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Apple trionfa contro Psystar in California
La domenica si apre con una buona notizia. La forma migliore per commentarla è tradurre alcuni estratti da Groklaw, che è sempre stata un’ottima fonte per seguire cause legali come questa. L’articolo è Apple Wins Like a Champ – Psystar is Toast — What? You’re Surprised? [Apple vince senza problemi, Psystar è finita. Come? Siete sorpresi?]:
Psystar ha avuto quel che si meritava nella causa legale nello stato della California. Qui potete leggere l’ordinanza (PDF). È un massacro completo. La difesa del diritto di vendita avanzata da Psystar è stata letteralmente sbriciolata. L’istanza di giudizio sommario da parte di Apple in merito alla violazione di copyright e del DMCA è stata accolta. Apple ha ottenuto anche l’istanza di chiusura.
L’istanza di giudizio sommario da parte di Psystar in merito alla violazione del copyright e trade dress (aspetto caratteristico del prodotto) è stata respinta. Stesso dicasi per l’illusoria istanza di abuso di copyright mossa da Psystar.
[...] A questo punto l’unica speranza per Psystar è la causa aperta in Florida, ma francamente non ci scommetterei molto. Di solito i giudici si accorgono se uno è stato appena dichiarato colpevole in una simile causa legale in un altro stato.
Siete sorpresi? Ve l’avevo detto, ve l’avevo detto. Demoralizzati? Immagino che Psystar possa fare ricorso in appello. E se volete libertà per il vostro codice, potete certamente trovarla sul pianeta Terra, basta guardare nella giusta direzione. Sarete lieti di averlo fatto, perché potrete fare tutti gli hack e le modifiche che vorrete, e sarà perfettamente legale. Il messaggio della corte è chiaro: gli accordi di licenza per l’utente finale (EULA) significano esattamente quanto stabiliscono; se non volete rispettare la licenza di Apple, lasciate stare quel che è di Apple.
In un segmento dell’ordinanza (citato nell’articolo di Groklaw) è contenuta un’informazione che non conoscevo (enfasi mia):
[...] Apple sostiene che Psystar ha violato i diritti di distribuzione offrendo e vendendo al pubblico Mac OS X installato su macchine Psystar. Psystar ammette di aver distribuito Mac OS X (Chung Exh. 17 at 4).
Ma Psystar risponde che la propria condotta è protetta dalla Sezione 109 della cosiddetta first-sale doctrine [esaurimento del diritto; lett. 'dottrina della prima vendita']. Secondo tale Sezione, “il proprietario di una determinata copia o registrazione fonografica legalmente effettuata, o qualsiasi persona autorizzata dal suddetto proprietario, ha la facoltà — senza l’autorità del proprietario del copyright — di vendere o trasferire il possesso di tale copia o registrazione fonografica” (17 U.S.C. 109). Questo provvedimento delimita il diritto di distribuzione. Si applica solo al possessore di una copia.
Entrambe le parti hanno a lungo discusso sul fatto che Psystar fosse il possessore o il licenziatario della copia (ossia la copia tangibile) di Mac OS X che aveva acquistato. Anche assumendo che Psystar fosse stato il possessore di una copia, la difesa della prima vendita (first-sale defense) cade in questo punto. La sezione 109 garantisce immunità soltanto quando le copie vengono “legalmente effettuate”. Le copie in questione non sono state effettuate legalmente e con l’autorizzazione del proprietario del copyright. Come è stato stabilito, Psystar ha realizzato una copia di Mac OS X non autorizzata mediante un Mac mini collegato a una ‘imaging station’ e ha successivamente utilizzato una ‘copia master’ per realizzare molte altre copie non autorizzate installate sui vari computer Psystar. La difesa della prima vendita non si applica a quelle copie non autorizzate. Si veda Microsoft Corp. v. Software Wholesale Club, Inc., 129 F. Supp. 2d 995, 1006 (S.D. Tex. 2000) (“la first-sale doctrine non è applicabile a un’unità dichiaratamente contraffatta”); si veda anche 2-8 NIMMER ON COPYRIGHT § 8.12 (“se la realizzazione di una copia o di una registrazione fonografica costituisce una violazione del diritto di riproduzione o adattamento, la sua distribuzione violerà il diritto di distribuzione, anche se tale distribuzione venga effettuata dal possessore della suddetta copia o registrazione fonografica”). [...]
Ovvero, Psystar ha agito così: prima ha acquistato una copia di Mac OS X e l’ha installata su un Mac mini. Poi ha copiato Mac OS X dal Mac mini su un computer non-Apple. Questo computer non-Apple è stato utilizzato come ‘imaging station’. Una volta caricato sulla imaging station, Mac OS X è stato modificato. Psystar ha poi sostituito il bootloader di Mac OS X (il bootloader viene eseguito all’accensione del computer e individua e carica parti del sistema operativo nella RAM). Senza un bootloader, Mac OS X non funzionerebbe. Psystar ha disattivato e/o rimosso le estensioni kernel (kext) di Mac OS X e le ha sostituite con altri file kext. Le modifiche di Psystar hanno permesso a Mac OS X di eseguirsi su macchine non-Apple. La copia così modificata è diventata la ‘copia master’ utilizzata conseguentemente per la duplicazione in massa del sistema operativo modificato e successiva installazione sui computer Psystar.
Bell’affare. E Psystar aveva persino la presunzione di spuntarla.
Groklaw continua:
Avete afferrato? Anche se Psystar fosse il legale possessore della copia [di Mac OS X], non gli sarebbe consentito di fare quello che ha fatto. [...] Lo so, si dirà: Maaa… se non avessero usato la copia master e avessero invece usato le singole copie acquistate una per una, allora la cosa avrebbe funzionato? Figli miei, perché credete che Psystar si sia servita di una copia master? Perché è un’azienda commerciale, e nel commercio l’efficienza è denaro. Ecco perché vengono fondate aziende e società, per fare soldi. Il mondo intero non è con voi nella vostra guerra santa per distruggere le EULA e la licenza GPL. Anche questa sgangheratissima azienda voleva fare soldi. Le teorie appartengono ai forum online, non al commercio e decisamente non ai tribunali. E anche nei forum online tutti vi hanno detto, per anni, che una cosa del genere non avrebbe funzionato se qualcuno ci avesse provato. Ci hanno provato. Non ha funzionato.
E che questa causa serva come ammonimento per coloro che sostengono che la sola cosa che importa è che l’open source sia un sistema migliore per sviluppare codice. Apple crea codice straordinario. Naturalmente la comunità BSD ha creato molto di quel codice, ma Apple è stata in grado di ottimizzarlo al meglio per gli utenti finali, e ha saputo farlo in maniera straordinaria. Per cui nessuno può discutere sul fatto che non si tratti di codice favoloso per gli utenti finali, perché lo è.
E a questo punto mi chiedo: è abbastanza tutto ciò?
O il messaggio di questa causa legale non è forse questo, ovvero che quel che volete davvero con il vostro codice favoloso sia la libertà per quel codice? Se la vostra risposta è Sì, voglio la libertà di fare quel che voglio con il codice sul mio computer, allora perché usare codice proprietario? Chi produce codice proprietario è felicissimo di vendervi il codice migliore al mondo, se lo realizza. Ma non vi venderà mai la libertà di utilizzarlo come vi pare e piace. Non è il settore commerciale di cui fa parte. Non è il business di quel produttore.
Pertanto, se vi preme la libertà, non tradite l’obiettivo di realizzare un sistema operativo completamente libero, senza alcuna componente proprietaria. Quell’obiettivo ha senso, perché componenti proprietarie implicano restrizioni d’uso. È un fatto. Vi sono altri aspetti negativi, ma la causa in questione sottolinea questo aspetto in particolare. Quindi lavorate a driver non proprietari. State alla larga da codice che potrebbe portare a denunce per violazioni di brevetti. Perché? Perché quel che può sembrare un vantaggio nel breve termine può bloccare i risultato finale che volete ottenere. [...]
Per cui quando vi dicono che l’importante è che il codice sia open source o che gli utenti finali debbano avere il diritto, se vogliono, di mettere insieme codice proprietario e codice libero/open source, o che allearsi con Microsoft funzionerà alla grande, o che quel che importa è che gli utenti finali usino più software libero servendosi di miscele di codice proprietario e codice libero — quando vi dicono queste cose, domandatevi: è proprio vero? Non importa chi ve lo dice: è proprio vero? Guardate la causa Apple vs. Psystar. La libertà è importante. Certe cose sono semplicemente ovvie.
Utilizzate quel che volete, ma pensateci bene, rifletteteci su e non limitatevi a considerare quel che volete ottenere adesso o quel che vi sembra più comodo. Perché credete che Stallman abbia iniziato a creare Software Libero [e la Free Software Foundation]? Perché sapeva come aggiustare una stampante ma la licenza glielo impediva. Egli aveva già visto quel che voi state osservando in questa causa di Apple contro Psystar. ‘Proprietario’ significa restrizioni d’uso. Per davvero.
La mentalità del gregge
Al momento in cui scrivo, Herd Mentality (La mentalità del gregge) è l’articolo più recente di John Gruber, il quale tira in ballo un argomento su cui stavo rimuginando da qualche tempo. Lui ne parla in maniera efficace, e voglio estrapolarne alcuni stralci che credo meritino attenzione e discussione. Premetto specificando la mia identità di pensiero con Gruber su questo tema, e che condivido la sua analisi.
La conformità è un istinto molto potente. L’unione fa la forza. Bisogna essere diversi per essere migliori, ma la diversità fa paura.
Per cui è normale che esista un certo livello di mentalità del gregge in ogni industria. Ma credo che questo tipo di mentalità sia particolarmente pronunciato, a livelli patologici, nell’industria dell’hardware PC. Era alla radice di un eterno dibattito in cui i sapientoni di turno sostenevano che Apple dovesse licenziare il sistema operativo Mac ad altri costruttori di PC, oppure che Apple dovesse abbandonare Mac OS del tutto e mettersi a costruire PC Windows. A prima vista, queste due storiche sciocchezze appaiono contraddittorie: secondo la prima, Apple dovrebbe convertirsi in un’azienda di software, mentre la seconda sostiene la visione di una Apple produttrice di solo hardware. Ma nella sostanza vogliono dire la stessa cosa: che Apple dovrebbe smettere di essere diversa, e agire come qualunque altro costruttore di PC (e vendere computer su cui gira Windows) oppure agire esattamente come Microsoft (e vendere licenze per il suo sistema operativo).
Nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti. Ma è la stessa mentalità del gregge che ha spinto l’ondata di opinioni secondo cui È necessario che Apple entri nel mercato dei ‘netbook’, la cui validità ho sbugiardato qualche giorno fa. Avrei potuto fornire altre decine di link a roba del genere. Il succo del discorso però è lo stesso: tutti quanti stanno producendo netbook, per cui anche Apple dovrebbe farlo. Perché? Perché lo fanno tutti.
Quando scrive che ‘nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti’ summenzionati, il buon Gruber è probabilmente ignaro del dibattito italiano in ambito Mac, un dibattito da Bar Sport che tuttora impera e arriva ad abissi di tristezza impensati. Sempre, costantemente, a ogni introduzione di novità da parte di Apple, una frangia di eterni scontenti si sente in dovere di alzarsi metaforicamente in piedi e pontificare su ciò che Apple dovrebbe fare, produrre, cambiare. Ormai con queste persone non mi confronto più, perché è come cercare di disinnescare le credenze di una setta religiosa. E poi c’è un ostacolo di fondo: queste persone fraintendono sempre la mia posizione, ritenendo che io ‘difenda’ Apple in maniera ugualmente acritica.
Si cerca di portare il discorso su dati inequivocabili per dimostrare che, forse, Apple sa bene e più di tutti che cosa sta facendo e quali strategie commerciali impiegare. I dati oggettivi sono quelli di vendita: Apple è reduce da un trimestre fiscale favoloso, in cui degno di nota è il numero di Mac venduti, più di tre milioni in tre mesi. Durante un periodo di recessione a livello mondiale, e soprattutto prima del trimestre delle feste natalizie. Apple continua a fare cifre record trimestre dopo trimestre. Ma queste persone, a fronte di ciò, scuotono la testa e dicono, sostanzialmente, che le forti vendite non sono certo sinonimo di qualità. Il loro argomento è: se così fosse, guarda quanti PC Windows ci sono in circolazione.
È un’argomentazione fallace, perché Apple e gli altri costruttori di PC (+ Windows) sono arrivati ai grandi numeri da due origini e storie completamente diverse. E il fattore imprescindibile in queste due storie è Microsoft. La parola a Gruber:
Credo che vi sia una ragione molto semplice che spiega il perché la mentalità del gregge è così patologica nell’industria dei PC: Microsoft. Anzi, una volta era ancora peggio. Una decina di anni fa l’intera industria dei computer, in ogni suo aspetto, era dominata da una mentalità del gregge che suonava così: Supportate Microsoft e seguitene l’esempio, altrimenti verrete calpestati. Ciò non è più vero nell’ambito del software applicativo. Il Web, e Google in particolar modo, hanno posto fine a questa tendenza.
Ma l’unica area in cui Microsoft continua a regnare suprema è nei sistemi operativi per PC. I costruttori di PC hanno un handicap: non possono allontanarsi dal gregge nemmeno se lo volessero. Le loro scelte a livello di sistema operativo sono: (a) installare la stessa versione di Windows che utilizzano tutti gli altri costruttori; oppure (b) allegare le stesse distribuzioni Linux open source che ogni altro costruttore di PC potrebbe includere ma che nessun cliente vuole comprare.
È chiaro che, davanti a questa scelta forzata, non si può fare un discorso qualitativo. A mio avviso, però, il fatto che si vendano oggi più Mac che in tutta la storia di Apple, significa che finalmente il grande pubblico ha pian piano imparato a distinguere. A non farsi condizionare troppo come in passato, a fare scelte più oculate. Pensiamoci un momento: che fa vendere oggi tanti Mac non può essere altro che la loro superiorità qualitativa. Le strategie di vendita di Apple non sono drasticamente cambiate rispetto a dieci anni fa. Penso al sito Web di Apple, che mantiene lo stesso palinsesto da dieci anni. I prodotti vengono presentati sostanzialmente allo stesso modo. Gli spot pubblicitari non sono aumentati.
L’elemento vincente, rispetto alla Apple dei Mac beige di 12 anni fa, è l’avvicinamento al pubblico attraverso quella strepitosa catena commerciale che sono gli Apple Store. Oggi i Mac per il pubblico non sono inavvicinabili com’erano anni fa. Si entra in un negozio Apple (o si va al punto Apple dentro un centro commerciale o un negozio che vende anche altri prodotti) e i Mac sono lì, da provare, soppesare, valutare. Si possono avere informazioni dai commessi, ci si può efficacemente documentare su Internet. Oggi i Mac sono abbordabili in senso fisico ed economico. Chi acquista Mac ne riconosce l’affinità alle proprie esigenze, la semplicità e la qualità. Questo avvicinamento all’utente è il cardine fondamentale, che prima non esisteva. Non a caso la frase che ho sentito pronunciare più spesso a chi è passato a Mac dopo anni di PC Windows è Se solo me ne fossi reso conto prima, quanti grattacapi mi sarei risparmiato.
Gruber prosegue snocciolando altri spunti interessanti:
La capacità di Apple di produrre hardware innovativo si intreccia inestricabilmente con la sua capacità di produrre software innovativo. iPhone è un esempio ancora migliore del Mac.
Ai pezzenti che sostengono che Apple dovrebbe regalare a tutti il proprio sistema operativo e permettere che giri anche sul catorcio più economico dotato di tastiera e schermo continua a sfuggire il concetto, molto semplice, che se Apple si mettesse davvero a farlo chiuderebbe bottega nel giro di poco tempo.
Non è solo il fatto che Apple è diversa rispetto agli altri costruttori di computer. È che Apple è l’unica azienda che può essere diversa, perché è l’unica che possiede il proprio sistema operativo. Parte della mentalità del gregge dell’industria informatica è il presupposto che nessun altro possa realizzare il sistema operativo di un computer — che tutti possano costruire un computer ma che soltanto Microsoft possa produrre il sistema operativo. Dovrebbe essere piuttosto imbarazzante per aziende come Dell e Sony, che hanno molto denaro e forti identità aziendali, il fatto che siano entrambe costrette a vendere computer con la stessa copia di Windows installata dagli altri marchi minori.
E conclude dicendo che:
I sistemi operativi non sono semplici componenti di una macchina come la RAM o la CPU: sono l’elemento più importante dell’esperienza utente. A parte Apple, non esiste alcun costruttore di PC che controlla la parte più importante dei computer che fabbrica. Immaginate come sarebbe migliore l’industria informatica se vi fossero più aziende di computer a cimentarsi nella realizzazione del proprio sistema operativo e ad alzare gli standard attuali.
Io concludo dicendo che Apple ha finalmente saputo giocare a suo estremo vantaggio la carta della diversità, che nell’epoca buia degli Anni Novanta era l’elemento che l’aveva relegata a essere azienda di nicchia. Mi auguro che Apple continui così, perché questa sua diversità, alla fine, va a vantaggio di tutti, persino di quelli che non lo comprendono.
Il lungo, lento declino di Microsoft
Daring Fireball: Microsoft’s Long, Slow Decline: Ogni tanto John Gruber supera se stesso e scrive un pezzo d’opinione davvero egregio, come in questo caso. Il miglior servizio che posso rendere a lui e ai miei lettori è tradurlo integralmente. Non è breve, ma vale la pena.
Durante la scorsa settimana sono apparse due notizie interessanti riguardo al mondo Windows. La prima, di Joe Wilcox, su un resoconto di NPD in cui si dichiara che ora Apple detiene il 91% del mercato dei computer di fascia medio-alta. La seconda sono i risultati fiscali di Microsoft per il trimestre appena chiuso, in cui si nota una perdita di un miliardo di dollari nel fatturato rispetto alle proiezioni e un calo del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Intendiamoci, Microsoft continua a essere un’azienda molto redditizia. Tuttavia non ha mai riportato cali di anno in anno così consistenti, né si è mai visto un divario così marcato fra guadagni stimati ed effettivi. Qualcosa non quadra.
Quel che è ancora più allarmante osservando i dati di Microsoft è che il fatturato della divisione PC Windows ha subito un calo di anno in anno ancora più pesante: 29 percento. Una spiegazione può essere l’arrivo di Windows 7 a ottobre; dato che si tratta di una major release, è prevedibile un calo di fatturato di Windows nei mesi immediatamente precedenti la sua introduzione.
Ma il commercio del sistema operativo di Windows non è affar nuovo, e non è mai stato particolarmente ciclico. Il fatturato di Windows, prima del trimestre appena concluso, si è sempre mosso in una direzione: verso l’alto.
Windows è al centro di ogni attività lucrativa di Microsoft. Microsoft vende Windows, e poi vende software che gira su Windows. Windows è l’elemento trainante, e Microsoft gli sta dietro. Però adesso Windows sta andando male.
Un discorso da fare può essere che la colpa sia dell’economia globale, non di Microsoft (questa sembra essere la giustificazione data dalla dirigenza Microsoft). Ma non tutte le aziende del settore sono state colpite dalla crisi. Google va benone, e Apple ha riportato cifre da record per un trimestre non natalizio nei suoi ultimi risultati fiscali.
Apple opera nella stessa economia di Microsoft, e le vendite di Mac sono in aumento. E le cifre del resoconto prima menzionato sono semplicemente impressionanti. Va tenuto presente, però, che il resoconto di NPD si riferisce specificamente alle vendite retail dei computer; l’articolo di Wilcox non lo chiarisce. Ma il fatto che quelle cifre non rappresentino tutte le vendite di computer non le rende meno impressionanti. Le cose non sono sempre andate in questo modo. NPD ha effettuato le stesse rilevazioni al principio del 2008, e in quel periodo la quota di mercato di Apple per il mercato di fascia medio-alta (computer da mille dollari in su) era solo del 66%. Ripeto: la quota di Apple in questo segmento è cresciuta dal 66 al 91 percento in un anno e mezzo.
Apple è sempre stata in competizione nella fascia medio-alta del mercato dei computer. Ma storicamente non è mai accaduto che Apple abbia venduto la maggioranza dei computer di fascia medio-alta. Anche considerando che i numeri di NPD rappresentano soltanto vendite retail, vi è forse qualche ragionevole dubbio che la quota di Apple nel mercato non retail per i computer di fascia medio-alta stia anch’essa crescendo?
La forte crescita di Apple in questo segmento è un segno che il mercato si sta rivoltando contro Windows. Se non altro perché Apple non è mai entrata nel mercato dei computer a basso costo, si è sempre potuto notare come gli acquirenti più attenti al prezzo fossero utenti Windows. Non era vero il contrario, però — non tutti gli utenti Windows erano dei pezzenti.
Oggi, tuttavia, a Microsoft rimangono sempre più quegli utenti la cui priorità davanti a tutto è il prezzo.
Una semplice domanda diretta
Durante il boom del dot-com nella seconda metà degli anni Novanta, una procedura standard in molte aziende di sviluppatori Web e designer professionali era quella di avere sulle scrivanie due computer: un PC Windows e un Mac. Uno per lo sviluppo principale, l’altro per le prove sui browser dell”altro’ sistema operativo (la virtualizzazione non era ancora affar semplice).
Ma quale scegliere come piattaforma primaria? Molti ne hanno scelta una, molti l’altra. Ma era un gruppo di prova davvero interessante, perché esposto a entrambe le piattaforme. Questi sviluppatori Web non erano come quelle persone che, in una specie di atteggiamento tribale, affermano di disprezzare l’una o l’altra piattaforma senza averla nemmeno provata. Gli sviluppatori Web dovevano conoscere sia Mac che Windows, almeno con un po’ di familiarità, e la verità è che molti, se non la maggioranza, preferivano Windows.
Oggi, semplicemente, non è più così. Microsoft ha perso quasi tutto il proprio mercato. Le persone che amano i computer oggi preferiscono di gran lunga utilizzare i Mac. Il problema centrale di Microsoft è che ha perso i cuori degli appassionati di computer. Le persone comuni, nello scegliere una piattaforma di computer, non si mettono a pensarci nei minimi dettagli e con la passione dei nerd perché, beh, non sono nerd. Ma i nerd sono gli indicatori più importanti.
Questo è vero in molti altri mercati di ampio respiro, non è solo limitato ai computer. Microsoft sta sempre più sembrando l’equivalente digitale della General Motors. Gli appassionati di automobili hanno perduto interesse nelle vetture di General Motors molto prima della gente comune; sta accadendo lo stesso a Windows.
Oppure prendiamo in considerazione le fotocamere. Aziende come Canon e Nikon creano la maggior parte del loro fatturato dalla vendita di macchine consumer punta-e-scatta. Ma sono anche in estrema concorrenza nella fascia più alta del mercato. Gli appassionati sono clienti preziosi non soltanto perché acquistano prodotti costosi per se stessi, ma anche perché, in quanto appassionati, tendono a consigliare ad altre persone i prodotti che conoscono bene. Il maniaco della fotografia che è entusiasta della sua Canon SLR da 2.500 dollari probabilmente consiglierà molte Canon compatte da 250 dollari ad amici e familiari.
Vista è stato un disastro per Microsoft. Windows 7 dovrebbe essere la luce in fondo al tunnel. Ma la migliore opinione generale su Windows 7 è che non è destinato a essere quella completa e totale porcata che è stato Vista. Che è qualcosa che spingerà gli utenti di XP ad aggiornare davvero, stavolta. Che è qualcosa che, quando arriverà preinstallato su ogni macchina nuova, non spingerà la gente a chiedere come fare a tornare a Windows XP.
Ma nessuno sembra sostenere che Windows 7 sarà qualcosa che farà venire la tentazione agli utenti Mac di passare a Windows, o che spingerà gli switcher, i convertiti a Mac dell’ultima ora, a tornare sui propri passi. Non pare nemmeno essere motivo di dibattito. Ma se Windows 7 è davvero minimamente buono, perché non potrebbe tentare almeno un piccolo segmento di utenti Mac a passare a Windows? In fin dei conti è accaduto con Windows 95, 98 e XP.
Microsoft sembra aver concesso che gli appassionati che sono passati a Mac in questi ultimi anni sono utenti persi senza rimedio. Lo scopo di Microsoft nel realizzare Windows 7 sembra essere semplicemente di creare qualcosa migliore di Vista. Se Microsoft fosse un’azienda sana, efficiente e competitiva, capace di valutare onestamente i propri insuccessi e con la volontà di farlo (come la Microsoft degli anni Novanta, che conquistò l’intera industria), il suo obiettivo avrebbe dovuto essere quello di creare qualcosa non solo migliore di Vista, ma migliore di qualsiasi altro prodotto sul mercato, Mac OS X compreso.
Uno scherzo
Le prove che Microsoft ha perso il settore più redditizio del mercato stanno guardando i dirigenti Microsoft dritti negli occhi, ma, a giudicare dal loro comportamento e dalle dichiarazioni pubbliche, questi sembrano pensare che sia tutto un grosso scherzo. Dovrebbero avere i sudori freddi, invece se la ridono.
Due settimane fa, Microsoft ha tenuto la sua annuale Worldwide Partners Conference. Un estratto di alcune affermazioni di Kevin Turner (un ex-dirigente della catena Wal-Mart che ora è COO di Microsoft) ha fatto il giro della rete. Quel che ha attratto l’attenzione erano alcuni commenti di Turner su una chiamata che ha ricevuto da un avvocato di Apple in merito alla campagna pubblicitaria “Laptop Hunters” di Microsoft. Dalla trascrizione di Microsoft:
E allora abbiamo realizzato questi spot pubblicitari sul valore dei PC. Avvicinare la gente e chiedere “Quanto siete disposti a spendere?”. E la risposta era “Oh, meno di 1.000 dollari”. Beh, vi diamo 1.000 dollari. Entrate in negozio e vedete quel che potete comprare. E poi escono dal negozio e mostrano il loro acquisto. Sono annunci assolutamente senza copione.
E sapete perché so che stanno funzionando? Perché due settimane fa ci ha chiamato il reparto legale di Apple e ci hanno detto (è una storia vera, eh?)… Ci hanno detto “Ehi, dovete smettere di mandare quegli spot pubblicitari. Abbiamo abbassato i prezzi”. Li hanno abbassati di cento dollari o qualcosa del genere. È stata la telefonata più bella che abbia mai preso da quando lavoro in questo business. (Applausi).
Ho fatto le piroette nei corridoi. All’inizio ho detto “Ma è uno scherzo? Chi è lei?”, non capendo l’opportunità. E allora continueremo e continueremo e continueremo a mandare quegli spot.
Questa vicenda è interessante se non altro perché prova che Apple tiene d’occhio gli spot pubblicitari di Microsoft. Ma ho sempre immaginato che questa sia la procedura normale del reparto legale di qualsiasi azienda quando un concorrente manda in onda uno spot in cui afferma cose non vere. Ecco perché difficilmente si vedono confronti diretti di prezzi negli spot televisivi: i prezzi cambiano. E, infatti, una settimana dopo, Microsoft ha modificato gli spot togliendo il riferimento specifico ai prezzi dei Mac. Ah, che birichino quell’avvocato.
Ma la parte veramente interessante delle affermazioni di Turner a quella conferenza è ciò che ha detto immediatamente prima del pezzo citato sopra, quando ha affrontato l’argomento Apple:
Adesso parliamo di Apple. Che fare con i loro spot pubblicitari? È stato un anno fa. Santo Dio, quando sono tornato a casa per le vacanze, tutti, fratelli sorelle cugini, tutti mi hanno detto “Speriamo tu non abbia nulla a che fare con il marketing in Microsoft. Che cosa avete intenzione di fare per rispondere a quella campagna?”
State sintonizzati, state sintonizzati, state sintonizzati. Wow. Non gli abbiamo forse risposto per le rime? Gli spot PC Hunter, gli spot PC Rookie sono stati certamente vincenti sul mercato.
Così vincenti sul mercato che le vendite dei portatili Apple sono aumentate lo scorso trimestre, e il resto dell’industria è andato in calo. (Forse Microsoft farebbe meglio a misurare l’efficacia dei suoi spot osservandone gli effetti sulle vendite, invece di concentrarsi sul numero di telefonate che riceve dai legali di Apple).
Poi arriva il vero e proprio spaccato del modo di pensare di Microsoft:
Ho preso questo dall’edizione domenicale del mio giornale. Venendo dal retail, ho questa vecchia abitudine di guardare gli annunci e le offerte che pubblicano i giornali la domenica. Questo è preso direttamente dal giornale di domenica scorsa. È un confronto preso da un grosso retailer di elettronica che dice che potete acquistare un MacBook da 13,3″ per 1.199 dollari e guarda un po’, dallo stesso retailer si può comprare lo stesso PC con più RAM, un disco rigido più capiente e uno schermo di quasi tre pollici più grande per 649 dollari. Che opportunità incredibile.
E quindi la posizione ufficiale di Microsoft sul crescente dominio di Apple nel settore medio-alto del mercato è che Apple sta facendo pagare centinaia di dollari in più in margini puri (500 dollari nell’esempio fatto da Turner). Mentre i computer che Microsoft sceglie come oggetto di vanto in una importante conferenza sono portatili da 17″ che costano 650 dollari, pubblicizzati negli inserti domenicali di Best Buy [una catena analoga a Mediaworld e simili].
Non vi è dubbio che i retailer vendano decine di milioni di portatili Windows a buon mercato ogni anno. Ma nessuno che abbia occhi per vedere pensa che siano macchine minimamente paragonabili ai MacBook di Apple sotto il profilo qualitativo. Anche senza accendere i computer, chiunque può notare la differenza in design e qualità costruttiva. Anzi, non è nemmeno necessario guardare: basta prenderli in mano e sentire quale fra i due cigola. Apple sta vendendo più MacBook a ogni trimestre. Microsoft pensa di far bella figura perché Best Buy vende un Dell da 17 pollici per 650 dollari.
Turner non è solo. Lo scorso aprile, quando iniziò la campagna PC Hunter, David Webster, general manager per il brand marketing di Microsoft, in un’intervista con Dan Lyons di Newsweek, ha dichiarato:
(Webster) dice che l’idea è stata quella di sfruttare la campagna “Get a Mac” di Apple a favore di Microsoft. “Noi associamo le persone vere all’idea di essere PC, (ma poi Apple) finisce per essere ingenerosa e scortese, per come tratta i clienti”, dice. “Per me è chiaro che Apple stia insultando i propri clienti”. Allo stesso tempo non riesce a trattenersi dal fare una battuta sulla preziosità di certi utenti Mac. “Non tutti vogliono un computer che è stato lavato con lacrime di unicorno”.
Citando questo frammento, scrissi:
Sembra chiaro che la posizione di Microsoft sulla crescita delle vendite di Mac è che non ci sia niente di sbagliato in Windows e niente di giusto nel Mac, ma piuttosto che vi sia qualcosa di sbagliato negli utenti Mac.
Microsoft non sta più ignorando la crescita della quota di mercato di Apple e il successo della campagna pubblicitaria “Get a Mac”. Ma il messaggio degli spot di Apple è che i Mac sono migliori; la risposta di Microsoft è un messaggio che già tutti conoscono: che i PC Windows costano meno. I dirigenti marketing e retail di Microsoft abbracciano pubblicamente l’opinione per cui, adesso che tutti vedono che i computer Apple sono cool, Microsoft ha davvero messo Apple alle corde.
Sono un’azienda di software la cui piattaforma principale non piace più agli appassionati di computer. I suoi dirigenti non percepiscono o rifiutano di vedere che sta emergendo l’opinione diffusa (e non solo fra i nerd, ma anche fra un numero sempre più grande di utenti comuni) per cui i PC Windows sono macchine di seconda scelta. Continuano a dominare in termini di quota di mercato per unità vendute, certo, ma non perché la gente non riconosce che i PC Windows siano di seconda scelta; ma perché alla gente non importa, alla stessa maniera per cui a moltissima gente non importa comprare merci di scarsa qualità negli ipermercati.
Ma quello di vendere un miliardo di oggetti a basso costo e dai margini ridotti, per guadagnare sul volume del venduto, è esattamente il business degli ipermercati e delle grandi catene retail. Non è il business di Microsoft.
E nel settore del software per dispositivi mobili, il segmento a crescita più rapida dell’industria dei computer, la piattaforma di Microsoft è insieme inferiore e impopolare. Il suo piano per porre rimedio al problema è cambiare il nome della piattaforma.
Non sto dicendo che Microsoft capitolerà. È un’azienda troppo grande e troppo riconosciuta. Ritengo semplicemente che i suoi risultati fiscali di questo trimestre non siano stati una straordinaria aberrazione, ma anzi la prima prova fiscale di un lungo e lento declino cominciato diversi anni fa.
Il rigato non è sempre elegante
Si è parlato più volte del dibattito, fra utenti Mac, sugli schermi dei portatili Apple attuali. Meglio opachi o lucidi? Beh, consoliamoci, esistono certi utenti PC, in special modo utenti di portatili Hewlett-Packard, per cui il dibattito diventa ’schermi rigati o no?’. La risposta giusta, in questo caso, è no. Sembra ovvio per tutti, meno per Hewlett-Packard.
Ma andiamo con ordine. Il problema è il seguente: esistono alcune serie di portatili HP da 17 pollici (DVxxxx, ZDxxxx, ZVxxxx, dove ‘xxxx’ sono in genere quattro numeri) che iniziano a presentare — spesso dopo pochi mesi dall’acquisto, ma i tempi variano — righe verticali che attraversano lo schermo. Mia moglie è sfortunatamente una delle vittime di tale inconveniente; sul suo HP Pavillion DV8050EA le righe hanno cominciato a presentarsi giusto nel periodo terminale della garanzia. Prima una, sul lato sinistro-centrale dello schermo. E va beh, noiosa ma sopportabile. Poi in rapida successione un’altra, tre, quattro, otto, quindici… Superate le quaranta righe ormai abbiamo smesso di tenere il conto.
L’idea era quella di arrangiarsi. Il portatile, costato 1.500 Euro nel 2006, è ormai fuori garanzia, e portarlo in un centro HP a farlo riparare semplicemente non conviene. Ci informammo tempo fa e ci ventilarono una spesa intorno ai 500-600 Euro. Su eBay più di un venditore offre schermi nuovi adatti per quel modello di portatile, e il costo si aggira (spedizione compresa) intorno ai 160 Euro. La manodopera ce la metto io, e quindi il tutto farebbe meno male al portafoglio.
Tuttavia, in un attacco di ostinazione, ci siamo messi a investigare in Internet, e abbiamo avuto conferma di un sospetto che avevo sempre avuto, e cioè che il problema è noto e diffuso, che HP dovrebbe farsi carico di ripararlo fuori garanzia senza costi per l’utente, ma che invece non lo fa. Il servizio di attenzione al cliente (uno dei tanti, pare che ne abbiano diversi) è bravissimo a fare lo gnorri, e a un’esposizione chiara e paziente del problema da parte di mia moglie, la risposta ottenuta è stata più o meno Non abbiamo notizie di problemi di questo genere legati a difetti di fabbricazione per questo tipo di macchina. Il suo modello ci appare fuori garanzia. Se vuole può mettersi in contatto con un centro di assistenza… e farsi riparare il portatile a sue spese.
È bastata una ricerca superficiale su Google per scoprire di tutto. Un tizio spagnolo ci ha perfino dedicato un blog, No me rayes el HP (cioè ‘non rigarmi l’HP’). C’è poi un altro utente di lingua inglese che ha aperto un sito, HP Vertical Line, per raccogliere storie di altri utenti con il medesimo problema. Non sono pochi. Una persona (la sua storia è su HP Vertical Line) è riuscita a spuntarla per vie legali, e dopo una serie di tira e molla, HP gli ha regalato un portatile nuovo.
Ne ho lette un bel po’, e l’impressione è proprio la classica partita difettosa di schermi che ha piagato quelle tre serie di portatili Pavillion — sui quali peraltro Internet pullula di tante altre storie di terrore. Schede grafiche che si surriscaldano; batterie difettose; componenti scadenti che, se sostituite in garanzia, vengono cambiate inserendo pezzi di ricambio anche peggiori. Quel che HP avrebbe dovuto fare è un richiamo generale delle serie di computer colpite dal difetto di fabbricazione e sostituire le macchine. Quel che dovrebbe fare HP è riconoscere una buona volta il problema ed effettuare la sostituzione gratuitamente anche fuori garanzia. Tanto per fare confronti, Apple lo ha fatto più volte, in via ufficiale con tanto di pagine dedicate sul sito, e anche in via ufficiosa, attraverso contatti diretti con gli Apple Store.
Mia moglie e io non abbiamo ancora deciso se arrangiarci e ripararci il portatile da soli, o se battagliare con HP per quello che, in linea di principio, sarebbe giusto ottenere, ossia una riparazione gratuita. Il comportamento dell’azienda è vergognoso e l’immagine non è certo più quella del costruttore di stampanti ben fatte e durevoli (la mia LaserJet 4L, comprata nel 1994, funziona ancora) a cui mi ero abituato. Però a sentire certa gente, sotto il cofano i Mac e i PC sono tutti uguali.
Sulla preservazione dei dati
Questo articolo trova la sua genesi da una serie di input disordinati raccolti di recente. Non sto a elencarli tutti in dettaglio, ma ne riassumerò alcuni.
1. Un paio di giorni fa mi sono riletto questo vecchio articolo di Mark Pilgrim, del giugno 2006. Nel luglio 2007 menzionai questo articolo in un mio breve post. Riporto nuovamente il passaggio che contestualizzava il riferimento:
Per chi non frequenta il sito/weblog di Pilgrim, occorre spiegare come il nostro stia portando avanti una campagna personale volta all’utilizzo sempre più esclusivo di sistemi e soluzioni open source. Pilgrim ha più volte criticato Apple in quanto, nel suo (più o meno) piccolo, anche Apple implementa soluzioni proprietarie che “obbligano” l’utente Mac a rimanere “legato” ad Apple per la conservazione dei propri dati.
Ricordo di aver letto quanto scritto da Pilgrim con un filo di sufficienza, soprattutto quando dice Ora sto creando cose che voglio essere in grado di leggere, ascoltare, guardare, cercare e filtrare da qui a 50 anni. Ricordo di aver pensato ‘Auguri vivissimi’. Non perché ritengo che il suo sia un proposito sciocco o velleitario, semplicemente perché ritengo che sia un proposito difficilmente attuabile, non importa in che misura uno abbracci l’open source. Su questo ritorno più avanti.
2. Nel mio studio ho ancora in mostra una bella cartolina che presi a Milano nel 2004 quando visitai l’esposizione che celebrava i 50 anni dell’Alfa Romeo “Giulietta”. Tempo fa, quando mi occupai di effettuare un backup accurato di tutte le foto digitali che ho scattato dal 2002 in poi, notai una ‘falla temporale’ nel periodo maggio-luglio 2004, e infatti non riuscivo a trovare da nessuna parte le foto che avevo scattato all’esposizione sulla Giulietta. Un peccato, perché fotografai parecchie automobili Alfa Romeo storiche, e sono un po’ un patito di auto d’epoca. Dopo molto cercare fra CD di backup parziali e provvisori, mi sono ricordato che in quel periodo il disco rigido del mio PowerBook si guastò. Riuscii a ricuperare informazioni importanti (personali e di lavoro), ma evidentemente un folto gruppo di foto digitali scattate nell’arco di tre mesi erano andate perdute senza rimedio. Ho pensato ai rullini di foto che mio padre scattò alle prove del Gran Premio di Monza del 1978: lui possiede ancora i negativi, ben conservati in un’apposita valigetta. Quelle foto, scattate 31 anni fa, sono ristampabili e nuovamente scansionabili oggi. Sono rimaste assolutamente accessibili come lo erano il giorno dopo lo sviluppo.
3. Oggi leggo un commento sul blog di Lucio, rilevante (per me) il punto in cui ‘mAx’ dice: Chiediamo ad un utente WIN se è riuscito a conservare e riesce a visionare i file creati 9 anni fa sul suo attuale PC??.
Come accennavo all’inizio, gli input sono molti di più (ultimissimo in ordine cronologico: una serie di file di sottotitoli con estensione .srt perfettamente leggibili da VLC su Mac ma non da VLC su Windows Vista), ma gli ingredienti della mia riflessione sono sostanzialmente contenuti nei tre punti qui elencati. Partirò dall’ultimo.
Non vi è mai stato un periodo nella mia vita informatica in cui ho utilizzato esclusivamente Windows, ma negli anni più prolifici della mia scrittura creativa l’unico sistema completo (computer più stampante laser) che avevo in casa era un PC, un IBM compatibile con processore Intel 80386DX a 40 MHz. La stampante, un’ottima HP LaserJet 4L. Il sistema, acquistato 15-16 anni fa, era costato circa 3 milioni e mezzo di Lire. Evidente, quindi, che fosse nelle mie intenzioni farlo durare il più a lungo possibile.
Da ‘ex-utente Windows’ posso rispondere a mAx e dire: sì, sono riuscito a conservare e ad accedere a file creati non 9, ma almeno 15 anni fa. I file — incredibile dictu — risiedono tuttora su più di 300 floppy disk gelosamente conservati e protetti in tutto questo tempo. Non ho utilizzato un computer attualissimo per accedervi, lo ammetto, ho dovuto ricorrere a un PC portatile con qualche anno sulle spalle (e soprattutto ancora dotato di un lettore floppy), ma posso dire che file creati in Word 2.0 sotto Windows 3.1 sono stati aperti e letti da Word 2003 sotto Windows XP Professional. Nessuna perdita di dati o formattazioni, se si esclude la mancanza di certi font usati nel 1993 (problema risolvibile installando quei font sul PC più moderno — li ho ancora tutti, conservati in una quarantina di floppy).
È però una cosiddetta vittoria di Pirro. Nel 1993-1995 creai moltissimo materiale (piccole raccolte di poesie, progetti per libri altrui, materiale pubblicitario, opuscoli, guide, ecc.) utilizzando Microsoft Publisher 2.0 per Windows 3.1. (Sì, vi vedo sorridere. Mi sono fatto le ossa su Publisher, sono arrivato a conoscere quel programma come il palmo della mia mano, ho appreso i primi rudimenti di book designing con quel sistema e quel software, e non me ne vergogno. Publisher 2.0 e Word 2.0, a quell’epoca e su quella piattaforma, erano ottimi programmi, robusti e stabili. Nella mia esperienza, Word 2003, Word 2007, sono andati in crash in un pomeriggio più volte che Word 2.0 in cinque anni).
Ora l’esistenza di quel materiale è appesa a un filo. Il formato Microsoft Publisher è proprietario e, che io sappia, non esiste un software in grado di aprire un file .pub in modo trasparente. Per accedere a quei file e a quei lavori devo utilizzare una certa combinazione di hardware e software, più moderni ma ancora ‘retrocompatibili’, e da lì tentare un’esportazione verso formati più accessibili e duraturi, anche se dopo alcune prove è chiaro come sia più semplice conservare i contenuti che non la forma e le formattazioni — che per un progetto librario, un opuscolo, una guida, non ha completamente senso.
Il primo passo per mettersi sulla buona strada verso la preservazione dei propri dati è cercare di essere il più lungimiranti possibile all’atto stesso della creazione di quei dati. Mai pensare al presente soltanto, mai pensare Adesso creo. Di tutto il resto mi occuperò in un secondo momento. Per non perdere tutto il materiale da me creato nel 1993-1995 con quella workstation PC oggi sono costretto a mantenere una analoga workstation che supporti le tecnologie hardware vigenti in quegli anni (lettore di floppy, porta parallela per collegare la stampante HP — sì, sempre quella, ancora funzionante), e dei software che mi permettano di leggere tali informazioni. E non è tutto: per ‘tramandare’ quei dati e fare in modo che siano ancora accessibili fra 5-10 anni, è necessario che l’hardware sia sufficientemente moderno per esportare i dati in altri formati o per scriverli su altri supporti (CD e DVD, per esempio). Altrimenti tutti quei dati saranno presto illeggibili.
Quando producevo quei lavori, ancora reduce della spesa per il PC prima e per la stampante laser poi, ragionavo in modo miope: siccome quella workstation ‘doveva durare’, mentre creavo quel materiale non mi preoccupavo della sua accessibilità di lì a pochi anni. Una parte di me dava per scontato che avrei sempre trovato un modo per cavarmela, e tiravo avanti. Ma è bastato cercare di passare quei file su piattaforma Mac nel 1996 per scontrarmi con problemi di incompatibilità e di illeggibilità.
Oggi avverto le preoccupazioni di Mark Pilgrim in maniera più acuta. Rispetto al 1993, l’informatica ha fatto passi in avanti inconcepibili, eppure la persistenza dei dati e la loro potenziale volatilità rimangono un problema. Negli anni ‘80 e ‘90 una fonte magnetica poteva cancellare floppy e nastri e tutto era perduto. Oggi si salta un backup e/o si guasta un disco rigido e la situazione può essere ugualmente disperata. Il problema dell’accessibilità dei dati (e quindi della loro preservazione) abbraccia più livelli. Devono essere copiati su supporti sempre attuali o quantomeno leggibili da dispositivi con un minimo di compatibilità all’indietro. Devono essere duplicati per sicurezza su più supporti. Devono essere in formati il più possibile ‘aperti’ e comprensibili dalle applicazioni oggi in uso. O meglio: possibilmente dalle applicazioni in uso domani. Per non parlare della compatibilità fra piattaforme differenti.
Non si tratta di giocare agli indovini ma, come dicevo, di cercare di evitare il rischio miopia. Io mi sono sempre occupato di testi, e questa è stata una fortuna, in retrospettiva. Il testo puro, non formattato, è leggibile da un centinaio di applicazioni di qualsiasi epoca e piattaforma. In altri ambiti — audio, video, grafica, DTP — le insidie aumentano. Con applicazioni che registrano file in formati proprietari, le insidie aumentano, e quel che può essere normale amministrazione oggi diventa quasi sicuramente un bel grattacapo domani.
Quando dicevo all’inizio che l’approccio di Pilgrim nel rivolgersi all’open source è lodevole ma non sufficiente a garantire la leggibilità dei suoi dati da qui a 50 anni, non intendevo sottovalutare l’open source (è grazie a progetti open source che si riesce, come nel caso dello scanner di Lucio, a interfacciare tecnologie datate con strumenti attuali). Intendevo semplicemente far notare come le variabili in gioco siano comunque molte. Esempio: supponiamo di avere una serie di file .qxd creati da QuarkXPress 3.3 su un Macintosh con System 7.1 nel 1995 e registrati su un disco magneto-ottico. Per poter leggere quei file nel 2009 da un Macintosh con processore Intel e con l’ultima versione di Mac OS X è necessario avere un lettore compatibile con il supporto in cui sono stati archiviati; una versione del programma che ha generato i file abbastanza moderna da girare sui Mac di oggi e che abbia la capacità di leggere i file creati da una versione così datata dello stesso programma; oppure un’altra applicazione in grado di interpretare quei file in maniera sufficientemente affidabile. Magari si possiede il dispositivo per leggere fisicamente i dati, ma non il programma per interpretarli. O viceversa. Questo per limitarmi alla punta dell’iceberg.
Ammetto che l’esempio di prima possa essere una situazione-limite, ma non è del tutto improbabile. Gli utenti come me e voi che mi leggete ormai ben conoscono un altro caposaldo per una migrazione e conservazione (abbastanza) efficiente dei dati: il backup e la loro copia continua su supporti sempre attuali, la ridondanza dei luoghi e possibilmente dei formati dei dati (di quella fattura fatta in Pages o Numbers, meglio avere anche una copia in PDF, sai mai). Ma quando mi capitano in mano i negativi fotografici, miei e quelli di mio padre o mio nonno; quando sfoglio libri antichi, oppure solo racconti da me dattiloscritti una ventina d’anni fa, mi vien da pensare a una cosa di cui ho già parlato qui tempo addietro. Penso che un bel traguardo tecnologico nella preservazione dei dati sarebbe la creazione di un supporto duraturo che non ci costringa a fare i ‘data-sitter’, che non ci obblighi alla costante manutenzione delle informazioni create. Che elimini (almeno in parte) la costante preoccupazione per la salvaguardia e la compatibilità di file e informazioni.
Ovviamente non sarebbe una panacea e risolverebbe il lato hardware della questione. Il lato software rimarrebbe un ostacolo interessante. È forse anche per questo che sono vent’anni che la metafora dell’interfaccia dei sistemi operativi è ferma alla ’scrivania’, ai ‘file’ e ‘cartelle’, e così via? La ‘paura del nuovo’ in quest’ambito è forse quella di creare una metafora così innovativa da tagliare irrimediabilmente i ponti con il passato, lasciando i vecchi archivi sull’altra sponda del guado? Ma è un’altra storia, che affronterò presto in questa sede.
Pubblicità vintage: un tentativo apprezzabile
Sistemando i miei archivi, mi sono imbattuto in questa immagine che scaricai da Internet tempo fa. È un annuncio pubblicitario di Compaq della metà degli Anni Ottanta. In piena strategia di marketing comparativo, il prodotto in questione — una nuova serie di personal computer portatili — viene messo a confronto con i prodotti di punta della concorrenza a quel tempo. È interessante notare come il copywriting sia molto in stile Apple. Anche lo slogan sotto il logo Compaq — “Semplicemente, funziona meglio” — potrebbe benissimo essere applicato al Mac (e infatti oggi uno dei tanti slogan usati da Apple per il Mac è It just works, ossia “Semplicemente, funziona”.
Le didascalie — sotto il PC IBM: Difficile da trasportare; sotto il PC portatile: Difficile da leggere; sotto il Macintosh: Difficile da espandere; sotto il Compaq portatile: Difficile da battere.
Il messaggio:
In un confronto di funzionalità, è difficile battere i computer COMPAQ Portable e COMPAQ Plus. Per una ragione molto semplice. Mentre gli altri accettano dei compromessi, COMPAQ produce personal computer portatili che possono svolgere lo stesso lavoro di un computer da scrivania. E molto di più.
Se paragonati all’IBM PC, per esempio, i portatili COMPAQ possono eseguire gli stessi programmi aziendali più diffusi, possono utilizzare le medesime stampanti, hanno una capacità di archiviazione espandibile fino a essere più di 30 volte maggiore. E inoltre hanno una maniglia.
Se paragonati ad altri computer portatili, i prodotti di COMPAQ offrono di più, ancora una volta. Più memoria, più capacità di archiviazione. Una tastiera standard. Drive floppy standard, così da poter utilizzare subito, senza modifiche, qualsiasi programma. Per non parlare di uno schermo luminoso, ad alta risoluzione, che visualizza testo più immagini grafiche contemporaneamente. Non uno schermo con cui giocare al gioco del cucù.
Se paragonati al Mac, i computer COMPAQ vi permettono di aggiungere un secondo drive floppy, o addirittura un disco fisso da 10 megabyte. Dentro, non fuori. Per non parlare del fatto che noi di COMPAQ parliamo la Lingua Madre del Business e il Mac no.
Con un computer COMPAQ robusto e completo di funzioni non dovrete compromettere le capacità, la compatibilità o la leggibilità a vantaggio della portabilità.
COMPAQ – ”Semplicemente, funziona meglio”.
Ufficio complicazioni affari semplici (2)
Seguito del post di ieri, ecco come è finita la vicenda. Una volta introdotto il codice per scaricare legalmente la copia digitale de Il Cavaliere Oscuro, sono partiti due download. La finestra di dialogo mi informava che il download più grande (un file da 2,1 GB) era destinato per la visione su PC, avendo una maggiore qualità e definizione; mentre il file video più piccolo (da 625 MB) era destinato alla visione su dispositivi portatili.
Bene, ultimati gli scaricamenti, ecco accadere quel che immaginavo. Si tratta di due file WMV protetti da PlayForSure, che possono essere visti soltanto sul PC su cui sono stati scaricati. Ogni volta che si fa doppio clic su uno di essi, si apre Windows Media Player con una finestra in cui chiede l’introduzione del codice. Copiando i file sull’altro PC di Carmen e inserendo il codice, appare un avviso che dice sostanzialmente che ’si è raggiunta la quota massima di licenze’, e propone di uscire da Windows Media Player come unica opzione.
Ora, passi questo comportamento per il file ad alta qualità da vedere sul PC. Ma che senso ha riservare lo stesso trattamento anche per il file a bassa qualità ‘destinato alla visione su dispositivi portatili’? Come si fa a vedere il film su un dispositivo portatile se la visione del filmato non parte perché è stato copiato altrove e non si trova sul PC originale? Che senso ha far scaricare due versioni che, allo stato delle cose, posso soltanto vedere su un computer?
Ma sì, una spiegazione può essere che viene data la possibilità di scaricare due file di diverse dimensioni e qualità per poi riprodurre quello più adatto alla potenza del PC. Per cui se uno ha un netbook o un Pentium-baracchino aprirà il file più piccolo. Però potrebbero fornire una maggiore flessibilità nelle scelte iniziali, e offrire la possibilità di vederlo almeno su un’altra macchina. Basterebbe utilizzare un sistema di autorizzazione dei computer come fa iTunes.
Alla fine risulta più pratico guardarsi il film in DVD o in Blu-Ray…
Ufficio complicazioni affari semplici
[Nota: Il titolo originario del post era Un promemoria del perché odio il mondo Windows e il DRM. Mi è stato fatto notare nei commenti che potrebbe essere leggermente fuorviante e, ragionandoci a mente fredda, tendo a essere d'accordo; di qui il nuovo titolo, più neutrale se vogliamo.]
Da archiviare in: Quelle piccole cose che dànno ai nervi.
Una collega di Carmen ci regala il foglietto inserito nella scatola deluxe de Il Cavaliere Oscuro, su cui è stampato un codice per poter scaricare una copia digitale del film da Internet, legalmente. Il foglietto dice essenzialmente: 1) vai sul sito Taldeitali, 2) inserisci il seguente codice, 3) segui le istruzioni a video.
Ora, nella mia forma mentis di utente Mac e di persona pratica, mi immagino lo scenario che segue: vado sul sito indicato, troverò un modulo da compilare, il codice verrà convalidato e verrò dirottato a una pagina Web protetta con un cookie di sessione e potrò scaricare il file video. Se il mondo fosse governato da questa mentalità forse staremmo tutti meglio. Fra l’altro, piani di dominazione del mondo a parte, la procedura che ho immaginato non è tanto dissimile da quella che seguii qualche mese fa quando scaricai legalmente la copia digitale (file MP3) di un vinile di Tom Waits che avevo acquistato.
Invece no. Vado sul sito indicato con Safari ed esce un avviso in inglese che, tradotto, recita: Siamo spiacenti, ma soltanto la piattaforma Windows (Windows XP e versioni superiori) è supportata in questo momento. Sbuffo, accendo il PC portatile di Carmen, apro Chrome e torno sul sito.
Invece del modulo da compilare, devo scaricare un’applicazione.
Sbuffo. Scarico l’applicazione.
Avviata l’applicazione (che ha il logo WB della Warner Brothers), un avviso mi informa che è necessario prima aggiornare Windows Media Player alla versione 11.
Sbuffo. Premo il pulsante per iniziare l’aggiornamento.
Scaricato l’aggiornamento e avviato, mi chiede di confermare il processo di convalida dell’installazione di Windows XP sul PC.
Sbuffo. Confermo. Si installa l’aggiornamento.
Passano dieci minuti.
Finito il processo, mi si dice di riavviare il PC, ché è meglio.
Sbuffo. Riavvio. Riavvio l’applicazione.
Un altro avviso mi informa che è necessario aggiornare i componenti di sicurezza di Windows Media Player per riprodurre file protetti sul computer.
Sbuffo. Premo il pulsante per iniziare l’aggiornamento.
La voglia di spegnere e mandare il tutto dove potete immaginare si fa sempre più forte.
L’aggiornamento ci mette molto poco. Sono quasi incredulo.
Finalmente mi viene chiesto il codice. Lo inserisco, e finalmente inizia il processo di scaricamento.
Sono curioso di vedere che tipo di file verrà scaricato e se sarà possibile almeno riprodurlo sull’altro PC di Carmen che ha uno schermo migliore. Ma a questo punto non ho grandi aspettative.
Piccola riflessione a margine: il tempo passa, ma l’industria dell’intrattenimento continua a non capire che non è così che si combatte la pirateria. È anche nel rendere veloce e amichevole il processo di ottenimento di copie digitali legali che si fa felice il cliente onesto che ha già sborsato 27 Euro per il DVD edizione deluxe. (In questo caso specifico è stato un regalo, ma ci capiamo). Io ci ho perso più di mezz’ora in questo processo, volendo seguirlo in maniera onesta. Ma se avessi voluto barare, sarebbe bastata una ricerca in Google del torrent del file video (ricerca che dura probabilmente 2 secondi), e in meno di cinque minuti avrei già iniziato il processo di scaricamento di un file che, al 99,99% è un archivio .avi apribile in tutti i Mac e PC di casa. È per questo che l’iTunes Store continua a essere un formato vincente: facilità d’uso e di ricerca dei contenuti, reperibilità immediata, acquisto con un clic.
Il mini della discordia
Il 3 marzo Apple ha finalmente aggiornato anche la linea desktop. I cambiamenti più notevoli non riguardano tanto l’iMac, quanto il Mac mini e il Mac Pro. Ma è il Mac mini al centro della discussione, almeno per quanto mi è dato vedere nelle mailing list, forum e blog che seguo. Farò anch’io le mie considerazioni a riguardo.
Il Mac mini attendeva un aggiornamento da più di un anno e mezzo, e i ritocchi stavolta non sono stati superficiali. Esteriormente non è cambiato nulla, dentro è un’altra cosa. Il processore è più veloce, il bus di sistema e la memoria RAM pure, la scheda grafica è migliore, i dischi rigidi sono più capienti, il massimo di RAM installabile è maggiore, il SuperDrive è di serie, per non parlare delle porte: due porte video (DVI e DisplayPort), FireWire 800 (che ormai è la nuova FireWire 400 a livello di diffusione sui Mac), e cinque porte USB.
Il prezzo: 599 Euro (579 in Spagna) per la versione con disco rigido da 120 GB e 1 GB di RAM, e 799 Euro (779 in Spagna) per la versione con disco rigido da 320 GB e 2 GB di RAM.
Prima di buttarmi nella polemica, mi voglio levare un sassolino dalla scarpa. La scelta di continuare con la proposta del mini in due versioni è discutibile. Non è tanto un discorso di prezzo, come vedremo fra poco, ma di scarsa differenziazione delle due versioni, soprattutto per come viene percepita dal pubblico. Prendiamo l’iMac. Bello o brutto che sia, la distinzione fra le due versioni è netta: una ha lo schermo da 20 pollici, l’altra da 24. Tralasciamo per un attimo il fatto che in realtà l’iMac è proposto in quattro versioni (che si differenziano comunque l’una dall’altra per elementi facilmente distinguibili e quantificabili: processore più veloce, disco rigido più capiente, scheda video migliore, maggiore quantità di RAM video a disposizione) — la prima grande distinzione percepibile dal pubblico è lo schermo, sono le dimensioni fisiche della macchina. Una è più ‘grossa’: agli occhi dell’acquirente questo singolo fattore mette già in moto due suggestioni: 1. È più grosso = ha più cose, è ‘migliore’; 2. È più caro. E l’acquirente, che sia interessato all’iMac o meno, percepisce la distinzione immediatamente e giustifica le differenze.
Con il Mac mini il discorso non regge. Non c’è un elemento esteriore che proponga all’acquirente un’immediata distinzione. L’offerta è quella: due Mac mini del tutto identici fuori e con scarse differenze al loro interno. Uno non sembra nettamente ‘migliore’ dell’altro, né più ‘professionale’, né altro. L’unica cosa notevole agli occhi del pubblico è il prezzo, due prezzi piuttosto diversi, che l’acquirente fatica a giustificare, perché fatica — e non a torto — a percepirne le reali differenze.
Due possibili soluzioni avrebbero potuto essere:
- Proporre un unico Mac mini, con le caratteristiche dell’attuale versione di punta.
- Differenziare le due versioni in maniera più marcata, per esempio offrendo un maggior numero di accessori con la versione più costosa (tastiera e Mighty Mouse wireless, adattatori video); questo avrebbe creato una serie di elementi che il pubblico avrebbe potuto distinguere da subito (come per gli iMac): l’impressione di avere un sistema Apple completo, monitor a parte, comprando la versione di punta; una confezione ‘più grossa’ per il Mac mini più costoso (proprio perché comprensiva di accessori)… insomma, dettagli stupidi, ma a favore di una maggiore credibilità.
Detto questo, c’è chi trova troppo caro anche il mini da 599 Euro. Non sono d’accordo. Provo a offrire il mio punto di vista su due delle obiezioni più diffuse che ho letto o sentito in giro.
1. Con 350 Euro in più mi compro il MacBook entry-level, che ha pure lo schermo. Qui ho scelto una delle tante varianti — un’altra, per esempio, è con 500 Euro in più mi compro l’iMac da 20 pollici, ecc. ecc. Ma che significa? Certo, con duemila Euro in più mi compro un Mac Pro. Si potrebbe andare avanti così a ruota libera. Il fatto è che esistono utenti che non vogliono o non hanno bisogno di un portatile; che hanno già uno schermo a cui collegare il Mac mini; che non hanno spazio sufficiente per un computer più ingombrante; e, perché no, che non hanno 350, 500, 1000, 2000 Euro in più da spendere. Un Mac di queste dimensioni e con questa potenza è un ottimo prodotto per 599 Euro. Si può persino dire che, a confronto, il Mac mini precedente (il modello del 2007) era più caro perché decisamente sottopotenziato, sia rispetto alla concorrenza, sia rispetto agli altri Mac. Chi non ha molto denaro da spendere e vuole entrare nel mondo Mac, trova nel mini un computer sufficientemente potente da dare soddisfazioni per un bel po’. Chiaro, non è il computer più a buon mercato in assoluto, ma è il più abbordabile dei Mac, e offre una potenza paragonabile ad altri Mac più costosi. È anche e soprattutto questo che lo rende appetibile.
2. Esiste il PC [inserire un qualsivoglia modello e marca] che ha le stesse caratteristiche e costa 100, 150, 200, … Euro meno. Può essere, non dico di no. Ma tutti gli esempi che ho visto fare, o mi sono stati fatti, in realtà non calzavano. Che esista un tower Dell con lo stesso Intel Core 2 Duo del mini, che abbia uguale o maggiore memoria RAM, e tutto quel che volete, e costi 499 Euro, o 529, o 599, va benissimo, ma bisogna guardare al di là del proprio naso. Magari non ha la Ethernet gigabit ma una 10/100 normale. Molto probabilmente non ha Bluetooth e scheda wireless di serie, o due porte video. Quasi certamente non si può mettere in uno zaino e trasportarlo facilmente altrove come il Mac mini. Sicuramente non ha Mac OS X. Sicuramente non è progettato come un Mac. Queste non sono inezie, ma sono particolari che tanta gente non considera di valore. Se li si porta alla luce spesso si viene bruscamente etichettati come ‘fanatici Apple’, l’interlocutore alza gli occhi al cielo o fa una smorfia e la discussione finisce lì. Molti danno per scontato che si possa far stare un concentrato di tecnologie in così poco spazio, ma io non ho visto in giro tutta questa moltitudine di HP, Sony, Toshiba, Acer, Dell, piccoli come il Mac mini e altrettanto ben progettati.
Progettazione, design ingegneristico e integrazione fra hardware e software sono, in generale, fattori considerati di minore importanza dai detrattori, i quali, limitandosi a un confronto di specifiche tecniche su carta, non le vedono come ragioni sufficienti a giustificare il maggior prezzo del Mac mini ‘a parità di prestazioni’. Ho messo l’ultima espressione fra virgolette, perché non basta che le due macchine abbiano lo stesso Intel Core 2 Duo e la stessa RAM per sostenere chissà quale parità. Si possono fare le prove più svariate sul campo per dimostrarlo. Empiricamente, mi sono limitato a confrontare le prestazioni di due computer portatili che ho avuto sottomano contemporaneamente alcune settimane fa: il Toshiba Satellite (non chiedetemi il modello, ma è recente, direi del tardo 2007) di mia moglie, e il MacBook bianco di mio cognato, che è della serie anteriore a quello attualmente in commercio — è il modello entry-level dello scorso anno (Early 2008), con processore grafico Intel GMA X3100 e unità ottica Combo. Il Toshiba ha un Intel Core 2 Duo a 2,3 GHz e 3 GB di RAM; il MacBook ha un Intel Core 2 Duo a 2,1 GHz e 2 GB di RAM. Entrambi i computer non hanno configurazioni software particolari; mia moglie e mio cognato sono entrambi utenti per i quali va benissimo il software che viene preinstallato sulle macchine, e sostanzialmente i due computer hanno simili programmi: posta, browser, programmi per vedere DVD e video, la suite Microsoft Office, ecc. Cambiano i sistemi operativi, naturalmente: da una parte Vista Home Premium, dall’altra Mac OS X Leopard. Non ricordo che scheda grafica abbia il Toshiba, ma la memoria video è 256 MB, e a giudicare da un’icona presente nella taskbar, deve trattarsi di una ATI — quindi dedicata e non integrata, con memoria video separata e non condivisa con quella disponibile al sistema. Eppure…
Eppure il Toshiba si è rivelato meno reattivo nell’effettuare qualsiasi compito, dall’aprire una serie di finestre, o passare da un’applicazione attiva all’altra, al gestire il medesimo numero di applicazioni aperte sul MacBook. Con aperti Word, Excel, Outlook, Firefox, Google Chrome, Windows Media Player, iTunes il Toshiba era visibilmente più in difficoltà del MacBook con aperti Word, Excel, Mail, Firefox, Safari, VLC, iTunes e iPhoto. La mia non è stata una prova condotta scientificamente, ma la ritengo indicativa perché riproduceva situazioni tipiche dell’uso quotidiano.
Tornando al mini e alla seconda obiezione, è assai probabile che vi siano dei PC paragonabili al mini, specifiche tecniche alla mano, e che costino come il mini, o anche meno. Ma che sia la stessa cosa che usare un Mac mini… ho ragione di dubitare.
Non è questione di essere utente Mac, è questione di mentalità in generale. Esistono persone che ragionano in questo modo: per passare a Mac, il Mac deve costare ancora meno del PC medio mediocre in circolazione, e deve avere sulla carta delle prestazioni avvertite come superiori (processore più veloce, scheda grafica ‘migliore’, e così via). Insomma, perché Apple non ha introdotto un Mac mini a 8 core al prezzo di 299 Euro IVA inclusa? È così che si fa, altrimenti è bancarotta. Solo che Apple ha un fatturato strepitoso, ha 25 miliardi di dollari in banca, e forse in quanto a marketing ne capisce un po’ di più del sapientone pezzente di turno.
Molti dei miei interlocutori sull’argomento sono persone che provengono da anni di PC e manifestano una curiosa maniera di ragionare ‘al ribasso’: il computer migliore è quello che costa meno a prescindere. Se trovano un portatile a 700 Euro non va bene, perché sicuramente si può risparmiare comprando il portatile di un’altra marca in offerta al Carrefour per 549 Euro. Poi non importa se è così pieno di spazzatura software e mal configurato da essere minimamente usabile; non importa se per evitare il surriscaldamento ha due ventole attive in continuazione che fanno rumore come un asciugacapelli; non importa se dopo un mese di utilizzo i fermi in plastica(ccia) che fissano la tastiera si rompono e quando si batte sui tasti un po’ velocemente la tastiera si solleva; non importa se dopo sei mesi lo schermo LCD inizia a degradare presentando righine verticali. (Tutte situazioni di cui sono stato testimone). A questa gente importa il prezzo e basta. Questa gente ti dice che dentro i Mac e i PC sono uguali. Questa gente ti dice che tutta ’sta storia del design dei prodotti Apple è una minchiata, uno specchietto per le allodole. Io apro il mio iBook conchiglione del 2001, senza un difetto, senza un guasto in 8 anni di uso continuato, e tiro dritto.
Prima di concludere vorrei ribadire che non è mia intenzione fomentare l’ennesima diatriba Mac contro PC. Perché se mi si legge fra le righe, si può capire che non sto dicendo: i Mac sono migliori, i PC fanno schifo. PC di buona qualità ve ne sono — ma non costano 500 Euro nemmeno loro. Con il mini alla soglia dei 600 ci si porta a casa un buon computer, potente e di dimensioni contenute, ben progettato e configurato in modo da essere subito produttivi. È in quest’ottica che bisogna inquadrarne il prezzo, ed è in quest’ottica che giudico il Mac mini un computer abbordabile e non necessariamente ‘costoso’.
[Link] Apple, i netbook e i pezzenti
Spezzo la serie di post dedicati al Newton con un breve ‘ritorno di fiamma’ sui netbook. Alla FNAC di Valencia, da prima del periodo natalizio, hanno creato un’isola in cui esporre esclusivamente netbook di ogni marca e colore. Sta giusto di fianco all’elegante isola Apple, con tavolo in legno chiaro e colonna metallica nera con il logo Apple illuminato. Vado abbastanza spesso a fare un giro alla FNAC con mia moglie, vuoi perché ci può essere qualche occasione o novità fra i DVD, o perché ho voglia di sfogliare libri su arte, design e tipografia che non mi potrò facilmente permettere, o perché ho sentito della musica nuova e voglio vedere se trovo il CD (sono ancora un po’ vecchio stampo e continuo a preferire il CD per i miei acquisti, specie se si tratta di jazz o musica classica).
Insomma, continuo a vedere l’isola dei netbook per lo più deserta; magari qualcuno di tanto in tanto chiede un paio di informazioni al commesso di passaggio, ma in linea di massima non mi pare che attragga molti visitatori. Al contrario, è molto, molto difficile avvicinarsi ai MacBook e MacBook Pro unibody esposti nell’isola Apple. Se voglio smanettare un po’ con quel che (spero) sarà il mio prossimo acquisto, devo aspettare fino a circa una mezz’ora prima dell’orario di chiusura.
Mi spiace reiterare, ma più passa il tempo, meno sono convinto che Apple abbia interesse a buttarsi nel mercato dei netbook (sempre che ve ne sia uno per davvero). Ieri sera pensavo proprio a questo, poi ho letto l’articolo di Adrian Kingsley-Hughes a cui rimanda il solito John Gruber e, beh, Kingsley-Hughes mi ha tolto le parole di bocca, pur con un tono forse più provocatorio.
Il suo intervento è ben riassunto nel titolo: Credete davvero che Apple sia disposta a seguire i consigli commerciali di un branco di pezzenti?
E il nocciolo del discorso è:
Vedete, esistono due scenari ben distinti. Nel mondo reale troviamo Apple, un’azienda multimiliardaria che si è creata una propria nicchia come compagnia che produce tecnologia esclusiva. Vendendo in tutto il mondo i suoi prodotti a prezzi relativamente alti, quest’azienda ricava miliardi di dollari ogni anno. È anche un’azienda che ha 25 miliardi di dollari (sì, miliardi) in banca, e non ha debiti. Sotto ogni punto di vista, Apple è in buona salute.
Però poi, in qualche bizzarro universo parallelo, vi sono dei tizi che vorrebbero disperatamente che Apple si avventurasse nei territori dei PC a poco prezzo e dei netbook, segmenti di mercato che notoriamente producono margini di profitto davvero esigui e in cui si azzuffano almeno una dozzina di altri nomi importanti fra i costruttori di PC. Se si considerano le varie posizioni dei personaggi appartenenti a questo bizzarro universo parallelo, alla fine la conclusione è una: Apple dovrebbe produrre un computer a basso costo per soddisfare le esigenze del consumatore taccagno.
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Certo, se potessi comprare un Mac Pro a 500 dollari, lo comprerei, ma sicuramente non mi metterei a creare una vuota discussione dicendo che Apple dovrebbe vendere sistemi a basso prezzo solo perché a me farebbe comodo. Apple, in realtà, non dovrebbe. Almeno finché il suo attuale modello di business le fa guadagnare denaro. Sicuro, oggi si spende meno, e i netbook sono indubbiamente interessanti. Ma occorre vendere parecchi netbook per eguagliare i profitti di un MacBook Pro o di un iPhone.
In sostanza, come scrivevo ieri su Twitter, forse qualcuno sente il bisogno di comprare un netbook marcato Apple, ma Apple non sente il bisogno di (produrlo e) venderlo, almeno non ora.



