visualizza il numero di tweet non letti
  • non è possibile usarne solo una (dock o menubar)
  • la finestra di inserimento separato ha un senso per chi non si vuole distrarre, ma allora non si capisce perché se Tweetie è nascosto la scorciatoia per creare un nuovo tweet porta in primo piano anche la finestra principale
  • il sistema per i retweet (RT) utilizza [il formato] via username anziché il prefisso RT
  • le ricerche non possono essere salvate
  • la possibilità di staccare la finestra di ricerca in una nuova finestra è comoda ma può produrre un sacco di sovraffollamento se utilizzato più volte per monitorare diverse ricerche
  • se non si utilizzano le scorciatoie da tastiera, cosa che comunque andrebbe fatta, a volte si ha l’impressione di dover cliccare troppe volte per raggiungere un’azione
  • il pulsante verde della finestra principale [che secondo le linee guida di Mac OS X serve per ridimensionare la finestra] non fa assolutamente nulla

Detto questo, per quanto mi riguarda gli aspetti positivi superano senza dubbio i negativi, e l’esperienza d’uso di Tweetie è decisamente più fluida e appagante di altri client Twitter per Mac. I difetti sono difetti di gioventù. Per essere una versione 1.0.2 non c’è da lamentarsi e direi che ha già un buon livello di maturità. Lo sviluppatore pare molto attento al feedback e vale la pena scrivergli. Su Twitter potete seguire i suoi account @atebits e @Tweetie.

Tweetie è utilizzabile in versione gratuita con annunci pubblicitari (pochi e mai invadenti), oppure è possibile acquistarlo in versione senza annunci per 19,95 dollari (prezzo promozionale fino al 4 maggio: 14,95 dollari).

Written by Riccardo Mori

29 Aprile 2009 alle 5:18 pm

[Link] David Pogue prova il BlackBerry Storm

con 38 commenti

State of the Art – No Keyboard? And You Call This a BlackBerry? – NYTimes.com: Spassosa stroncatura di David Pogue, che prova Storm, il nuovo modello di BlackBerry, e il verdetto è sostanzialmente un ‘tempestoso’ disastro. I miei stralci preferiti (oddio, dovrei citare tutto, ma farò uno sforzo di sintesi):

Un BlackBerry senza tastiera? Oh no!:

Il primo segnale che annunciava guai era il concetto: un BlackBerry touch-screen. Proprio così, nel suo impagabile zelo per cercare di guadagnare sfruttando la mania del touch-screen tanto diffusa da iPhone, RIM ha prodotto un BlackBerry senza tastiera fisica. Sveglia! La tastiera fisica non è forse sempre stato l’elemento caratterizzante di un BlackBerry? Un BlackBerry senza tastiera è come un iPod senza scroll wheel.

La tastiera virtuale cambia a seconda dell’orientamento. Come su iPhone! O quasi:

Quando si tiene il telefono in orizzontale, ecco il completo layout di tastiera Qwerty noto a tutti. Ma quando si ruota il BlackBerry in verticale, viene visualizzato il tipo di tastiera SureType, meno preciso, perché su ogni ‘tasto’ appaiono due lettere: è il software che cerca di prevedere quale parola stiamo scrivendo.

Per esempio, per inserire la parola ‘get’ si premono i tasti GH, ER e TY. Disgraziatamente sono gli stessi tasti per scrivere ‘hey’ [due termini molto usati in inglese]. Il problema è evidente. E provare a digitare indirizzi Web o cognomi insoliti è un’impresa senza speranza.

Si possono scorrere elenchi con il dito, come su iPhone! O quasi:

Per scorrere un elenco, bisogna far passare il dito sullo schermo, come su iPhone. Ma anche un gesto così banale diventa frustrante da impazzire sul BlackBerry: il telefono impiega troppo tempo a capire che state scorrendo e non facendo tap. E immancabilmente si mette a evidenziare voci a caso dell’elenco quando si comincia a scorrere; e poi, prima che lo scorrimento inizi, c’è un ritardo che lascia disorientati.

Inoltre lo scrolling manca di slancio, e non acquisisce velocità se muoviamo il dito più velocemente, come su iPhone e sul telefono di Google. Quindi far passare una lunga lista di messaggi o di numeri telefonici è piuttosto stancante.

Il BlackBerry si chiamerà anche ‘Tempesta’ (Storm) ma a quanto pare non è un fulmine:

Ci possono volere due secondi buoni perché l’immagine sullo schermo cambi quando si ruota il telefono di 90 gradi, tre secondi prima che si lanci un programma, cinque secondi prima che un tap su un pulsante venga riconosciuto. (Ricordate: per convertire i secondi in ‘tempo BlackBerry’, dovete moltiplicare per sette).

In breve: cercare di navigare su questo coso non è solo un esercizio di frustrazione — è una maratona di frustrazione.

Povera RIM! Hanno cercato di seguire l’esempio di Apple, offrire meno funzioni per avere un prodotto migliore sotto il punto di vista dell’interfaccia utente, eccetera. Ma mi sa che hanno esagerato:

Non ho trovato una sola persona che dopo aver provato questo dispositivo non sia rimasta sconcertata, perplessa, o entrambe le cose. E questo ancor prima di scoprire che lo Storm non ha il Wi-Fi.

“Ma aspettate, c’è di meno”:

Entrambi i BlackBerry Storm che ho avuto in prova hanno mostrato di avere più bachi di un picnic estivo. Congelamenti, riavvii inaspettati, controlli che non rispondono, anomalie grafiche.

Il mio preferito: quando cerco di immettere il mio indirizzo Gmail, la fotocamera dello Storm si mette in funzione d’improvviso, trasformando lo schermo in un mirino, anche se la tastiera virtuale continua a rimanere sovraimpressa per metà dello schermo.

La domanda, infine, nasce spontanea:

Come ha fatto questo coso ad arrivare sul mercato? Forse che tutti quelli coinvolti nella sua realizzazione erano troppo spaventati da tirare il freno di emergenza di questo treno?

* * * * *

[Aggiornamento - febbraio 2009: Se avete trovato questo post dopo una ricerca con Google sul BlackBerry Storm, prima di affrettarvi a commentare, vi pregherei di leggere la discussione nei commenti, in special modo i miei interventi, che spero servano a chiarire ulteriormente la mia posizione. Vorrei semplicemente evitare di riscrivere cose già scritte, e vorrei davvero evitare che la discussione degenerasse ulteriormente in una disputa "BlackBerry Storm contro iPhone" nello stile di tante dispute "PC contro Mac" -- discussioni che non portano a nulla e nient'affatto costruttive. Se avete rancori contro Pogue, se pensate che la sua recensione sia di parte e poco obiettiva, scrivete a lui e non a me. Ogni commento che non tenga conto di questa mia nota verrà automaticamente cancellato. Grazie per la collaborazione.]

Written by Riccardo Mori

27 Novembre 2008 alle 5:04 pm

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