Autoritratto con mele

Il blog di Riccardo Mori

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Apple trionfa contro Psystar in California

con 2 commenti

La domenica si apre con una buona notizia. La forma migliore per commentarla è tradurre alcuni estratti da Groklaw, che è sempre stata un’ottima fonte per seguire cause legali come questa. L’articolo è Apple Wins Like a Champ – Psystar is Toast — What? You’re Surprised? [Apple vince senza problemi, Psystar è finita. Come? Siete sorpresi?]:

Psystar ha avuto quel che si meritava nella causa legale nello stato della California. Qui potete leggere l’ordinanza (PDF). È un massacro completo. La difesa del diritto di vendita avanzata da Psystar è stata letteralmente sbriciolata. L’istanza di giudizio sommario da parte di Apple in merito alla violazione di copyright e del DMCA è stata accolta. Apple ha ottenuto anche l’istanza di chiusura.

L’istanza di giudizio sommario da parte di Psystar in merito alla violazione del copyright e trade dress (aspetto caratteristico del prodotto) è stata respinta. Stesso dicasi per l’illusoria istanza di abuso di copyright mossa da Psystar.

[...] A questo punto l’unica speranza per Psystar è la causa aperta in Florida, ma francamente non ci scommetterei molto. Di solito i giudici si accorgono se uno è stato appena dichiarato colpevole in una simile causa legale in un altro stato.

Siete sorpresi? Ve l’avevo detto, ve l’avevo detto. Demoralizzati? Immagino che Psystar possa fare ricorso in appello. E se volete libertà per il vostro codice, potete certamente trovarla sul pianeta Terra, basta guardare nella giusta direzione. Sarete lieti di averlo fatto, perché potrete fare tutti gli hack e le modifiche che vorrete, e sarà perfettamente legale. Il messaggio della corte è chiaro: gli accordi di licenza per l’utente finale (EULA) significano esattamente quanto stabiliscono; se non volete rispettare la licenza di Apple, lasciate stare quel che è di Apple.

In un segmento dell’ordinanza (citato nell’articolo di Groklaw) è contenuta un’informazione che non conoscevo (enfasi mia):

[...] Apple sostiene che Psystar ha violato i diritti di distribuzione offrendo e vendendo al pubblico Mac OS X installato su macchine Psystar. Psystar ammette di aver distribuito Mac OS X (Chung Exh. 17 at 4).

Ma Psystar risponde che la propria condotta è protetta dalla Sezione 109 della cosiddetta first-sale doctrine [esaurimento del diritto; lett. 'dottrina della prima vendita']. Secondo tale Sezione, “il proprietario di una determinata copia o registrazione fonografica legalmente effettuata, o qualsiasi persona autorizzata dal suddetto proprietario, ha la facoltà — senza l’autorità del proprietario del copyright — di vendere o trasferire il possesso di tale copia o registrazione fonografica” (17 U.S.C. 109). Questo provvedimento delimita il diritto di distribuzione. Si applica solo al possessore di una copia.

Entrambe le parti hanno a lungo discusso sul fatto che Psystar fosse il possessore o il licenziatario della copia (ossia la copia tangibile) di Mac OS X che aveva acquistato. Anche assumendo che Psystar fosse stato il possessore di una copia, la difesa della prima vendita (first-sale defense) cade in questo punto. La sezione 109 garantisce immunità soltanto quando le copie vengono “legalmente effettuate”. Le copie in questione non sono state effettuate legalmente e con l’autorizzazione del proprietario del copyright. Come è stato stabilito, Psystar ha realizzato una copia di Mac OS X non autorizzata mediante un Mac mini collegato a una ‘imaging station’ e ha successivamente utilizzato una ‘copia master’ per realizzare molte altre copie non autorizzate installate sui vari computer Psystar. La difesa della prima vendita non si applica a quelle copie non autorizzate. Si veda Microsoft Corp. v. Software Wholesale Club, Inc., 129 F. Supp. 2d 995, 1006 (S.D. Tex. 2000) (“la first-sale doctrine non è applicabile a un’unità dichiaratamente contraffatta”); si veda anche 2-8 NIMMER ON COPYRIGHT § 8.12 (“se la realizzazione di una copia o di una registrazione fonografica costituisce una violazione del diritto di riproduzione o adattamento, la sua distribuzione violerà il diritto di distribuzione, anche se tale distribuzione venga effettuata dal possessore della suddetta copia o registrazione fonografica”). [...]

Ovvero, Psystar ha agito così: prima ha acquistato una copia di Mac OS X e l’ha installata su un Mac mini. Poi ha copiato Mac OS X dal Mac mini su un computer non-Apple. Questo computer non-Apple è stato utilizzato come ‘imaging station’. Una volta caricato sulla imaging station, Mac OS X è stato modificato. Psystar ha poi sostituito il bootloader di Mac OS X (il bootloader viene eseguito all’accensione del computer e individua e carica parti del sistema operativo nella RAM). Senza un bootloader, Mac OS X non funzionerebbe. Psystar ha disattivato e/o rimosso le estensioni kernel (kext) di Mac OS X e le ha sostituite con altri file kext. Le modifiche di Psystar hanno permesso a Mac OS X di eseguirsi su macchine non-Apple. La copia così modificata è diventata la ‘copia master’ utilizzata conseguentemente per la duplicazione in massa del sistema operativo modificato e successiva installazione sui computer Psystar.

Bell’affare. E Psystar aveva persino la presunzione di spuntarla.

Groklaw continua:

Avete afferrato? Anche se Psystar fosse il legale possessore della copia [di Mac OS X], non gli sarebbe consentito di fare quello che ha fatto. [...] Lo so, si dirà: Maaa… se non avessero usato la copia master e avessero invece usato le singole copie acquistate una per una, allora la cosa avrebbe funzionato? Figli miei, perché credete che Psystar si sia servita di una copia master? Perché è un’azienda commerciale, e nel commercio l’efficienza è denaro. Ecco perché vengono fondate aziende e società, per fare soldi. Il mondo intero non è con voi nella vostra guerra santa per distruggere le EULA e la licenza GPL. Anche questa sgangheratissima azienda voleva fare soldi. Le teorie appartengono ai forum online, non al commercio e decisamente non ai tribunali. E anche nei forum online tutti vi hanno detto, per anni, che una cosa del genere non avrebbe funzionato se qualcuno ci avesse provato. Ci hanno provato. Non ha funzionato.

E che questa causa serva come ammonimento per coloro che sostengono che la sola cosa che importa è che l’open source sia un sistema migliore per sviluppare codice. Apple crea codice straordinario. Naturalmente la comunità BSD ha creato molto di quel codice, ma Apple è stata in grado di ottimizzarlo al meglio per gli utenti finali, e ha saputo farlo in maniera straordinaria. Per cui nessuno può discutere sul fatto che non si tratti di codice favoloso per gli utenti finali, perché lo è.

E a questo punto mi chiedo: è abbastanza tutto ciò?

O il messaggio di questa causa legale non è forse questo, ovvero che quel che volete davvero con il vostro codice favoloso sia la libertà per quel codice? Se la vostra risposta è Sì, voglio la libertà di fare quel che voglio con il codice sul mio computer, allora perché usare codice proprietario? Chi produce codice proprietario è felicissimo di vendervi il codice migliore al mondo, se lo realizza. Ma non vi venderà mai la libertà di utilizzarlo come vi pare e piace. Non è il settore commerciale di cui fa parte. Non è il business di quel produttore.

Pertanto, se vi preme la libertà, non tradite l’obiettivo di realizzare un sistema operativo completamente libero, senza alcuna componente proprietaria. Quell’obiettivo ha senso, perché componenti proprietarie implicano restrizioni d’uso. È un fatto. Vi sono altri aspetti negativi, ma la causa in questione sottolinea questo aspetto in particolare. Quindi lavorate a driver non proprietari. State alla larga da codice che potrebbe portare a denunce per violazioni di brevetti. Perché? Perché quel che può sembrare un vantaggio nel breve termine può bloccare i risultato finale che volete ottenere. [...]

Per cui quando vi dicono che l’importante è che il codice sia open source o che gli utenti finali debbano avere il diritto, se vogliono, di mettere insieme codice proprietario e codice libero/open source, o che allearsi con Microsoft funzionerà alla grande, o che quel che importa è che gli utenti finali usino più software libero servendosi di miscele di codice proprietario e codice libero — quando vi dicono queste cose, domandatevi: è proprio vero? Non importa chi ve lo dice: è proprio vero? Guardate la causa Apple vs. Psystar. La libertà è importante. Certe cose sono semplicemente ovvie.

Utilizzate quel che volete, ma pensateci bene, rifletteteci su e non limitatevi a considerare quel che volete ottenere adesso o quel che vi sembra più comodo. Perché credete che Stallman abbia iniziato a creare Software Libero [e la Free Software Foundation]? Perché sapeva come aggiustare una stampante ma la licenza glielo impediva. Egli aveva già visto quel che voi state osservando in questa causa di Apple contro Psystar. ‘Proprietario’ significa restrizioni d’uso. Per davvero.

Written by Riccardo Mori

15 Novembre 2009 alle 2:14 pm

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Snow Leopard: diario di bordo (5)

con 4 commenti

Briciole del finesettimana

Raccolgo in questo post una serie di minuzie catturate nel finesettimana, senza ordine preciso.

1. In Mail è cambiata la scorciatoia per eliminare definitivamente i messaggi cancellati dai vari account, prima era ⌘-K, adesso è ⇧-⌘-⌫. Ci ho messo un po’ ad abituarmi, ma alla fine ritengo sia una scorciatoia migliore; da un lato ricalca il ⌘-⌫ che si usa ormai automaticamente nel Finder per spostare un file nel Cestino, dall’altro mi è vantaggiosa perché non coincide più con ⌘-K in Mailsmith, che serve per controllare se sono arrivati nuovi messaggi.

2. Ho notato che da Snow Leopard la gestione del suono in uscita presenta due livelli di volume separati. Se per esempio metto a zero il volume degli altoparlanti integrati del MacBook Pro e poi collego gli auricolari o gli altoparlanti esterni alla porta audio out e imposto il volume a una certa altezza, quando in un secondo momento stacco il jack degli auricolari o degli altoparlanti esterni, il volume torna all’altezza precedentemente impostata per gli altoparlanti integrati (nel mio esempio, zero). Prima il volume rimaneva sempre allo stesso livello, con effetti piuttosto sgradevoli (In una scala da zero a dieci, se metto il volume delle cuffie a 8 può essere tollerabile, specie se sono cuffiette piccole e di poca potenza; ma se sto ascoltando della musica a volume 8 in cuffia e decido di passare agli altoparlanti integrati del Mac o agli altoparlanti esterni amplificati, il volume a 8 è assordante).

3. A volte le icone sulla scrivania perdono la personalizzazione. Occorre entrare in Opzioni vista (⌘-J) e spostare un po’ il cursore per ingrandire/rimpicciolire, poi tornano a posto.

4. Aggiornamento Software offre in generale più informazioni ed è più vispo nel controllo post-aggiornamento.

Schermata 2009-10-30 a 00.50.12.png

In questa figura si può notare come Aggiornamento Software abbia rilevato la presenza di aggiornamenti che a installazione ultimata non obbligano a riavviare il Mac, e informa l’utente in maniera preventiva. Una piccola cortesia decisamente gradita.

5. Sempre parlando di Aggiornamento Software, certe localizzazioni in italiano dentro Mac OS X continuano a lasciarmi perplesso:

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Che cosa vorrà mai dire “Informazioni su” 7 minuti? Appena arriva il prossimo aggiornamento, passo all’interfaccia in lingua inglese e vedo com’è l’originale.

6. Mi sembra che Mac OS X 10.6 sia più preciso nel visualizzare le icone relative ai server di rete. In figura si nota come vengano distinti i MacBook Pro unibody da quelli della vecchia generazione, così come le dimensioni dei MacBook Pro stessi (13 e 15 pollici). Da quel che ho potuto vedere, tutti i Mac desktop (vecchi e nuovi) vengono invece caratterizzati genericamente dall’icona di un monitor Cinema Display.

Elenco dei computer in rete

7. L’icona AirPort nella barra dei menu ora presenta un feedback più dettagliato.

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- Problemi con la connessione.

AP.jpg

– Durante il tentativo di connessione a una rete WiFi, le barre del segnale si animano.

8. Quando si perde il collegamento con un volume remoto montato sulla scrivania, il Finder di Snow Leopard finalmente reagisce con prontezza e offre una finestra di dialogo un po’ più utile rispetto alle versioni precedenti di Mac OS X:

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9. Acquisizione Immagine presenta sempre un’interfaccia un po’ troppo spartana (ed è un peccato, perché da Mac OS X 10.5 è evidente che si tratti di un’applicazione che ha il suo potenziale), ma se non altro sta acquistando l’aspetto ormai classico di molti programmi Apple, con pannello riassuntivo sulla sinistra, contenuti nella finestra centrale, e comandi nella parte sottostante:

Acquisizione Immagine in Mac OS X 10.6

10. In Snow Leopard, se si attiva QuickLook sull’icona di un download parziale, si potranno vedere le informazioni aggiornate in tempo reale:

Schermata 2009-10-30 a 04.33.42.png

Quando ho catturato questa immagine era possibile vedere le dimensioni del file aumentare dinamicamente fino alla fine del download, così come la barra di progresso. Su Mac OS X Hints dicono che se il file è un immagine, si vedrà l’immagine in anteprima formarsi riga per riga, mentre se si tratta di un filmato si cominceranno a vedere i primi fotogrammi. Non è una funzione terribilmente utile, ma credo rientri sempre in un’idea di fondo di Snow Leopard che vedo implementata in molti luoghi dell’interfaccia, ovvero fornire all’utente più informazioni e un feedback più dettagliato. Il che non guasta mai.

Per adesso è tutto, ma ovviamente continuo a prendere appunti.

Written by Riccardo Mori

2 Novembre 2009 alle 12:59 pm

Snow Leopard: diario di bordo (4)

con 8 commenti

In questi giorni, pur scrivendo di altro, ho continuato a prendere appunti su Snow Leopard. Ma è difficile fare un discorso organico come avvenne a fine 2007, quando iniziai il diario di bordo di Leopard. Rispetto a Tiger, Leopard presentava svariate novità e l’esperienza d’uso aveva tutta una serie di differenze che saltavano immediatamente agli occhi. Con Snow Leopard i cambiamenti ci sono, ma il tutto è decisamente più sottile. Io cerco di essere un buon osservatore, e sto costruendo il diario di bordo annotando i dettagli che mi si presentano durante l’utilizzo del Mac. Per chi fosse interessato a un elenco delle nuove funzionalità rispetto a Leopard, le pagine dedicate a Snow Leopard sul sito Apple sono più che sufficienti.

Questioni di carattere

Per ora, nel passaggio a Snow Leopard l’unica seccatura degna di nota in cui mi sono imbattuto è in ambito font. Io utilizzo FontExplorer X per la gestione dei caratteri (lo lascio però impostato in modo da non spostare fisicamente i file dei font — diciamo che lascio credere a Libro Font di avere il comando, mentre in realtà tutte le operazioni di vista previa, importazione font e attivazione/disattivazione le compio in FontExplorer X), ma la versione gratuita (1.2.3) di questa applicazione non viene più supportata da Linotype, e sebbene il programma in sé funzioni sotto Snow Leopard, ne sconsiglio l’uso come gestore primario dei font.

Il problema che ho riscontrato è che i font attivati con FontExplorer X non venivano visti dalle applicazioni Apple, che si basano sul selettore font fornito dal sistema (il pannello che si apre selezionando Formato > Font > Mostra font (⌘-T) in TextEdit, per intenderci), e naturalmente nemmeno da Libro Font. Avevo già pensato di passare alla versione Pro di FontExplorer X: 79 Euro non sono pochi per un singolo programma, ma FontExplorer X Pro ne vale la pena: è molto più ricco e versatile, e poi la versione più recente al momento in cui scrivo (la 2.0.3) è compatibile con Snow Leopard.

Fatto il passaggio, aggiornato il database dei font, il problema pareva ripresentarsi anche con FontExplorer X Pro 2.0.3. Leggendo le note di rilascio si scopre che si tratta di un problema noto sotto Mac OS X 10.6/10.6.1, ma che fortunatamente è superabile:

I font attivati in FontExplorer X Pro non appariranno in nessuna delle applicazioni attive che fanno uso del pannello font di Apple. Tale pannello font verrà correttamente aggiornato dopo che l’applicazione incriminata sarà stata chiusa e riavviata.

Controllo totale

Un’applicazione che è stata potenziata in Snow Leopard è Condivisione Schermo. Ora, quando si sta controllando un altro Mac remotamente mediante Condivisione Schermo, tutti i comandi di navigazione (come il passaggio da un’applicazione attiva all’altra con ⌘-Tab, e i tasti con associate le funzioni di Exposé) adesso hanno effetto nella macchina remota. Perché abbiano effetto sul Mac che stiamo utilizzando, sarà necessario far passare Condivisione Schermo in secondo piano, per esempio facendo clic con il mouse al di fuori della finestra principale di Condivisione Schermo. Questo maggiore controllo è davvero gradito, perché ora i movimenti all’interno del Mac che stiamo controllando risultano più naturali. Sotto Leopard mi veniva spontaneo voler passare da un programma all’altro sul Mac remoto, e istintivamente facevo ⌘-Tab, con l’effetto di passare a un altro programma sul Mac in uso e vedermi ’sparire’ Condivisione Schermo da sotto il naso.

* * * * *

In ogni caso, a due settimane abbondanti dall’installazione di Mac OS X 10.6 devo dire che le mie preoccupazioni prima di installare erano eccessive: Snow Leopard si sta dimostrando meno capriccioso e imprevedibile di quanto la letteratura sul Web dava a intendere. A chi ha raggiunto queste pagine del mio blog e si sta chiedendo se Snow Leopard sia ‘più veloce’ di Leopard, rispondo con un ‘Ni’. Alcune applicazioni, come ho già avuto modo di notare, sono in effetti più reattive e i miglioramenti rispetto a Leopard sono indubbi. Il Finder, ora riscritto in Cocoa, è immutato nell’aspetto ma è molto più affidabile, stabile e vispo. Stesso discorso per Mail e Safari, quest’ultimo in particolar modo sembra proprio invulnerabile. A livello generale, comunque, non si nota uno scarto in velocità che faccia sembrare Leopard lento, per dire. È del tutto possibile che lo scarto sia maggiormente avvertibile su macchine meno prestanti. Io ho un MacBook Pro nuovo, con un processore a 2,66 GHz e 4 GB di RAM, quindi non so quanto faccia testo. (Peraltro mi chiedo che senso abbia parlare di velocità di un sistema operativo: la velocità è la nostra, e tutt’al più si può parlare di reattività delle operazioni e dei programmi, e da questo punto di vista siamo a un livello di immediatezza che certe differenze, in velocità bruta, si misurano solo con i benchmark e non so quanto abbiano senso nell’ambito dell’esperienza diretta, empirica).

Written by Riccardo Mori

1 Novembre 2009 alle 1:35 pm

La mentalità del gregge

con 13 commenti

Al momento in cui scrivo, Herd Mentality (La mentalità del gregge) è l’articolo più recente di John Gruber, il quale tira in ballo un argomento su cui stavo rimuginando da qualche tempo. Lui ne parla in maniera efficace, e voglio estrapolarne alcuni stralci che credo meritino attenzione e discussione. Premetto specificando la mia identità di pensiero con Gruber su questo tema, e che condivido la sua analisi.

La conformità è un istinto molto potente. L’unione fa la forza. Bisogna essere diversi per essere migliori, ma la diversità fa paura.

Per cui è normale che esista un certo livello di mentalità del gregge in ogni industria. Ma credo che questo tipo di mentalità sia particolarmente pronunciato, a livelli patologici, nell’industria dell’hardware PC. Era alla radice di un eterno dibattito in cui i sapientoni di turno sostenevano che Apple dovesse licenziare il sistema operativo Mac ad altri costruttori di PC, oppure che Apple dovesse abbandonare Mac OS del tutto e mettersi a costruire PC Windows. A prima vista, queste due storiche sciocchezze appaiono contraddittorie: secondo la prima, Apple dovrebbe convertirsi in un’azienda di software, mentre la seconda sostiene la visione di una Apple produttrice di solo hardware. Ma nella sostanza vogliono dire la stessa cosa: che Apple dovrebbe smettere di essere diversa, e agire come qualunque altro costruttore di PC (e vendere computer su cui gira Windows) oppure agire esattamente come Microsoft (e vendere licenze per il suo sistema operativo).

Nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti. Ma è la stessa mentalità del gregge che ha spinto l’ondata di opinioni secondo cui È necessario che Apple entri nel mercato dei ‘netbook’, la cui validità ho sbugiardato qualche giorno fa. Avrei potuto fornire altre decine di link a roba del genere. Il succo del discorso però è lo stesso: tutti quanti stanno producendo netbook, per cui anche Apple dovrebbe farlo. Perché? Perché lo fanno tutti.

Quando scrive che ‘nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti’ summenzionati, il buon Gruber è probabilmente ignaro del dibattito italiano in ambito Mac, un dibattito da Bar Sport che tuttora impera e arriva ad abissi di tristezza impensati. Sempre, costantemente, a ogni introduzione di novità da parte di Apple, una frangia di eterni scontenti si sente in dovere di alzarsi metaforicamente in piedi e pontificare su ciò che Apple dovrebbe fare, produrre, cambiare. Ormai con queste persone non mi confronto più, perché è come cercare di disinnescare le credenze di una setta religiosa. E poi c’è un ostacolo di fondo: queste persone fraintendono sempre la mia posizione, ritenendo che io ‘difenda’ Apple in maniera ugualmente acritica.

Si cerca di portare il discorso su dati inequivocabili per dimostrare che, forse, Apple sa bene e più di tutti che cosa sta facendo e quali strategie commerciali impiegare. I dati oggettivi sono quelli di vendita: Apple è reduce da un trimestre fiscale favoloso, in cui degno di nota è il numero di Mac venduti, più di tre milioni in tre mesi. Durante un periodo di recessione a livello mondiale, e soprattutto prima del trimestre delle feste natalizie. Apple continua a fare cifre record trimestre dopo trimestre. Ma queste persone, a fronte di ciò, scuotono la testa e dicono, sostanzialmente, che le forti vendite non sono certo sinonimo di qualità. Il loro argomento è: se così fosse, guarda quanti PC Windows ci sono in circolazione.

È un’argomentazione fallace, perché Apple e gli altri costruttori di PC (+ Windows) sono arrivati ai grandi numeri da due origini e storie completamente diverse. E il fattore imprescindibile in queste due storie è Microsoft. La parola a Gruber:

Credo che vi sia una ragione molto semplice che spiega il perché la mentalità del gregge è così patologica nell’industria dei PC: Microsoft. Anzi, una volta era ancora peggio. Una decina di anni fa l’intera industria dei computer, in ogni suo aspetto, era dominata da una mentalità del gregge che suonava così: Supportate Microsoft e seguitene l’esempio, altrimenti verrete calpestati. Ciò non è più vero nell’ambito del software applicativo. Il Web, e Google in particolar modo, hanno posto fine a questa tendenza.

Ma l’unica area in cui Microsoft continua a regnare suprema è nei sistemi operativi per PC. I costruttori di PC hanno un handicap: non possono allontanarsi dal gregge nemmeno se lo volessero. Le loro scelte a livello di sistema operativo sono: (a) installare la stessa versione di Windows che utilizzano tutti gli altri costruttori; oppure (b) allegare le stesse distribuzioni Linux open source che ogni altro costruttore di PC potrebbe includere ma che nessun cliente vuole comprare.

È chiaro che, davanti a questa scelta forzata, non si può fare un discorso qualitativo. A mio avviso, però, il fatto che si vendano oggi più Mac che in tutta la storia di Apple, significa che finalmente il grande pubblico ha pian piano imparato a distinguere. A non farsi condizionare troppo come in passato, a fare scelte più oculate. Pensiamoci un momento: che fa vendere oggi tanti Mac non può essere altro che la loro superiorità qualitativa. Le strategie di vendita di Apple non sono drasticamente cambiate rispetto a dieci anni fa. Penso al sito Web di Apple, che mantiene lo stesso palinsesto da dieci anni. I prodotti vengono presentati sostanzialmente allo stesso modo. Gli spot pubblicitari non sono aumentati.

L’elemento vincente, rispetto alla Apple dei Mac beige di 12 anni fa, è l’avvicinamento al pubblico attraverso quella strepitosa catena commerciale che sono gli Apple Store. Oggi i Mac per il pubblico non sono inavvicinabili com’erano anni fa. Si entra in un negozio Apple (o si va al punto Apple dentro un centro commerciale o un negozio che vende anche altri prodotti) e i Mac sono lì, da provare, soppesare, valutare. Si possono avere informazioni dai commessi, ci si può efficacemente documentare su Internet. Oggi i Mac sono abbordabili in senso fisico ed economico. Chi acquista Mac ne riconosce l’affinità alle proprie esigenze, la semplicità e la qualità. Questo avvicinamento all’utente è il cardine fondamentale, che prima non esisteva. Non a caso la frase che ho sentito pronunciare più spesso a chi è passato a Mac dopo anni di PC Windows è Se solo me ne fossi reso conto prima, quanti grattacapi mi sarei risparmiato.

Gruber prosegue snocciolando altri spunti interessanti:

La capacità di Apple di produrre hardware innovativo si intreccia inestricabilmente con la sua capacità di produrre software innovativo. iPhone è un esempio ancora migliore del Mac.

Ai pezzenti che sostengono che Apple dovrebbe regalare a tutti il proprio sistema operativo e permettere che giri anche sul catorcio più economico dotato di tastiera e schermo continua a sfuggire il concetto, molto semplice, che se Apple si mettesse davvero a farlo chiuderebbe bottega nel giro di poco tempo.

Non è solo il fatto che Apple è diversa rispetto agli altri costruttori di computer. È che Apple è l’unica azienda che può essere diversa, perché è l’unica che possiede il proprio sistema operativo. Parte della mentalità del gregge dell’industria informatica è il presupposto che nessun altro possa realizzare il sistema operativo di un computer — che tutti possano costruire un computer ma che soltanto Microsoft possa produrre il sistema operativo. Dovrebbe essere piuttosto imbarazzante per aziende come Dell e Sony, che hanno molto denaro e forti identità aziendali, il fatto che siano entrambe costrette a vendere computer con la stessa copia di Windows installata dagli altri marchi minori.

E conclude dicendo che:

I sistemi operativi non sono semplici componenti di una macchina come la RAM o la CPU: sono l’elemento più importante dell’esperienza utente. A parte Apple, non esiste alcun costruttore di PC che controlla la parte più importante dei computer che fabbrica. Immaginate come sarebbe migliore l’industria informatica se vi fossero più aziende di computer a cimentarsi nella realizzazione del proprio sistema operativo e ad alzare gli standard attuali.

Io concludo dicendo che Apple ha finalmente saputo giocare a suo estremo vantaggio la carta della diversità, che nell’epoca buia degli Anni Novanta era l’elemento che l’aveva relegata a essere azienda di nicchia. Mi auguro che Apple continui così, perché questa sua diversità, alla fine, va a vantaggio di tutti, persino di quelli che non lo comprendono.

Written by Riccardo Mori

24 Ottobre 2009 alle 2:49 pm

Snow Leopard: diario di bordo (3)

con 13 commenti

Guadagno di spazio, con il trucco.

Per oggi ho solo una noticina veloce, e per giunta affronto un tema che non è mai stato il mio forte, la matematica. Se mi sbaglio, qualcuno più ferrato mi correggerà.

Nella pagina del sito Apple che riassume i perfezionamenti di Snow Leopard si dice, fra le altre cose, che Snow Leopard occupa meno della metà dello spazio della versione precedente, lasciandoti circa 7 GB di spazio libero in più. E infatti uno dei primi dettagli che ho notato dopo il passaggio a Mac OS X 10.6 è stato il considerevole aumento dello spazio libero sul disco interno del mio MacBook Pro: da 238 GB liberi mi sono ritrovato con ben 259 GB liberi. Snow Leopard è effettivamente più leggero, se non altro perché il grosso del sistema operativo è ora privo di codice PowerPC. Ma occorre calcolare anche un altro fattore: con Snow Leopard cambia il sistema di riferimento di quel che siamo abituati a considerare un gigabyte (GB).

Come afferma chiaramente la Wikipedia alla voce Gigabyte:

[...] Un gigabyte (ma il discorso si estende a tutti gli altri multipli del byte) nella pratica comune può assumere 2 diversi valori:

1.000.000.000 byte = 10003 = 109 byte = 1 miliardo di byte

in questo caso il gigabyte è definito come 1 miliardo di byte ed è così utilizzato nelle telecomunicazioni, nell’ingegneria ma anche da molti produttori di hardware nelle specifiche tecniche delle loro apparecchiature.

1.073.741.824 byte = 10243 = 230 byte = 1 gibibyte

In questo caso il gigabyte ha lo stesso valore del gibibyte, che è uno standard definito dalla Commissione Elettrotecnica Internazionale (IEC), che esprime 1.073.741.824 byte senza nessuna ambiguità e dovrebbe quindi essere utilizzato al posto del gigabyte per indicare tale quantità di dati. Oggigiorno questo viene fatto sempre più spesso in campi come l’ingegneria informatica, nella programmazione e in quasi tutti i sistemi operativi.

Fino a Mac OS X 10.5, Apple si è riferita al Gigabyte in quella seconda accezione, ossia 1 GB = 1024 MB. In Snow Leopard, invece, 1 GB = 1000 MB. Un effetto di questo cambiamento è che ora i file sembrano più ‘pesanti’ di prima. Avevo una cartella con dei filmati da 350 MB l’uno. Dopo il passaggio a Snow Leopard la dimensione di quegli stessi file viene indicata come 375 MB circa. Non cambia il peso del file, ma, se posso dire così, a cambiare è l’unità di misura.

Seguendo il ragionamento, anche lo spazio libero sembrerà molto di più. Avevo 238 GB liberi, ora il sistema mi dice che ne ho 259, ma è cambiata l’unità di misura e in realtà è improprio pensare che io abbia guadagnato 21 “GB”, perché i 238 erano gibibyte e i 259 attuali sono gigabyte. Guardiamo la citazione dalla Wikipedia. Prima avevo 238 x 1.073.741.824 byte = 255.550.554.112 byte, adesso ho 259 x 1.000.000.000 byte = 259.000.000.000 byte. Pertanto i byte guadagnati sono ’solo’ 3.449.445.888, ossia 3,45 GB (gigabyte — come li indicherebbe Snow Leopard), oppure 3,21 GB (gibibyte — come li indicherebbe Leopard).

Morale, il guadagno c’è, ma meno di quanto appaia a prima vista.

[Aggiornamento: Da quel che mi è stato fatto notare nei commenti, non mi sono spiegato in maniera precisa sulle ragioni della leggerezza di Snow Leopard. Questo perché in realtà spiegare il perché Snow Leopard è più leggero di Leopard non era l'argomento principale del mio intervento. Ammetto che la frase Snow Leopard è effettivamente più leggero, se non altro perché il grosso del sistema operativo è ora privo di codice PowerPC può dare adito a fraintendimenti, e quindi preciso dicendo che le ragioni della perdita di peso di Snow Leopard sono diverse. Le principali: 1) Il codice PowerPC è stato eliminato da tutti gli eseguibili. 2) La maggior parte dei file non eseguibili sono conservati in formati compressi. 3) Compressione per-file dinamica a livello di filesystem HFS+. 4) Eliminazione di localizzazioni inutili, compressione dei file NIB contenuti nei bundle di ogni applicazione, eliminazione dei file designable.nib, che a quanto pare si tratta di rimanenze inutili che dovevano già essere eliminate in Leopard e che possono occupare anche uno spazio considerevole. Secondo uno sviluppatore, solo in Mail.app ce ne sono più di 1.400, a occupare quasi 200 MB; infatti Mail 3.x in Mac OS X 10.5 occupa quasi 290 MiB (281.404.816 byte), mentre Mail 4.x in Mac OS X 10.6 occupa soltanto 77,5 MB (64.372.482 byte).]

Written by Riccardo Mori

20 Ottobre 2009 alle 12:44 pm

Snow Leopard: diario di bordo (2)

con 5 commenti

Continua la stesura del diario di bordo in cui registro le mie osservazioni su Snow Leopard recentemente installato. Tengo a precisare che, almeno per ora, non c’è un ordine preciso negli argomenti che affronto di volta in volta. In questi primi giorni voglio condividere le mie scoperte così come le trovo, durante l’utilizzo normale del Mac. Il menù per oggi contempla un paio di dettagli che mi hanno fatto un po’ storcere il naso.

Cambia il tempo. O almeno il modo per indicarlo.

Il pannello Data e Ora delle Preferenze di Sistema è leggermente migliorato rispetto a Leopard: la sezione Fuso orario ora permette un’impostazione automatica basata sulla propria posizione, che viene localizzata in maniera analoga a quanto avviene su iPhone. Ed è buona cosa. Nella sezione Orologio, finalmente, è possibile spuntare un’opzione che permette di visualizzare la data completa (non solo il giorno della settimana) accanto all’orologio nella barra dei menu. Ed è buona cosa. Qualcuno però mi spieghi perché il separatore di ore e minuti adesso è un punto singolo (esempio: 14.50) invece dei tradizionali due punti (14:50), e soprattutto perché non posso modificarlo a mio piacere. Non è la fine del mondo, per carità, ma ogni volta che butto l’occhio lassù a destra ho sempre l’impressione che manchi qualcosa, e che sia una maniera scorretta di marcare il tempo (cercando in rete si scopre che non lo è, ma appare quantomeno una decisione un po’ arbitraria e il separatore con il punto sembra ‘non tradizionale’). Il bello è che questa novità sembra riflettere soltanto le impostazioni italiane (Italia e Svizzera), perché andando in Preferenze di Sistema > Lingua e Testo > Formati e scegliendo una Regione (quindi una lingua) diversa, ecco ritornare i due punti separatori di ore e minuti. Io sono passato a Inglese (Irlanda) e poi ho personalizzato i separatori numerici e di valuta nella parte inferiore del pannello.

Servizi un po’ criptici

Occorre premetterlo: la riorganizzazione dei Servizi in Mac OS X 10.6 è un’ottima cosa e ripulisce finalmente quel grosso pasticcio che erano nelle versioni precedenti. Ora in una applicazione i servizi vengono resi disponibili a seconda del contesto, sono personalizzabili, cioè attivabili/disattivabili a piacere, e inoltre è possibile crearne di propri utilizzando Automator. Osserviamo la differenza del menu Servizi in Leopard e Snow Leopard:

Selezionando una porzione di testo in Safari 4, questo è il menu Servizi sotto Mac OS X 10.5 Leopard.

Selezionando una porzione di testo in Safari 4, questo è il menu Servizi sotto Mac OS X 10.5 Leopard.

...Mentre questo è il menu Servizi sotto Mac OS X 10.6 Snow Leopard.

...Mentre questo è il menu Servizi sotto Mac OS X 10.6 Snow Leopard.

A livello di chiarezza e semplicità di interfaccia il passo avanti è notevole. Andiamo ora in Preferenze di Sistema > Tastiera > Abbreviazioni da Tastiera e selezioniamo Servizi dall’elenco di sinistra. Qui è possibile, come dicevo, selezionare o deselezionare i vari servizi a disposizione. Solo che, a quanto mi è dato vedere, il caos che in Leopard si trovava nel menu Servizi pare si sia spostato qui; un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto.

La personalizzazione dei Servizi in Mac OS X 10.6 è un'ottima idea, che però andrebbe rifinita meglio.

La personalizzazione dei Servizi in Mac OS X 10.6 è un'ottima idea, che però andrebbe rifinita meglio.

I problemi che presenta l’elenco di servizi sulla destra mi sembrano evidenti:

  1. Dato che qui vengono raccolti i servizi messi a disposizione anche dalle applicazioni di terze parti, se queste applicazioni parlano solo inglese, i servizi saranno un po’ in italiano e un po’ in inglese (se la lingua principale del sistema è l’inglese ovviamente non ci sarà questo problema). Nella figura non si vede, ma sul mio Mac mi ritrovo lo stesso identico servizio sia in italiano che in inglese (perché fornito da due applicazioni diverse, una di sistema e l’altra no), come Apri URL e Open URL, Riassumi e Summarize, e così via.
  2. A parte alcuni casi in cui è possibile dedurlo dal nome del servizio stesso, non c’è modo di stabilire quale applicazione ha generato un certo servizio. Ho contato almeno quattro servizi tutti uguali (Open File) ma evidentemente generati da programmi diversi. Quale scegliere? L’unico sistema è procedere per tentativi, attivandone uno e vedendo cosa succede nel menu Servizi.
  3. La mancanza di chiarezza e la persistenza di casi incerti e/o ambigui sono aggravate dal fatto (per me increscioso) che svariati servizi hanno il nome troncato. Come potete vedere in figura vi sono due servizi che iniziano entrambi per Converti il documento cine… ma — e vado per deduzione — probabilmente uno si riferirà al cinese tradizionale e l’altro al cinese semplificato. Non userò mai questi servizi, ma il problema in linea di principio rimane. Vi sono poi servizi il cui nome troncato li rende piuttosto incomprensibili: Cattura selezione usando il… (usando che? Suspense!), Ottieni il risultato di Apple… (ma che significa?), Aggiungi ad iTunes come T… (come ‘t’ che? “Come ti pare?”), Nuova finestra TextEdit co… (“co”?). Eccetera. Anche qui, procedere per tentativi, attivando e disattivando fino a ottenere qualcosa di buono. Tutte queste ambiguità si potevano evitare semplicemente permettendo il ridimensionamento del pannello delle Preferenze di Sistema. Invece, siccome non è possibile, chi ha la sfortuna di parlare un idioma meno sintetico dell’inglese si ritrova con molti servizi dal nome troncato.
  4. Come potete vedere, alcuni servizi hanno un’abbreviazione da tastiera associata, altri no. Il fatto che per aggiungerne una a un servizio occorra fare clic con il mouse più o meno nell’area della finestra in cui dovrebbe apparire l’abbreviazione non mi sembra affatto immediato. Anche qui, uno ci arriva, per carità, ma renderlo graficamente più intuitivo era davvero un lavoro da poco.

Potranno sembrare pignolerie, ma Apple mi ha sempre abituato bene, manifestando in molti ambiti un’attenzione per il dettaglio che rasenta il maniacale. Pertanto, quando mi imbatto in casi come questo, non posso fare a meno di notare la mancanza di rifinitura, il dettaglio trascurato, la buona idea di fondo (perché i Servizi funzionano decisamente meglio di prima) non perfezionata nei particolari.

Bene, adesso vado a vedere in Automator come fare a creare nuovi servizi. Dai tempi di Mac OS X 10.4 è la terza volta che lo apro…

Written by Riccardo Mori

19 Ottobre 2009 alle 5:51 pm

Snow Leopard: diario di bordo (1)

con 6 commenti

Installazione e oltre: prime note sparse

Sono passati più o meno due giorni da quando ho aggiornato il MacBook Pro a Mac OS X 10.6 Snow Leopard, e devo dire subito una cosa: da quel che avevo leggiucchiato sul Web mi aspettavo molti più grattacapi. Invece finora, sotto questo aspetto, non ho praticamente nulla da segnalare. Come già dicevo nello scorso post, mi sono lanciato nell’installazione di Snow Leopard con la rete di protezione, nel senso che ho voluto meticolosamente passare in rassegna le applicazioni di terze parti che utilizzo sempre o con una certa frequenza, verificarne lo stato di compatibilità con Snow Leopard, e aggiornarle di conseguenza (o in rarissimi casi, cancellarle e cercare una soluzione più adatta ovvero compatibile).

Fatto questo lavoro preliminare, fatto il backup con Time Machine, sono partito con l’installazione. Noiosamente semplice, come dev’essere. A differenza delle versioni precedenti di Mac OS X, una volta lanciata l’applicazione “Aggiornamento Mac OS X” dal DVD di Snow Leopard, il Mac non si è riavviato subito, ma è partito direttamente con il processo e solo dopo una decina di minuti si è riavviato automaticamente e ha proseguito. Ho eliminato le lingue inutili, ho scelto di non installare nessun driver stampante, ho optato per avere Rosetta, QuickTime 7 e X11; totale da installare 4,3 GB. L’installazione è durata circa una mezz’ora.

Una volta ripreso il controllo del MacBook Pro, Aggiornamento Software si è avviato automaticamente e mi ha proposto subito di installare l’aggiornamento Mac OS X 10.6.1, che aveva già scaricato. Nota curiosa: l’aggiornamento pesava soltanto 9,8 MB. Ho dato l’OK e il Mac si è messo al lavoro e subito ho notato una caratteristica di Snow Leopard che avrò modo di osservare anche dopo: le comunicazioni del sistema operativo sono un po’ più informative di prima. Ora Installer descrive i vari passaggi in modo più dettagliato, ed è ritornata l’indicazione che si riferisce alla ‘ottimizzazione del sistema’, che mi pare fosse stata omessa in Leopard.

Terminato l’aggiornamento a Mac OS X 10.6.1 ed effettuato l’Aggiornamento Prestazioni 1.0, andavo subito a verificare che Mailsmith 2.1.5 e BBEdit 8.2.6 funzionassero, così come Adobe InDesign CS3 e Microsoft Word 2004. A oggi, nessun problema, anche se mi riservo di approfondire il discorso InDesign più avanti, in quanto l’unica prova che ho avuto tempo di eseguire è stata aprire il programma, sorbirmi l’aggiornamento dell’Adobe Updater (il quale prima ha aggiornato se stesso — dettaglio che non manca di ‘divertirmi’ ogni volta — e poi InDesign CS3 alla versione più recente), e aprire con successo alcuni progetti già ultimati sotto Tiger e Leopard. A un esame superficiale non ho notato discrepanze nel layout o problemi nell’apertura e visualizzazione dei file.

Al primo avvio Mail ha dovuto eseguire l’aggiornamento del suo database, ma l’operazione è durata davvero poco, molto meno di quanto specificato nell’avviso iniziale. Ecco, di Mail una cosa che ho notato immediatamente è la maggiore reattività dell’interfaccia e la maggiore velocità operativa. Per ora le tre applicazioni in cui riesco a notare percettibilmente un aumento di velocità rispetto a Leopard sono Mail, Safari e il Finder. L’impressione generale è quella di stare utilizzando programmi robusti, che rispondono con prontezza. Safari è maturato moltissimo in un lasso di tempo relativamente breve per un browser (Internet Explorer e Mozilla/Firefox, a confronto, sono in circolazione da molto più tempo e danno l’impressione di non essere all’altezza considerati gli anni di sviluppo che hanno alle spalle) e dalla versione 3.2 è diventato il mio browser principale.

Giunto il momento di eseguire il primo backup, ho potuto notare come anche qui abbiano lavorato per migliorare un poco il feedback verso l’utente. Adesso finalmente Time Machine mostra ciò che sta facendo durante tutta l’operazione di backup, non soltanto quando inizia materialmente a copiare i dati. È una piccolezza, ma significativa: chi non si è ritrovato un po’ disorientato da tutto quel macinare del disco rigido esterno, a volte per cinque, dieci, anche quindici minuti senza che venisse copiato nulla? Chi non si è mai chiesto almeno una volta ‘Ma che caspita sta facendo Time Machine?’ Ora la fase preliminare viene esplicitata (“Calcolo modifiche”), con tanto di progresso in percentuale, così l’utente sa che Time Machine sta funzionando davvero, sa che non sta girando a vuoto, e sa a che punto si trova di tutto il processo:

Schermata 2009-10-17 a 18.58.58.png
.

Il primo backup dopo l’aggiornamento a 10.6.1 più gli aggiornamenti di tutte le applicazioni di terze parti pesava ben 10,17 GB. La cosa strana però è che, arrivato a circa 7,3 GB, Time Machine ha ricalcolato le modifiche e ha concluso il backup in anticipo, indicando che il backup successivo avrebbe avuto luogo sei minuti dopo. Backup di soli 20 MB di dati, però. Ma visto che non ci sono state segnalazioni di errore, e che entrando in Time Machine tutto sembra funzionare a dovere, non mi sembra il caso di allarmarsi.

Sempre in tema di interfaccia utente più rifinita e informativa, mi piace come si ‘ingrigiscano’ i volumi subito dopo il comando di espulsione, una specie di pre-eject che informa come Mac OS X abbia iniziato la procedura di espulsione. Anche qui, piccolezze, che però danno all’utente un riscontro importante. Prima non era raro che dovessi dare il comando di espulsione più volte e in più modalità, e che rimanessi con la sensazione che il sistema non prestasse ascolto o che ci fossero problemi con le unità montate sulla scrivania (e in effetti di tanto in tanto il Finder mi informava che il disco X non poteva essere espulso perché utilizzato da qualche fantomatica applicazione).

Nel reparto ‘eventi misteriosi’ l’unica cosa da segnalare è che dopo il passaggio a Snow Leopard mi sono ritrovato con una serie di font disattivati dal sistema — in maniera apparentemente arbitraria, visto che non ci sono stati problemi a riattivarli mediante Linotype FontExplorer X (il quale peraltro non mi ha dato nessun problema, malgrado avessi letto esperienze contrastanti sul Web).

Con mio disappunto (ma c’era da aspettarselo, in fondo), il buon vecchio Pages 1.x non funziona più a dovere. Si apre, sembra funzionare, ma non mi apre più i file creati in precedenza. Lo so, siamo nel 2009 e sto ancora usando la suite iWork ‘05, ma Pages (che è l’applicazione di iWork che più utilizzo) mi è sempre andato bene così e io credo fortemente nel detto Se non è rotto, perché volerlo riparare? e ho sempre aggiornato applicazioni di grosso calibro solo se ne avevo un reale bisogno. Ho scaricato la versione di prova di iWork ‘09 e, ovviamente, ho potuto recuperare tutto l’archivio di file Pages. Nei prossimi giorni vedrò di acquistare una licenza e finita lì.

A parte questo piccolo inghippo con Pages, da quando ho installato Snow Leopard non ho incontrato alcun inconveniente e, con mio grande sollievo, tutto pare funzionare egregiamente. Ci sono alcuni dettagli che non mi entusiasmano del tutto, ma ne parlerò nella prossima puntata. Come sempre con i miei ‘diari di bordo’, sono a disposizione per chiarire dubbi e perplessità, nel limite del possibile.

Written by Riccardo Mori

18 Ottobre 2009 alle 1:44 pm

Snow Leopard: preparativi

con 4 commenti

Per tutta una serie di ragioni — prima fra tutte l’esigenza di testare in modo approfondito il nuovo MacBook Pro arrivato verso la fine di luglio — non mi sono precipitato ad aggiornare il sistema a Mac OS X 10.6 Snow Leopard. Nel frattempo ho continuato a leggere sul Web i vari resoconti, più o meno positivi. Malgrado mi faccia influenzare rarissimamente da cose di questo genere (se stiamo a guardare i problemi riportati dagli utenti nei vari forum Apple e altrove, non aggiorneremmo mai Mac OS X, né a una versione minore, né tantomeno a una versione maggiore), devo ammettere che un po’ gli entusiasmi si erano attenuati quando lessi di oggettivi problemi di compatibilità con molti software che sotto Mac OS X 10.5 filavano lisci.

Io ho installato parecchi programmi di terze parti sul mio Mac; mi piace supportare gli sviluppatori indipendenti, mi piace provare nuove applicazioni e, quando possibile, fornire il mio feedback allo sviluppatore; e poi, come per chiunque utilizzi il Mac per lavoro, esiste un gruppo di applicazioni ‘imprescindibili’, ossia che devono funzionare e per le quali non posso permettermi il rischio di problemi di incompatibilità.

Snow Leopard è la prima incarnazione di Mac OS X che osa tagliare i ponti con il passato sotto molti aspetti, e la conseguenza più vistosa sono appunto i problemi di compatibilità che presentano molte applicazioni di terze parti. Da questo punto di vista la transizione da Mac OS X 10.5 a 10.6 è un po’ più ‘abrasiva’ rispetto alla transizione da Mac OS X 10.4 a 10.5. I produttori di software si stanno dando da fare nel pubblicare aggiornamenti che risolvano i problemi di compatibilità, intanto una strategia può essere quella di installare semplicemente Snow Leopard, andare a vedere i programmi che ha infilato nella cartella ‘Software incompatibili’ e da lì cominciare a cercare soluzioni e aggiornamenti. Stavolta però ho preferito agire con cautela, dato che non posso rimanere senza applicazioni quali InDesign CS3 e Microsoft Word 2004 (che mi serve più che altro per aprire documenti Word altrui e documenti miei registrati più di dieci anni fa).

Dopo una breve ricerca su Google ho trovato il sito che fa al caso mio: una wiki in cui gli utenti si mettono a provare i vari software sotto Snow Leopard e riportano il livello di compatibilità, che può essere totale, parziale, nullo o sconosciuto. Ho fatto passare l’elenco in ordine alfabetico e ho preso appunti ogni volta che incontravo un software in mio possesso. Visti i risultati, ho fatto bene a non aggiornare impulsivamente. Le applicazioni che devo prendere in considerazione sono 58. Di queste, 23 devono obbligatoriamente essere aggiornate all’ultima versione per essere utilizzate. Altre 11 (tutti programmi non essenziali, è giusto specificare) presentano problematiche che ne impediscono il funzionamento sotto Snow Leopard allo stato attuale.

Per quanto riguarda altre due applicazioni per me importanti — Mailsmith e BBEdit — ho chiesto direttamente a Rich Siegel di Bare Bones Software, dato che sto continuando a utilizzare versioni più datate (per Mailsmith la 2.1.5 e per BBEdit la 8.2.6). Lo so, la strada più facile sarebbe quella di aggiornarle e finita lì. Sto testando Mailsmith 2.2.x su un altro Mac, e sebbene la velocità e i miglioramenti generali si notano direi a occhio nudo, certe instabilità che la versione 2.1.5 non ha mai presentato mi lasciano un po’ perplesso e titubante. In fin dei conti Mailsmith gestisce l’80% della mia posta (a Mail l’altro 20%), e non mi va di affidare un archivio di oltre 200.000 messaggi email a una versione che, per fare un esempio concreto, ha perso dei dati a seguito di un’uscita inaspettata avvenuta durante un aggiornamento di SpamSieve (il peraltro ottimo antispam che uso in combinazione con Mailsmith). BBEdit 9.x offre nuove funzioni e migliorie consistenti rispetto alla versione che utilizzo, ma al momento non sento la necessità forte di aggiornare, e mi dispiacerebbe essere costretto a farlo solo e unicamente per usare BBEdit sotto Snow Leopard. Ma qui si tratta di questioni tutte personali, sia chiaro.

Il 9 ottobre ho ordinato sull’Apple Store la versione Up-to-date di Snow Leopard (8,95 Euro) a cui ho diritto per aver acquistato un nuovo Mac dopo l’8 giugno. Il DVD è arrivato, come anticipato con precisione da Apple, ieri 15 ottobre, in una confezione un po’ striminzita — ovvero nessuna confezione, il DVD era infilato nella classica bustina di carta, e nel pacchetto postale oltre al DVD c’erano un paio di foglietti: una guida rapida di installazione e la licenza del software. Questo DVD è differente dalla versione stand-alone che si trova nei negozi a 29 Euro, in quanto può solamente aggiornare a Snow Leopard un Mac o un volume su cui sia già presente una versione di Leopard. Non è possibile quindi installare Snow Leopard ex-novo su un’unità vuota.

Nel frattempo Siegel di Bare Bones mi ha risposto, dicendomi molto onestamente:

[Se ci siano problemi con Mailsmith 2.1.5 e BBEdit 8.2.6 sotto Mac OS X 10.6] non ho assolutamente idea. Nessuna di quelle versioni è stata testata sotto 10.6.x e non sono materialmente in grado di prevedere gli eventuali inghippi che potresti incontrare, né se ve ne possano essere o meno. Tutto quel che posso dire è che se ti imbatti in un problema che è stato risolto in una versione più recente di quelle applicazioni, dovrai decidere se vale la pena o meno di fare il salto e aggiornare.

Stamattina sono andato scaricando tutte le versioni aggiornate dei programmi ‘problematici’; ho fatto poi un backup completo e sincronizzato dell’archivio di Mailsmith e in caso di inghippi posso continuare a gestire la posta sul PowerBook G4 12″ mentre aggiorno Mailsmith sul MacBook Pro. Stasera farò l’aggiornamento a Snow Leopard e vedrò di affrontare eventuali problemi rimanenti se e quando si manifesteranno. Anche se ormai il fattore novità è un po’ passato dato che Snow Leopard è disponibile già da un mese e mezzo, nei prossimi giorni pubblicherò le mie impressioni a caldo su questo nuovo felino… freddo.

Written by Riccardo Mori

16 Ottobre 2009 alle 4:57 pm

Incoerenze rosse e verdi

con 7 commenti

Il recente caso di iTunes 9.0.1, che riporta la funzionalità del pulsante verde della finestra principale dell’applicazione a com’era prima di iTunes 9 (attivazione della modalità mini-player), non ha fatto altro che ricordarmi le incongruenze più o meno manifeste dell’interfaccia utente di Mac OS X.

Da tempo immemore, Apple ha creato le Human Interface Guidelines (HIG), ossia le Linee Guida che definiscono l’interfaccia utente del sistema operativo, e conseguentemente dei programmi che dovranno girarci. Le HIG sono una risorsa dettagliatissima e fondamentale, che appunto copre tutti gli aspetti dell’interfaccia (controlli, finestre, pulsanti, puntatore, drag and drop, ecc.) nonché determinati aspetti del design generale.

L’importanza di seguire tali linee guida è indiscutibile. Attenendosi a esse, i programmatori e le aziende software di terze parti possono creare applicazioni che conservano un aspetto e soprattutto una coerenza di comportamento essenziali per offrire un’esperienza d’uso piacevole, Mac-like e prevedibile per l’utente. Una buona parte del flusso di lavoro quotidiano — specie oggi che è possibile tenere aperte decine di applicazioni contemporaneamente — è fatta di riflessi condizionati, di combinazioni memorizzate nella memoria muscolare. La coerenza dell’interfaccia grafica, delle scorciatoie da tastiera assegnate ai comandi più comuni, consentono di trovare pulsanti ed elementi di un programma senza nemmeno cercarli, così come copiare tagliare incollare, aprire chiudere salvare un documento, senza dover cercare con il mouse il comando o il menu: si digita direttamente ⌘-C, ⌘-X, ⌘-V (notato che sono tre tasti contigui sulla tastiera? Non è un caso), e così via.

Immaginate il disastro se ogni applicazione facesse a modo suo, se invece di ⌘-V per incollare, per esempio, un altro programma stabilisse la combinazione ⌘-P, normalmente usata per stampare. La coerenza è importante, e Apple ha sempre dato il buon esempio. In Mac OS X, tuttavia, si annidano piccole incoerenze — probabilmente perdonate o non percepite dall’utente medio — che a me infastidiscono, più che altro perché non hanno giustificazione a livello di design e usabilità.

I pulsanti rosso, giallo e verde presenti in tutte le applicazioni Mac OS X raccolgono la maggior parte di queste incoerenze ingiustificate. Già non si capisce esattamente il criterio di assegnazione dei colori: il rosso chiude la finestra, e qui ci può anche stare; il giallo la minimizza nel Dock, il verde la ridimensiona. Dove sia il collegamento fra il concetto di giallo e di minimizzazione, del verde e del ridimensionamento, non si sa bene. L’arbitrarietà di questi codici colore è ancora più lampante se si decide di passare al tema Graphite dell’interfaccia del sistema (in Preferenze di Sistema > Aspetto): a quel punto i tre pulsanti diventano tutti di colore grigio, ed è chiaro che ciò che più importa è ricordarsi la posizione: il primo a sinistra chiude la finestra, eccetera.

Ma torniamo alle funzioni: sarebbe auspicabile che tutte le applicazioni mantenessero le tre funzioni assegnate ai pulsanti rosso, giallo e verde. Il giallo (minimizzare) sembra rispettato in tutti i casi — almeno in tutte le applicazioni installate sui miei Mac. Il verde, non sempre. Uno si aspetta la funzione di ridimensionamento, ma in iTunes quel pulsante viene utilizzato per una funzione completamente diversa (passare alla vista mini-player); la cosa ancora più irritante è che quella funzione potrebbe essere assolta benissimo da un altro pulsante: quello oblungo nell’angolo superiore destro della finestra. E non sarebbe un’assegnazione arbitraria, in quanto la funzione statutaria del pulsante bianco oblungo è proprio quella di ‘cambiare vista’ (basta vedere che succede con una qualsiasi finestra del Finder). Fra l’altro, prima della versione 9 iTunes non aveva affatto il comando per ridimensionare la finestra (la voce era assente anche dal menu Finestra); ossia i programmatori avevano ritenuto inutile ridimensionare la finestra, proponendo una situazione tutto-o-nulla (o massimizzata per coprire l’intera area dello schermo, o in vista mini-player).

È vero che esisteva sempre la possibilità di ridimensionare a piacere utilizzando la ‘maniglia’ nell’angolo in basso a destra della finestra, ma poter adattare allo schermo la finestra di iTunes con un comando Ridimensiona è importante almeno in un caso: quando si usa iTunes su un monitor esterno collegato al portatile e si stacca il monitor, la visualizzazione passa allo schermo (generalmente a risoluzione minore) del portatile; iTunes però conserva la ‘memoria’ delle dimensioni dell’altro monitor, e una fetta della finestra principale rimane fuori dallo schermo del portatile — la ‘maniglia’ per ridimensionare è irraggiungibile, e premendo il pulsante verde si passa al mini-player oppure si ritorna alla visualizzazione massimizzata della finestra, che non si adatta alla nuova risoluzione dello schermo. In questo caso (che a me è capitato più volte) l’unico espediente valido è stato passare a una risoluzione diversa nelle preferenze monitor, per poi ripassare alla risoluzione normale; in quel caso iTunes si riadatta alle dimensioni dello schermo. Se non altro in iTunes 9 hanno inserito il comando Ridimensiona nel menu Finestra.

Scusate il lungo excursus, certamente più facile da spiegare con uno screencast che non a parole.

Non è esente da incongruenze nemmeno il pulsante rosso, però. La funzione standard, come già detto, è quella di chiudere la finestra principale, ma vi sono alcune applicazioni per le quali la pressione del pulsantino rosso provoca l’uscita dal programma (le prime che mi vengono in mente: Preferenze di Sistema, Utility Disco, iPhoto, ma possono esservene altre). È una soluzione disorientante, che ricorda molto l’interfaccia di Windows — dove ha però senso, in quanto nella metafora dell’interfaccia utente Windows ogni programma è una finestra. Nella piattaforma Macintosh, sin dai tempi del System 6 e 7, il pulsante nell’angolo superiore sinistro di una finestra ha sempre chiuso la finestra, mai il programma. In Mac OS X ci sono queste situazioni ibride, e l’utente ignaro si ritrova a chiudere un’applicazione (senza conferma) quando magari voleva solo chiuderne la finestra principale. Non sto discutendo su quale scelta sia la migliore (in questo caso, se sia meglio ⌘-Q o premere il pulsante rosso per terminare il programma), sto solo dicendo che sarebbe utile e sensato che Apple si attenesse alle Linee Guida dettate da Apple medesima.

Written by Riccardo Mori

27 Settembre 2009 alle 2:47 pm

Aggiornamenti e dettagli che sfuggono

con 5 commenti

Da quando utilizzo il mio nuovo MacBook Pro 15” ho potuto apprezzare l’estrema comodità del nuovo trackpad, gigantesco per me che vengo da un PowerBook G4 12”. Non sono un fanatico delle gestualità sul trackpad, in generale. Sui miei PowerBook, per esempio, l’uso è sempre stato minimale: la superficie del trackpad serve a spostare il puntatore, il tasto del trackpad per fare clic. Il ‘tasto destro’ per me è sempre stato Ctrl-clic. Per dire, non mi sono mai trovato comodo a usare il tap sul trackpad per fare clic. E via dicendo.

Ci sono però un paio di gestualità a cui mi sono abituato fin dal primo giorno con il nuovo MacBook Pro: lo scorrimento con due dita e l’utilizzo di quattro dita in su e giù per Exposé, molto comodo per togliere di mezzo le molte finestre sempre aperte e raggiungere la scrivania. Non avevo mai fatto l’abitudine a scorrere con due dita con il PowerBook G4 in quanto il portatile rimaneva quasi sempre collegato, chiuso, a un monitor esterno, e la mia configurazione di lavoro principale è ‘desktop’, appunto, col portatile chiuso, monitor esterno, tastiera e Mighty Mouse wireless.

Ora che il PowerBook G4 è stato scalzato dal MacBook Pro e sono tornato a utilizzarlo in versione ‘nomade’, ho cercato fin da subito di fare lo scorrimento con due dita sul trackpad, ma mi sono ricordato che questa funzione, essendo il PowerBook del 2004, non era ancora implementata. Stavo già scaricando iScroll2 per sopperire a questa mancanza quando mi sono accorto che con l’aggiornamento Mac OS X 10.5.6 il trackpad ha un pannello separato nelle Preferenze di Sistema e, sorpresa, la modalità di scorrimento con due dita è attivabile da sistema. Non me n’ero nemmeno accorto. Ovviamente l’opzione si può attivare sui portatili compatibili, per cui suppongo dai PowerBook in alluminio in avanti. L’unica cosa che mi ha un po’ deluso è che pur impostando la velocità di scorrimento al minimo possibile, il trackpad del PowerBook G4 appare molto più sensibile e ‘nervoso’ rispetto a quello del MacBook Pro, e lo scorrimento è meno fluido. Ma a parte questo, niente da lamentarsi, anzi sono contento di questa implementazione retroattiva, per così dire.

Un’altra funzionalità che ho notato di recente, e che non ho idea di quando sia stata introdotta, è in Exposé. Quando lo si lancia e compaiono le finestre aperte delle varie applicazioni, è possibile passarle in rassegna a tutto schermo premendo il Tabulatore. Lo sto notando in Mac OS X 10.5.8, quindi non è una novità di Snow Leopard. Però anche questa è un’indubbia comodità.

Infine, e questa potrebbe essere una vecchia notizia per molti, un altro dettaglio che non avevo mai notato prima di acquistare il MacBook Pro e che forse è legato alle nuove tastiere con i tasti funzione riconfigurati, è che premendo Opzione e F1/F2 (i tasti della luminosità) si aprono le Preferenze di Sistema sul pannello Monitor; premendo Opzione e F3/F4 (Exposé e Dashboard) si apre il pannello Exposé e Spaces; e così via. Come ho già detto, per molti sarà la scoperta dell’acqua calda, ma a volte ci si incanala nel proprio abituale flusso di lavoro e nemmeno si ha tempo di esplorare. Se avete fatto simili scoperte, di funzioni o combinazioni di tasti seminascoste o poco documentate, fate sapere nei commenti, ché è sempre utile.

Written by Riccardo Mori

5 Settembre 2009 alle 2:50 pm