Autoritratto con mele

Il blog di Riccardo Mori

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Ho sognato una rivista di informatica

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In questi ultimi 25 e passa anni sono stato un consumatore piuttosto assiduo di riviste di informatica e tecnologia, e in piccola parte vi ho anche collaborato. Le basi, le radici della mia cultura informatica vengono da lì. Le riviste hanno giocato un ruolo senza dubbio essenziale nella mia vita. Hanno stimolato un interesse sempre crescente per i computer e l’informatica in generale e probabilmente non starei qui a scrivere un blog sul Macintosh e Dintorni se non avessi letto, a suo tempo, alcune delle testate dello storico Gruppo Editoriale Jackson quali Bit, Personal Software, Elettronica Oggi, PC World Magazine, Computer Grafica e Applicazioni, per non parlare dei vari Super Commodore 64 e 128, Super Apple e Super Sinc (all’epoca ero un ‘commodorista’, ma mi piaceva informarmi e conoscere l’architettura delle macchine di casa Sinclair). Poi ovviamente sono venuti Macworld in italiano e inglese, MacFormat, MacUser, MacAddict, e via dicendo. [Aggiungo qui una grave dimenticanza: sì, leggevo anche MC Microcomputer, ci mancherebbe.]

Oggi si parla molto del declino di giornali e riviste, che a quanto pare hanno il fiatone e non riescono a stare al passo con l’immediatezza dell’informazione fornita dal Web. Può darsi senz’altro. Va detto che sono ormai anni che queste riviste propongono una struttura interna sempre uguale a se stessa. Foto di copertina con strillata la novità del mese (che è già notizia vecchia di almeno due settimane — e non può essere altrimenti visti i tempi di pubblicazione), e un sommario fatto di editoriale, rubriche fisse (posta dei lettori, le news, trucchi & consigli, ecc.), alcuni approfondimenti di ampio respiro, tutorial, recensioni hardware e software, un paio di articoli di opinione, e l’immancabile disco con software dimostrativo da provare.

Anche l’impostazione esteriore non lascia molto spazio alla distinzione. Basta un’occhiata in edicola: che trattino PC, Mac o Linux, poco le differenzia graficamente e stilisticamente, a parte il nome, ovvio. Di solito faccio un giro in un’edicola molto fornita all’interno di un grande magazzino. Le riviste di informatica si trovano riunite insieme a quelle di fotografia digitale, alta fedeltà, telefonia mobile, tecnologia, videogiochi e console, e via dicendo. Si fa fatica a distinguerle: sembrano quasi tutte cataloghi di prodotti, spesso con la bella ragazza più o meno vestita che presenta l’ultimo gadget informatico con un sorriso. È forse una sensazione generale difficile da elaborare con esempi documentati, ma non posso fare a meno di notare un calo di spessore (meno pagine e non solo) e di qualità di tutto questo ammasso di carta colorata.

Io credo che il formato cartaceo sia ancora praticabile, a dispetto del Web. È indispensabile un aggiustamento di rotta, perché per esempio sul piano della freschezza delle notizie niente batte il mondo online. Ma vi sono molte aree da poter esplorare e rivedere. E così ho sognato una rivista di informatica.

È un sogno, e nei sogni tutto è gratuito, per cui non farò stime economiche di costi di produzione, dei materiali, ecc. Mi limito all’ambito estetico e contenutistico. Per prima cosa la rivista è bella fuori: copertina robusta e non necessariamente lucida, formato simile a certe riviste di architettura e design, impostazione grafica minimale ed elegante, titoletti che richiamano i principali argomenti che informano senza avere caratteri di grossezza e dimensione invadenti; la foto deve essere una, e deve essere sempre una foto, niente montaggi grafici fatti in Photoshop o Illustrator.

La rivista deve avere spessore, in tutti i sensi: molte pagine, molti contenuti, pubblicità quanto basta, possibilmente posizionata in modo da non essere troppo fastidiosa.

Il grosso lavoro riguarda appunto i contenuti. I punti di partenza sono due: 1) come si consuma il Web, 2) come si rapporta il lettore alle riviste di settore attualmente in circolazione.

Come si consuma il Web — Ovvero come avviene la fruizione delle notizie di informatica e tecnologia sul Web e a quali abitudini ci spinge. È presto detto: a pillole. Feed RSS da una parte, siti specializzati che scrivono le notizie dell’ultim’ora in stile ANSA dall’altra, e poi articoli di blog e interventi nei forum. La maggior parte di queste informazioni sono brevi, frammentarie e ridotte all’essenziale. Tutti gli autori che offrono consigli per scrivere sul Web mettono l’accento sulla brevità ed efficacia. Tutta questa brevità unita al bombardamento costante di particelle di dati grezzi ha un impatto non indifferente sul nostro modo di leggere e sull’attenzione. Ve n’è sempre meno, così come vi è sempre meno tolleranza per scritti più lunghi, articolati e meditativi, almeno online. Visto il successo di Twitter, il cui modello di comunicazione rispecchia esattamente questo approccio, evidentemente è questa una delle strade principali da percorrere sul Web. (Altrettanto evidentemente, questo blog va in completa controtendenza, e considerati gli apprezzamenti che ho ricevuto, posso dire con sollievo che non a tutti piace necessariamente il breve e il succinto, e che le persone hanno ancora voglia di approfondire e seguire un discorso).

Come si rapporta il lettore alle attuali riviste di settore — Le riviste di informatica in circolazione sono in genere dei mensili, ma da quel che mi è dato vedere, la consumazione è rapida, quasi nei tempi di un quotidiano. È sempre più raro che si legga una rivista per filo e per segno. A volte interessa una certa recensione annunciata in copertina, o un tutorial, o il dossier ’speciale’ al centro della rivista, ma poco altro. A volte si fa in tempo a leggere le parti interessanti mentre si sfoglia la rivista in edicola, poi si guarda il prezzo e si è presi dalla sensazione che, ormai, comprarla è quasi superfluo. Sto barbaramente generalizzando basandomi su osservazioni empiriche, sia chiaro.

Ecco, tornando al mio sogno di rivista informatica, essa sarà trimestrale e quindi all’insegna dell’ampio respiro e dell’approfondimento. E conterrà davvero poco di tutto quello che si può facilmente trovare in rete. Le notizie selezionate saranno rivolte a quelle persone, magari della passata generazione, che non hanno l’abitudine di stare tutto il giorno davanti al computer ma che vogliono allo stesso tempo tenersi al passo coi progressi del settore. La rivista avrà molti collaboratori, che scriveranno articoli secondo la propria specializzazione. Eliminando l’ansia dell’essere aggiornati il più possibile (una competizione con il Web persa in partenza), vi saranno contributi che riassumono gli interventi più interessanti e informativi apparsi nei blog specializzati su un certo argomento, nel caso traducendo le fonti. In questo modo una problematica può essere presentata in maniera più completa e da più punti prospettici.

Invece di trucchi e consigli specifici, articoli che insegnino a usare il Web, a familiarizzare con i motori di ricerca, a saper assemblare ricerche efficaci. E articoli che non solo esaltino il nuovo gadget, ma che stimolino anche un certo senso critico verso tutti questi oggetti tecnologici che ci circondano, e che ci ricordino che siamo noi a usare la tecnologia a nostro vantaggio e che non dobbiamo per forza farci condizionare da essa.

Insomma, una rivista che abbia un taglio culturale marcato e che non sia solo un catalogo di oggetti, un almanacco di trucchetti e tutorial, una collezione di shareware che arriva nelle edicole già obsoleto. Una rivista che si faccia leggere dal principio alla fine. Che non voglia accontentare per forza tutti i palati. Che offra letture intelligenti in quei momenti più rilassati in cui la nostra attenzione non è spezzata dal multitasking frenetico a cui ci costringono i tempi moderni e l’Internet.

Se trovo del tempo magari, chissà, potrei perfino realizzare una bozza in PDF.

Written by Riccardo Mori

18 Maggio 2009 alle 6:07 pm

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Il vizio di sempre

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È solo una nota di colore che mi ha fatto un po’ sorridere. Stavo sistemando vecchie scartoffie e mi capita in mano una busta in cui avevo conservato tre inserti “Digidattica” della storica rivista italiana di informatica Bit, nonché un numero della rivista stessa, risalente al 1983, purtroppo senza copertina. Ho preso a sfogliarla, subito colto da tenerezza e nostalgia nel vedere le varie pubblicità di ZX Spectrum, Commodore VIC-20 e 64, ma anche Olivetti M20 e l’allora nuovissimo M10, e poi IBM, Hewlett-Packard e via dicendo.

A pagina 9, nella sezione delle News, l’occhio mi cade su un titoletto: Microsoft tenta di imporre il suo standard. Sì, sembra una notizia fresca dell’altro giorno. Ripeto, la rivista è del 1983. Riporto per curiosità l’intero trafiletto:

Forte dell’enorme successo incontrato nell’area personal computer con i suoi prodotti software a partire dal notissimo MS BASIC, un vero best seller adottato dai micro a 16 come ad 8 bit, la Microsoft per bocca del suo giovane presidente Billy H. Gates ha lanciato una stimolante sfida alla standardizzazione. Questa — che in origine corrisponde ad un concetto messo in pratica soprattutto da due case giapponesi costruttrici di hardware: la Matsushita e la NEC — va sotto la sigla MSX e fondamentalmente comprende specifiche che per il software corrispondono ad una versione avanzata del BASIC Microsoft mentre anche per l’hardware danno luogo ad indicazioni piuttosto concrete e dettagliate. Il principio ispiratore è quello, in sé sacrosanto, dell’esigenza sempre più sentita della massima trasferibilità del software, tanto di base che applicativo, con il minimo dei costi di riciclaggio nel passare da un sistema all’altro. Ci sembra fin troppo facile preconizzare un’adesione entusiasta da parte dei produttori minori, tanto di sistemi che di programmi, mentre di dubbio appare fin d’ora quella di società che hanno fondato le proprie sorti su una strategia della diversificazione.

In ogni modo l’MSX è un prodotto che, per l’hardware, comprende:

  • lo Z80 Zilog come CPU;
  • il chip 9918 di gestione video della Texas Instruments;
  • un’interfaccia per joystick;
  • cartucce ROM.

Caratterizzato anche da un marchio comune per contrassegnare i prodotti ad esso omologhi l’MSX proclama peraltro di essere un insieme di specifiche ‘aperto’, cui si può aderire pagando una tassa iniziale e royalties definite esigue, ricevendo garanzie di ricevere le specifiche aggiornate ed i diritti d’uso del BASIC Microsoft nella cui ultima versione sono comprese caratteristiche per gestire voci multiple e grafica ad elevata risoluzione. La tassa per l’MSX dà diritto a tale versione ma esclude il sorgente. Gli sviluppi futuri, che palesemente puntano ad un netto rafforzamento della leadership Microsoft, prevedono l’unificazione di altre funzioni hard/soft (quale il governo di videodischi) o l’applicazione di MSX al settore televisivo (per sistemi tipo Videotex?). Contatti intensi son in corso con società statunitensi ed europee.

Il contesto è abbastanza lontano dalla realtà di oggi, ma gli ingredienti fondamentali dello ’stile Microsoft’ ci sono già tutti: sfruttare la grande diffusione di un prodotto (oggi è Windows, ieri era il MS BASIC) per costruirci sopra una piattaforma proprietaria. ‘Standard’ per Microsoft ha sempre significato ‘procedura dettata da un monopolio’. I semi di questa cultura sono sempre stati presenti nell’azienda di Gates.

Written by Riccardo Mori

15 Maggio 2009 alle 2:49 pm

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Pubblicità vintage: un tentativo apprezzabile

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Compaq 1985Sistemando i miei archivi, mi sono imbattuto in questa immagine che scaricai da Internet tempo fa. È un annuncio pubblicitario di Compaq della metà degli Anni Ottanta. In piena strategia di marketing comparativo, il prodotto in questione — una nuova serie di personal computer portatili — viene messo a confronto con i prodotti di punta della concorrenza a quel tempo. È interessante notare come il copywriting sia molto in stile Apple. Anche lo slogan sotto il logo Compaq — “Semplicemente, funziona meglio” — potrebbe benissimo essere applicato al Mac (e infatti oggi uno dei tanti slogan usati da Apple per il Mac è It just works, ossia “Semplicemente, funziona”.

Le didascalie — sotto il PC IBM: Difficile da trasportare; sotto il PC portatile: Difficile da leggere; sotto il Macintosh: Difficile da espandere; sotto il Compaq portatile: Difficile da battere.

Il messaggio:

In un confronto di funzionalità, è difficile battere i computer COMPAQ Portable e COMPAQ Plus. Per una ragione molto semplice. Mentre gli altri accettano dei compromessi, COMPAQ produce personal computer portatili che possono svolgere lo stesso lavoro di un computer da scrivania. E molto di più.

Se paragonati all’IBM PC, per esempio, i portatili COMPAQ possono eseguire gli stessi programmi aziendali più diffusi, possono utilizzare le medesime stampanti, hanno una capacità di archiviazione espandibile fino a essere più di 30 volte maggiore. E inoltre hanno una maniglia.

Se paragonati ad altri computer portatili, i prodotti di COMPAQ offrono di più, ancora una volta. Più memoria, più capacità di archiviazione. Una tastiera standard. Drive floppy standard, così da poter utilizzare subito, senza modifiche, qualsiasi programma. Per non parlare di uno schermo luminoso, ad alta risoluzione, che visualizza testo più immagini grafiche contemporaneamente. Non uno schermo con cui giocare al gioco del cucù.

Se paragonati al Mac, i computer COMPAQ vi permettono di aggiungere un secondo drive floppy, o addirittura un disco fisso da 10 megabyte. Dentro, non fuori. Per non parlare del fatto che noi di COMPAQ parliamo la Lingua Madre del Business e il Mac no.

Con un computer COMPAQ robusto e completo di funzioni non dovrete compromettere le capacità, la compatibilità o la leggibilità a vantaggio della portabilità.

COMPAQ – ”Semplicemente, funziona meglio”.

Written by Riccardo Mori

2 Aprile 2009 alle 3:01 pm

Propositi per il 2009: più scrittura creativa

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La mia formazione è umanistica. Sono sempre stato portato alle lettere e alla scrittura: i miei primi sforzi poetici risalgono all’età di 14 anni, e fino ai 19 tutta la mia produzione creativa (poesie e racconti brevi) è stata diligentemente scritta e corretta usando carta e penna e riempiendo un considerevole numero di agende che mio nonno e mio padre mi regalavano (erano i classici omaggi aziendali e/o delle banche, e loro non sapevano che farsene). Dai 19 ai 23 fu l’epoca della macchina da scrivere (elettrica): una Olivetti ETP 56 dotata di un mini-display sul quale era possibile pre-visualizzare la riga che si stava scrivendo ed effettuare tutte le correzioni del caso prima di inviarla ‘in stampa’ premendo Return (era anche possibile usare la macchina in modo manuale, come una tradizionale macchina da scrivere).

Contemporaneamente c’era l’interesse per i computer, che in varia misura sono sempre stati presenti nella mia vita: il primo fu un Commodore VIC-20 che mi fu regalato per il mio decimo compleanno. Pur essendo una macchina dalle prestazioni ridicole sia per i tempi attuali che per quei tempi, mi aprì un mondo di interessi e iniziai a comprare libri e riviste per saperne di più, sul VIC-20 e sui computer in generale. Già conoscevo Apple: frequentavo di tanto in tanto un amico che possedeva un Apple IIe e ci faceva di tutto. Fu anche grazie a lui che l’informatica prese a occupare una parte sempre più grande fra i miei interessi. Avrei voluto passare ad Apple già in quel periodo, ma gli Apple II costavano troppo per le tasche della mia famiglia, e dovetti accontentarmi dei Commodore; il VIC-20 prima e il Commodore 64 poi. Mi limitavo a seguire gli sviluppi di Apple e dei personal computer più ’seri’ attraverso la letteratura: libri, come ho già detto, e riviste quali Bit, Applicando, Personal Software, Microcomputer; per il mondo Commodore ricordo con affetto Commodore Gazette.

I Commodore erano computer per giocare. A quei tempi cercavo di convincere i miei genitori e forse anche me stesso che fosse possibile anche realizzare qualcosa di costruttivo con il C=64, ma il gioco e la diversione erano le attività primarie. Poi la svolta: quando GEOS arrivò in Italia (fine 1986, primi 1987, se non vado errato) non stavo più nella pelle e fui tra i primi a ordinarlo (tanto che il negoziante non poteva darmi un manuale in italiano a corredo del dischetto, e dovetti accontentarmi di un manuale in tedesco e orientarmi con le figure!). Il floppy costò la bella somma di 25.000 Lire. Potete vedere una schermata di GEOS in fondo a questa pagina. C’era più di una similitudine con l’interfaccia grafica dei primi Macintosh, e l’uso intensivo di GEOS sul Commodore 64 è stato indubbiamente propedeutico, visto che quando finalmente iniziai a usare i Mac già mi trovavo perfettamente a mio agio con icone, doppi clic e metafore di scrivania. Con GEOS — a mio parere uno dei migliori software mai scritti per il Commodore 64 — iniziavo a fare un uso ’serio’ di quel piccolo home computer solo-per-giocare. Infatti, grazie alla comodità di poter immagazzinare file in floppy da 5″ 1/4, presi a trascrivere buona parte della mia produzione letteraria usando GeoWrite, che come MacWrite sul Macintosh era un word processor WYSIWYG e permetteva di scrivere testi con stili, grassetti, corsivi e quant’altro.

Poi arrivarono in casa computer più potenti: mio padre mi portava a casa gli scarti aziendali, e nei primi anni Novanta ho avuto per le mani un po’ tutti gli IBM, dagli 8088 con doppio floppy e monitor a fosfori arancio, agli 8086, agli XT/AT 80286, per non parlare dei Compaq. Lì tornavo a un tipo di videoscrittura a caratteri monospaziati e senza alcun tipo di anteprima realistica a video di quel che sarebbe stato il documento finale, però erano i miei primi computer ’seri’ e la mia scrittura creativa continuò con essi. Intanto collaboravo con piccole agenzie e associazioni, tutte in ambiente Mac, e avevo la mia postazione per fare i primi lavori di Desktop Publishing (ricordo ancora un certo Macintosh SE e una LaserWriter che all’epoca costavano insieme come una berlina di un certo pregio). Non vedevo l’ora di trasferire la mia opera su Mac, ma per il momento il Mac era fuori casa; in casa avevo un muletto, un PC 386DX a 40 MHz, 8 MB di RAM, coprocessore matematico e unità CD-ROM, sul quale ho scritto tantissimo: per diversi anni la mia configurazione fu quel computer con installato Windows 3.1 e Word 2.0. L’output avveniva su una HP LaserJet 4L comprata nel 1994 e pagata quasi 1.200.000 Lire (funziona ancora, tra l’altro).

Poi arrivarono i Mac anche a casa: dopo quasi dieci anni di utilizzo senza possederne di miei, fecero il loro ingresso un Macintosh Classic e un PowerBook 150, poi arrivarono le StyleWriter e una pesantissima Personal LaserWriter.

Infine arrivò Internet. E mi rovinò la vita. Almeno per quanto riguarda la scrittura creativa. Fino al 1999-2000 la mia produzione (poesie, racconti brevi, un romanzo breve e uno più articolato) non aveva incontrato battute d’arresto ed era anzi proseguita con grande prolificità. Internet, la corrispondenza elettronica, i newsgroup, cominciarono un lento ma inesorabile lavoro di erosione: del mio tempo, delle energie, della capacità di concentrarsi su un progetto, su una storia, e chiudere il mondo fuori. Il tempo dedicato alla scrittura è andato assottigliandosi sempre più, fino ad arrivare ai tempi odierni, in cui è pressoché inesistente. Ironia vuole che per lavoro e anche per il mio interesse per la tecnologia, io non faccia altro che scrivere al computer tutto il giorno, cosa che frustra di molto il mio lato creativo.

Sono presto arrivato alla conclusione che non è possibile — per me, almeno — scrivere alla stessa postazione in cui lavoro, leggo notizie, gestisco la posta, navigo il Web. Con la possibilità di tenere svariate applicazioni aperte, è facile essere distratti dall’arrivo di email, di Feed RSS aggiornati, dalla tentazione di fare ricerche sul Web seguendo l’impulso del momento e ritrovarsi dopo due ore ad aver letto tante informazioni (seguendo il link del link del link del link) ma senza aver prodotto nulla. La soluzione è configurarsi una postazione senza connessione a Internet, senza browser, senza email, senza distrazioni: solo io, le mie idee, e il word processor. Ora che sono entrato in possesso della tastiera ADB dell’Apple IIGS, che è la più compatta (e solida) delle piccole tastiere ADB prodotte da Apple, l’ho collegata al mio Macintosh Colour Classic, e in questi giorni sono andato configurando il Colour Classic come postazione desktop di scrittura creativa. La sua controparte portatile è l’eMate 300, che posso facilmente collegare al Colour Classic per il trasferimento dei file. Un’altra postazione mobile che sto approntando è l’iBook clamshell recentemente acquistato su eBay, che vorrei tenere come macchina solo OS 9, nonché tramite efficiente fra il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’ mondo.

In questi giorni, forse complici anche le festività e il periodo di vacanza, ho ripreso a scrivere, e vorrei continuare così anche il prossimo anno. L’effetto di tornare a usare quotidianamente un Mac con schermo a 10 pollici e System 7.1 è senza dubbio interessante, ma ci sono una calma e un ordine nell’interfaccia del vecchio System 7 e nel fatto di avere una sola applicazione in primo piano, che sono quasi sufficienti a ispirare il processo creativo. Devo ancora decidere quale strumento di scrittura usare (Word 5.1, WordPerfect, un vecchio Nisus Writer o WriteNow? Sono tutti ottimi candidati, ognuno con i suoi pro e contro, anche se tendo a preferire WordPerfect e WriteNow) e per il momento prendo appunti con il buon vecchio SimpleText. Senza contare il piacere di un Mac che si avvia in 40 secondi e si è già al lavoro…

Buon Anno Nuovo a tutti!

Written by Riccardo Mori

30 Dicembre 2008 alle 6:22 pm

Un rumour d’annata e ancora sui netbook

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Le riviste di informatica in forma cartacea saranno anche al tramonto, ma sfogliando vecchi numeri di 10-15 anni fa si incontrano spesso articoli interessanti, che oggi acquisiscono un piccolo valore aggiunto — quello della retrospettiva.

In quest’ottica, non posso fare a meno di riportare un pezzo apparso sul numero di maggio 1998 di MacFormat UK, a pagina 14, che apre la sezione delle News. Titolo: Nuovi Mac palmari per il 1999, dopo la decisione di Apple di terminare il Newton.

L’incipit dell’articolo è assai intrigante:

Apple intende lanciare un Mac portatile a basso costo il prossimo anno, così da offrire a milioni di utenti Mac un’opzione più economica di Mac on the road. Purtroppo la conferma di questi piani è contemporanea all’annuncio che l’azienda non svilupperà più il sistema operativo Newton, utilizzato negli attuali dispositivi palmari e portatili come il MessagePad e l’eMate.

Fred Anderson, Chief Financial Officer di Apple, ha descritto così il prossimo prodotto: “un portatile entry-level a basso costo”, ma non ha offerto una data di rilascio precisa, ha solo detto “agli inizi del 1999″. Si è inoltre rifiutato di specificare quali funzionalità e quale prezzo ci si deve aspettare dal nuovo dispositivo, tuttavia ha ammesso che i piani che Apple ha in serbo per tale dispositivo sono una delle ragioni che spiegano l’improvviso riassorbimento della divisione Newton dopo l’iniziale separazione e creazione di un gruppo indipendente. “Non abbiamo venduto [Newton Inc.] perché avevamo bisogno di alcuni ingegneri del gruppo Newton. Crediamo che la tecnologia Newton sia di grande valore per Apple”.

Alcune delle caratteristiche distintive del Newton sono la capacità di accettare input da uno stilo che viene usato direttamente su uno schermo, e il riconoscimento della scrittura. Apple sta valutando ciò che può sfruttare in futuro, ha confermato Phil Schiller, vice-presidente del Product Marketing: “Abbiamo intenzione di integrare le tecnologie che ha senso utilizzare nella realizzazione di un Macintosh portatile a basso costo”.

Adesso, a distanza di dieci anni, sappiamo che quel portatile a basso costo fu il primo iBook G3 clamshell, introdotto nel luglio 1999. Il prezzo iniziale era di 1.599 dollari, quindi il ‘basso costo’ è un concetto assai relativo e va visto nell’ottica di un prodotto Apple del 1999.

Anche le didascalie alle figure che accompagnano l’articolo erano promettenti. Accanto alla foto di un eMate 300 si legge: I sistemi Newton come l’eMate stanno per scomparire, ma il design dell’eMate potrebbe riemergere come un nuovo dispositivo Mac leggero e portatile. L’eMate e il primo iBook, da un punto di vista di disegno esteriore, sono indubbiamente parenti stretti (nella pagina della Wikipedia inglese dedicata all’eMate c’è anche una foto dell’iBook, così da poter fare un rapido confronto). Sotto la foto di un MessagePad 130 si legge: Apple sta forse pensando di introdurre un Mac piccolo come il MessagePad? L’azienda non ha rivelato molti dettagli, ma intende lanciare un dispositivo Mac di dimensioni ridotte agli inizi del 1999.

La cosa interessante di questo articolo è il fatto che si sia iniziato a parlare di un possibile successore del Newton immediatamente dopo la cessata produzione del Newton stesso e che, in un certo qual modo, fu Apple stessa a spargere la voce, accennando a un nuovo Mac portatile a basso costo. Si può notare anche la diversa modalità delle pubbliche relazioni della Apple del 1998, che nel primo semestre dell’anno si sbottonava al punto di annunciare (seppur non definendo i dettagli) che cosa avrebbe prodotto l’anno successivo — una strategia impensabile per la Apple di oggi.

Inoltre val la pena notare come il primo iBook, a parte l’idea della forma e della chiusura ‘a conchiglia’ derivata dall’eMate, non incorporasse nessuna delle tecnologie caratteristiche del Newton. Per ritrovare il riconoscimento della scrittura bisogna attendere il 2002, con Inkwell, incluso in Mac OS X 10.2 Jaguar. Per ritrovare un dispositivo tascabile con touch-screen e con funzioni da PDA dobbiamo attendere il 2007, con l’avvento di iPhone.

Introduzione dell’iBook a parte, il rumour secondo cui Apple introdurrà un dispositivo Mac ultra-portatile è rimasto, è durato una decina d’anni e continua a durare oggi, visto che nuova benzina sul fuoco arriva da questo mercato dei netbook, apparentemente in crescita.

A questo proposito, forse avrete letto la notizia secondo cui le vendite dei netbook avrebbero superato quelle degli iPhone. Io ho letto questo articolo di PC World riportato su Macworld.com. Però, come fa giustamente notare anche The Macalope, intanto si dice che le vendite di tutti i netbook messi insieme avrebbero superato quelle di iPhone, che è un solo prodotto. E poi, guardando quei dati più da vicino, pare che Gartner abbia riportato le vendite di iPhone a 4,7 milioni di unità per il terzo trimestre del 2008, mentre secondo Apple sono 7 milioni gli iPhone venduti. Gartner spiega:

Apple regained its No. 3 position in the global smartphone market and improved its market share to 12.9 per cent in the third quarter of 2008. Apple’s shipments into the channel during the third quarter of 2008 approached 7 million units. However, Apple built up around 2 million units of inventory and Gartner’s sales unit estimate reflects this.

Apple ha riconquistato la terza posizione nel mercato globale degli smartphone e ha migliorato la sua quota di mercato arrivando al 12,9% nel terzo trimestre del 2008. Le spedizioni in questo canale durante il terzo trimestre del 2008 hanno raggiunto i 7 milioni di unità. Tuttavia [di questi 7 milioni] Apple ha accumulato 2 milioni di giacenze di magazzino e le stime di vendita di Gartner riflettono questo dato.

Gartner quindi insinua che la cifra di 7 milioni di unità vendute possa essere ‘gonfiata’. The Macalope: Può anche darsi, ma DisplaySearch, che ha fornito le cifre di vendita dei netbook, ha tenuto conto di eventuali rimanenze di magazzino che possano analogamente gonfiare i dati di vendita? Difficile dirlo, ma pare che nell’articolo si parli solo di ’spedizioni’ (shipments).

L’interesse verso i netbook pare ci sia, comunque. Dico ‘pare’ dal feedback che ho ricevuto, sul blog e fuori, dopo aver scritto l’articolo Un Apple netbook — ha senso?. Da quel che ho potuto vedere nei negozi di informatica, che adesso hanno allestito un’area tutta dedicata a questi aggeggini plasticosi e raramente eleganti, la gente si sofferma molto di più sui portatili di normali dimensioni e soprattutto ama stazionare alle ‘isole’ con i Mac in esposizione. La chiave di tutto il discorso, lo ribadisco, è vedere se abbia senso per Apple produrre un netbook. Non è, come ho già detto, che Apple non sia in grado di tirar fuori un mini-portatile. È che i suoi standard qualitativi non le permetterebbero di produrre un oggetto da 200 Euro. E se Apple producesse un netbook da 500-600 Euro, siamo davvero certi che ne venderebbe in quantità? A mio avviso, l’unico ingresso sensato nel settore netbook per Apple sarebbe introducendo un prodotto simile nel form factor ma con elementi di innovazione che renderebbero il dispositivo sufficientemente diverso e interessante, e a quel punto uno potrebbe voler spendere 500-600 Euro invece di buttarne la metà comprando un Asus et similia.

Di quelle tecnologie e caratteristiche distintive del Newton mi piacerebbe rivedere un riconoscimento della scrittura potenziato, che permetta la scrittura ‘naturale’ di documenti ed email, e soprattutto una durata delle batterie altrettanto invidiabile (il MessagePad 2000/2100, con quattro pile alcaline e senza abusare della retroilluminazione, dura intere settimane). Mentre per le mie esigenze mobili credo mi basterebbe una mini-tastiera Bluetooth da accoppiare all’iPhone.

Written by Riccardo Mori

14 Dicembre 2008 alle 3:00 pm

Desideri esauditi

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Sempre sfogliando il numero 61 di MacFormat UK del marzo 1998 di cui parlavo nel precedente articolo, mi sono imbattuto in un’altra lettura interessante. Specie se vista con dieci anni di distanza. All’interno del dossier “Semi del futuro – Il futuro inizia oggi” accennato ieri, c’è una piccola sezione in cui MacFormat ha pubblicato alcune risposte che gli utenti iscritti alla mailing list MacFormat Bulletin hanno dato alla domanda Cosa vorreste da Apple per il 1998? Beh, ecco alcuni esempi di contributi. Come dicevo, interessante…

“Gli utenti PC credono che i Mac siano esageratamente costosi, però continuano a sopportare logiche e procedure esasperanti [di una piattaforma] che nessuno, abituato a utilizzare un Mac, crederebbe possa aver avuto tanto successo dal punto di vista commerciale. [...] Perché Apple non inizia a fare un po’ di pubblicità comparativa?”
(D. Callahan, Aveiro, Portugal)

“Ora che l’interfaccia grafica è un elemento consolidato dei computer domestici, Apple deve ridefinire l’aspetto di un computer domestico. Deve ideare un look and feel completamente nuovo. [...] Rhapsody [Il sistema operativo che Apple stava progettando nel 1998 e che sarebbe poi diventato Mac OS X -- N.d.RM] non farà colpo sulla gente se non avrà un aspetto rivoluzionario. Novità e miglioramenti in fatto di multi-tasking e multi-threading hanno un’importanza relativa, che l’utente domestico medio non apprezza. L’utente medio vuole il look and feel“.
(P. Williams, Edinburgh)

“Mi piacerebbe poter andare in un negozio che vendesse solo hardware e software Apple. Non mi aspetto una catena come quella di PC World, ma di certo almeno alcune fra le città più grandi dovrebbero avere degli store Apple dove uno possa recarsi e chiedere consigli. [...]“
(B. Cutler, Kenilworth, Warwickshire)

“Fra le cose che vorrei Apple facesse (e in fretta):

  • Un sistema operativo con meno ‘cerotti’ e più robusto.
  • Un sistema operativo che all’avvio non ci metta tanto quanto Windows a caricarsi. [...]
  • Un Mac davvero compatto, che possa stare anche su una scrivania di dimensioni normali e che non costi un occhio della testa.

(G. Carrington, Canberra, Australia)

“La cosa più importante da fare per Apple è rivolgersi all’utenza consumer entry-level e alle piccole imprese, cosa che Umax ha fatto particolarmente bene nel 1997. La chiave del successo è lì. [...]“
(C. Jenkin – senza indirizzo)

“Perché Apple non si mette a scrivere Mac OS per la piattaforma Intel? Sarebbe un passo per diventare la piattaforma più diffusa! [...]“
(S. Day – Watford)

Written by Riccardo Mori

26 Novembre 2008 alle 12:54 pm

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L’eredità del Think Different

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Ho riesumato altre riviste dal mio archivio, e il faldone sulla mia scrivania adesso contiene svariati numeri di MacFormat UK del periodo 1998-1999. Il numero 61, del marzo 1998, è particolare perché celebra due cose insieme: il quinto compleanno della rivista, e la campagna pubblicitaria più emblematica della storia di Apple dopo il famoso mini-film 1984 creato per il lancio del primo Macintosh nel gennaio 1984 — sto parlando naturalmente della campagna Think Different. La copertina di questo numero è interamente nera, con al centro il logo Apple iridato e in bianco la scritta “Think Different.” — nient’altro.

Questo numero di MacFormat contiene una serie di articoli riuniti in una sorta di ‘dossier’ dal titolo “Semi del Futuro” che cerca di fare il punto della situazione di Apple in quel particolare momento storico. Un momento non facile: Jobs era appena rientrato e aveva ripreso le redini di un’azienda in crisi sotto tutti gli aspetti (da quello finanziario, a quello progettuale, a quello strategico). In pochi mesi Jobs era riuscito a rimettere Apple in carreggiata prendendo decisioni drastiche e tagliando ogni possibile ramo secco. Alcune di queste decisioni — come il dichiarare conclusa l’epoca dei cloni poco prima inaugurata dalla precedente amministrazione, o come l’interruzione dello sviluppo della piattaforma Newton — furono duramente criticate (James Straten, analista industriale, dichiarò: Apple ha imboccato una strada che la porterà a non essere più fra i nomi che contano nel mercato dei personal computer); tuttavia tale clima riformatore giovò sin da subito ad Apple, che già all’inizio del 1998 dava segni di ripresa e di ritrovata chiarezza dopo un percorso confuso che l’aveva portata in una spirale discendente nel periodo 1996-97.

In quel momento Apple stava iniziando a offrire qualcosa di concreto per quanto riguarda il lato software: Mac OS 8 era finalmente realtà, e anche se non mantenne le promesse del tanto pubblicizzato progetto Copland, perlomeno non si trattava di vaporware, ma di un prodotto tangibile e di buona qualità, e l’utenza Mac se n’era accorta e poteva infine dimenticare gli incubi del System 7.5. La ricerca e lo sviluppo stavano continuando dietro le quinte con Rhapsody, che presto si sarebbe trasformato in Mac OS X Server e poi nel Mac OS X “aqua” che tutti conosciamo. Per quanto riguarda lo hardware, l’iMac era ancora un segreto, ma la linea dei Power Macintosh G3 beige si difendeva bene, e il primo PowerBook G3 (che aveva ancora il form factor della linea del PowerBook 5300 e 3400) era in quel momento il computer portatile più veloce in circolazione. Nel settore education, malgrado il recente abbandono della piattaforma Newton, l’eMate 300 stava registrando un certo successo. Anche dal punto di vista commerciale la situazione stava migliorando, sempre grazie alle mosse decisive di Jobs: un numero più ridotto di grossi distributori e l’incoraggiamento dato a un maggior numero di dealer di trattare direttamente con Apple. Senza dimenticare il lancio dell’Apple Store, un servizio online e telefonico per consentire ai clienti di comprare i prodotti Apple in forma semplice e diretta, senza intermediari.

Tutte mosse che si sono rivelate vincenti con il senno di poi, ma che all’epoca necessitavano di un qualcosa di omogeneo, di coesivo, che trasmettesse in maniera generalizzata, forte e profonda questa nuova intrapresa di Apple. Un messaggio che avesse un significato non solo puramente commerciale, ma che potesse essere per Apple anche un segnale della ritrovata identità, coerenza e stima in se stessa. Nasce quindi “Think Different”, una campagna promozionale in grande stile, ben congegnata, ben diffusa attraverso i mass media, ed estremamente pregnante.

Think Different riprende, 14 anni dopo lo spot “1984″, un concetto che è sempre stato centrale dell’identità di Apple: la diversità. Nel famoso “1984″, il Macintosh veniva rappresentato come unico elemento distinto in un mondo anti-utopico di matrice squisitamente orwelliana e dominato dalla dittatura del grigio, del seriale, dell’assenza di individualità. Nello spot, Macintosh assume le forme di un’atleta olimpionica, ed è un concentrato di elementi contrastanti con lo scenario circostante: è donna in una realtà tutta al maschile; è colorato — pantaloncini rossi, maglietta bianca con logo “Picasso” a colori, e la ragazza sfoggia una capigliatura bionda in un mondo di uomini tutti rapati a zero; è in movimento: corre in una realtà statica; pensa con la propria testa in quel contesto di lobotomizzati e si oppone allo status quo tirando un martello contro lo schermo in cui viene proiettato il volto enorme del potere, del Grande Fratello che tutto livella e controlla.

Think Different aggiorna il messaggio: Apple si aggiunge alla schiera di quelle personalità che hanno manifestato il loro genio, Agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, spece i regolamenti e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perchè fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno portebbe definirli folli noi ne vediamo il genio; perchè solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero (così recita il testo dello spot, che nella versione italiana viene raccontato dall’illustre Dario Fo). Nello spot pubblicitario si susseguono immagini di repertorio che presentano personalità come Einstein, Bob Dylan, Martin Luther King, John Lennon, Thomas Edison, Muhammad Ali, Pablo Picasso, Alfred Hitchcock, Martha Graham, e altri che hanno avuto un ruolo fondamentale nei loro rispettivi campi di specializzazione. Personalità scomode, geni forse non del tutto compresi. Con questo messaggio Apple dice di riconoscerne il genio, di essere dalla loro parte perché intrinsecamente è fatta della stessa pasta. Quest’ultimo concetto è il colpo di genio, perché non viene mai espresso esplicitamente: è lo spettatore, il ricevente del messaggio, a chiudere l’equazione.

Nel dossier di MacFormat c’è un breve riquadro dedicato alla campagna, e si chiude con queste parole:

Nel Regno Unito, come negli USA, alla presenza di cartelloni pubblicitari che sottolineano il brand dell’azienda, si aggiungeranno altre promozioni pubblicitarie rilevanti che sfrutteranno il tema del “Think Different”. Che vi piaccia o meno quel che Apple sta facendo, non potrete fare a meno di notare come questo slogan penetrerà progressivamente nella coscienza collettiva — la vostra e soprattutto di coloro che sono nuovi alla piattaforma Apple. Speriamo!

Mai parole furono più vere. Infatti, e qui torniamo ai giorni nostri, sono dell’idea che Think Different abbia avuto fin troppo successo, e un impatto così forte sulla coscienza collettiva da diventare — dopo dieci anni — quasi un’eredità scomoda.

Il fatto è che l’idea ha funzionato talmente bene da vivere ben presto di vita propria, estrapolandosi dal preciso contesto storico in cui nacque, e convertendosi in un’etichetta di identità permanente, in pietra di paragone che, sempre più spesso, viene tirata fuori per giudicare le scelte attuali di Apple. Oggi Apple gode di una salute e di un successo eccellenti, e si trova anni luce avanti rispetto ai tempi che produssero la campagna Think Different. Uno dei fattori chiave del successo sia d’immagine che commerciale è stato indubbiamente il concentrarsi sul mercato consumer, penetrandovi con dispositivi che non sono ‘computer Macintosh’ di per sé (iPod+iTunes Store e iPhone) e che hanno servito e servono da specchietti per le allodole o, in altri termini, da biglietti di ingresso per la piattaforma Mac. Che ha continuato a essere ‘differente’ in questi dieci anni, che ha continuato a evolversi e a distinguersi. Ora Apple si trova a un apice di autostima e confidenza dei propri mezzi che può finalmente permettersi di esaltare il proprio lavoro di manifattura con un video che racconta la progettazione e la realizzazione dei nuovi portatili con monoscocca in alluminio. Per arrivare a questo punto, Apple ha compiuto scelte strategiche atte a soddisfare il pubblico. Una fetta di utenza Apple (i veterani / professionisti, ma non solo loro), che aveva fortemente sentito e riconosciuto quel messaggio, Think Different, e lo aveva associato all’idea di essere diversi, di essere una minoranza, una nicchia forse di incompresi, ma indubbiamente di migliori, ecco, di fronte a questo ’scendere e mescolarsi tra la folla’, si sentono in dovere di tirar fuori il Think Different come un memento da sbattere in faccia ad Apple ogni volta che prende una decisione o direzione non gradita.

A me il Think Different ha stancato. Nelle discussioni online e offline salta fuori a ogni pié sospinto. Se Apple fa pagare un ricambio troppo caro, “dov’è finito il Think Different?” — se Apple decide di togliere una porta FireWire da un portatile, “e questo sarebbe il Think Different?” — se Apple decide di utilizzare processori Intel dopo anni di rivalità con il noto produttore di chip, “addio Think Different” — se Apple, costretta da scomodi accordi con le major dell’industria dell’intrattenimento, vende contenuti digitali protetti da DRM, “e questo sarebbe il Think Different?” — se Apple… E così via.

È un peccato che il Think Different sia diventato un retaggio quasi scomodo per Apple, almeno per come la vedo io. Perché il fatto è che Apple continua davvero a pensare differente, ma troppi sono rimasti legati al Think Different di dieci anni fa e sembano incapaci di attualizzare il concetto — il che è paradossale perché a posteriori si può notare come la campagna originale del 1998 non fosse legata a nessun prodotto o servizio in particolare. Che Apple stia vivendo un grosso successo di pubblico, di ‘plebe’, non vuol dire che debba per forza essersi snaturata strada facendo. Se Apple non ‘pensasse differente’ non sarebbe dov’è adesso — forse non esisterebbe più, acquisita da qualche altro colosso informatico. Semplificando molto, il percorso di identità aziendale di Apple si divide in tre parti:

  • Negli anni Ottanta Apple era un ‘genio incompreso’ e viveva la situazione con un certo understatement, quella ’sprezzatura’ che la rendeva affascinante e che ha rinforzato il sentimento di casta dell’utenza Macintosh della prima ora.
  • Negli anni Novanta, con Think Different, Apple manifesta pubblicamente, pubblicitariamente (passatemi il termine), questa sua diversità, questo suo essere genio incompreso, presentando la categoria di personalità geniali e diverse che con la loro visione hanno contribuito a cambiare la storia — e implicitamente inserendosi nel gruppo, mettendosi sullo stesso piano.
  • Negli anni Duemila, Apple raccoglie i frutti della ricrescita, gode di un successo importante e di rinnovata autostima, e può permettersi di manifestare la sua diversità semplicemente facendo parlare i prodotti. La campagna unificante e generica — Get a Mac — può permettersi di essere quietamente ironica e brillante, senza bisogno di grandi dichiarazioni di intenti.

Che cosa è cambiato? Che forse Apple è ormai un ‘genio compreso’, la sua diversità è riconosciuta dal grande pubblico, e premiata perché è sinonimo di maggiore qualità e non è diversità fine a se stessa. Ciò che non è cambiato, checché ne dicano i nostalgici di quel Think Different del 1998, è la parte ‘geniale’ e la visione, che sono sempre nel DNA dell’azienda. Che sia tempo di una campagna nuova? Think Different: Reloaded? Chissà.

Written by Riccardo Mori

25 Novembre 2008 alle 1:56 pm

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La ricetta è sempre quella

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In questi giorni ho pensato di ricuperare il backup contenente l’archivio dei miei primi cinque anni di corrispondenza elettronica (1999-2004). Ho già detto più volte di avere gusti eclettici per quando riguarda i browser; con i programmi di posta, invece, sono sempre stato piuttosto conservatore. Il mio primo browser fu Netscape Navigator 3.0 Gold, che incorporava un modulo per creare siti Web (Composer) e un modulo per la gestione della posta elettronica e dei newsgroup (Mail & News). Quest’ultimo, grazie all’interfaccia spartana e semplice da usare, diventò il mio primo client email, e rimase tale, seguendo gli aggiornamenti di Netscape, fino alla versione 4.78; ho continuato a utilizzare il programma di posta di Netscape (che poi ha preso il nome di Netscape Messenger) fino al 2003. Nel 2003-2004 c’è stata una sovrapposizione con Mail e poi sono passato a Mail, salvando gli archivi in un disco esterno, e lasciando installato Netscape Communicator / Messenger 4.78 sull’iBook G3 nel caso volessi tornare a leggere vecchie email o a ricuperare qualche indirizzo perduto nel passaggio a Mac OS X, a Mail e a Rubrica Indirizzi.

Avendo Mail.app ancora intonso sul mio PowerMac G4 Cube, ho pensato di vedere se Mail importasse direttamente tutto l’archivio in formato Netscape Messenger. E lo ha fatto senza problemi. Ci ha messo un po’, ovviamente, trattandosi di più di 25.000 messaggi, ma a operazione ultimata ho potuto consultare la vecchia posta come se fosse fresca di giornata.

Rileggendo vecchie email dei tempi in cui ero un fervente evangelista Mac e praticamente il solo utente Mac del giro di conoscenze a cui potersi rivolgere per assistenza tecnica e consigli, ho notato un parallelismo con tempi più recenti. Oggi come allora la domanda che più mi viene rivolta da amici, conoscenti, interlocutori di passaggio sul mio sito o in chat, è: Ho sentito che Apple potrebbe introdurre nuovi Mac / aumentare le prestazioni dei Mac attuali / ecc. Secondo te dovrei aspettare o acquistare comunque il Mac che mi interessa adesso?

Sul numero del 9 luglio 1993 di MacUser, nella rubrica ‘Shutdown’ (era l’editoriale di opinione che chiudeva la rivista, posizionato come ‘Clipboard’ di Luca Accomazzi in Macworld), Charles Shaar Murray, con il suo tono sarcastico e decisamente inglese, scriveva:

Oggi potete acquistare computer e dispositivi molto potenti per pochi soldi, e l’unica fregatura è questa: tutto quel che dovete fare è saper indovinare quali macchine Apple continuerà a produrre da qui a un anno, che cosa andrà a sostituire i Mac più scalcinati, e quanto vi costerà l’adeguamento ai nuovi standard nel caso le vostre previsioni siano sbagliate. [...] Per questo occorre fare riferimento a due leggi del Mac Guru: la prima stabilisce che qualsiasi cosa compriate, in qualunque momento decidiate di comprarla, sarà più conveniente di quanto lo sarebbe stata sei mesi prima, e meno conveniente di quanto lo sarà fra sei mesi. La seconda legge stabilisce che, a meno di non essere posseduti dalla straordinaria urgenza di acquistare un gadget particolare, che dovete assolutamente avere immediatamente, non comprate mai nulla che non sia sul mercato da (lo avete indovinato) almeno sei mesi. Questo intervallo di tempo fa in modo che il prodotto sia maturo, abbia specifiche tecniche migliori e sia sceso un po’ di prezzo. A quel punto lo acquistate.

E appena lo avete fatto, Apple ritira quel prodotto e lo sostituisce con una macchina il 50% più veloce e il 35% meno costosa.

A parte qualche piccolo aggiustamento (oggi personalmente dimezzerei l’intervallo di sei mesi, per esempio), possiamo dire che a distanza di 15 anni la ricetta è ancora valida. Poter consultare riviste di Mac e informatica vecchie di almeno una decina d’anni è davvero interessante. Nel 1993 il Web era un neonato, e molti articoli esistenti in formato esclusivamente cartaceo hanno finito col perdersi. Certo, la recensione di un vecchio software per Mac può non avere più importanza, ma i pezzi di opinione, che trattano argomenti più generali, conservano un valore storico che a volte aiuta a comprendere (o a mettere in prospettiva) dinamiche che oggi appaiono impreviste o misteriose, e che in realtà non lo sono: anche l’informatica, malgrado i continui progressi e il ‘guardare avanti’, è fatta di corsi e ricorsi. (Si veda anche questo mio vecchio post).

Written by Riccardo Mori

21 Marzo 2008 alle 6:24 pm

Ritorno al 1993

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MacUser - 1993* * *

Che mi si creda o no, questa è parte della pila di riviste accumulate sul tavolo di lettura del mio studio. Sono numeri della rivista MacUser dell’anno 1993. I due numeri di cui è visibile la copertina per intero (del 6 agosto 1993 e del 10 dicembre 1993) parlano di due delle novità più grosse di quell’epoca, 15 incredibili anni fa: l’arrivo del Newton e un’anteprima dei Mac con processore PowerPC. Quest’ultima fu la prima grande transizione nella piattaforma Mac, e ricordo la trepidazione del periodo di fronte alla nuova tecnologia RISC che avrebbe permesso Mac più veloci, più risparmiosi di energie e proporzionalmente non troppo cari rispetto ai ‘vecchi’ Motorola 680×0. Ho già parlato in un vecchio post delle notevoli analogie fra la più recente transizione da PowerPC a Intel e quella avvenuta nel 1993-94, e non tornerò sull’argomento nel presente post.

In questi giorni ho avuto modo di tornare a sfogliare quei numeri di MacUser e ho riletto, con un po’ di nostalgia e tenerezza, le lettere inviate dai lettori con richieste di aiuto, nonché una bella rubrica che MacUser era solito tenere: Quick Tips, ove i lettori potevano inviare alla rivista un trucco, un consiglio, un suggerimento utile che avevano maturato per esperienza personale. Sto quasi pensando di tradurne qualcuno e pubblicarlo qui di tanto in tanto, per ragioni storiche, per mettere un po’ in prospettiva il cammino del Mac in questi ultimi 15-20 anni, per dare un breve spaccato di ‘Come eravamo’.

Il Quick Tip che riporto oggi è un tributo a quell’utility di cui più sento la mancanza da quando sono definitivamente passato a Mac OS X: ResEdit. Con ResEdit (contrazione di Resource Editor, editor di risorse) era possibile creare e modificare le risorse di un programma Macintosh direttamente nel suo resource fork. Come riassume la voce della WikiPedia a cui faccio riferimento, anche se fu concepito come strumento per sviluppatori, veniva spesso usato dagli utenti più esperti per modificare e personalizzare icone, menu e altri elementi dell’interfaccia grafica di un’applicazione (quando fu introdotto ResEdit, molte applicazioni non avevano pannelli di ‘opzioni’ o ‘preferenze’). Io ero fra quegli utenti. La bellezza di ResEdit era la sua straordinaria interfaccia grafica: visualizzare e modificare le interiora di un programma sembrava quasi un gioco. Il consiglio era sempre quello di fare una copia dell’applicazione prima di aprirla e pasticciare con le risorse, e a volte, dopo qualche modifica azzardata, il programma andava in bomba (vecchio slang degli amanti del Mac OS ‘classico’: quando un’applicazione andava in crash, appariva una finestra di dialogo con l’icona di una bomba). Ma sapendo dove mettere le mani, ResEdit era davvero utilissimo.

A riprova di questo, ecco finalmente il Quick Tip (da MacUser, 10/12/1993):

Menu abbreviati

I nomi dei menu possono essere accorciati anche in altre applicazioni, non solo in Word, utilizzando ResEdit. Dopo aver fatto una copia dell’applicazione, aprite la copia in ResEdit e selezionate la risorsa MENU. Per cambiare il nome di un menu nella barra menu, fare doppio clic su di esso così da aprire l’editor della risorsa menu. Con il nome della risorsa evidenziato, è sufficiente inserire il nome abbreviato o modificare il nome esistente. In FileMaker, per esempio, ho cambiato Layout in Layt, Arrange in Arrng, e così via. Salvate quindi l’applicazione e provate a vedere gli effetti delle modifiche nella barra dei menu prima di rimpiazzare l’applicazione originale con la copia da voi alterata.

Insomma, leggo una ‘dritta’ del genere e mi viene da pensare: sarebbe così semplice oggi con Mac OS X? Non credo. Da un lato è meglio così: molti utenti combinano già abbastanza pasticci senza che abbiano un accesso così facile e profondo alle applicazioni.

Ultima nota: ci si potrà chiedere che senso ha voler abbreviare i nomi dei menu delle applicazioni. Bisogna ricordare che 15 anni fa l’utente Mac medio aveva a disposizione monitor e risoluzioni decisamente più modesti: 640×480 era la norma. I Mac compatti con schermo da 9” avevano una risoluzione di 512×384 pixel. Alcune applicazioni dai molti menu, come Word 5, accorciavano da sole i menu, altre no, e mentre si utilizzavano tali applicazioni, i loro menu finivano con l’occupare l’intera barra menu, coprendo altre icone, l’orologio, e il menu applicazioni che stavano in alto a destra.

Written by Riccardo Mori

16 Marzo 2008 alle 3:58 pm