Autoritratto con mele

Il blog di Riccardo Mori

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Interfaccia utente: spinte innovative e forze conservative

con 2 commenti

Steven Frank di Panic ha recentemente pubblicato una riflessione interessante sul suo blog, sull’attuale situazione dell’interfaccia utente in campo informatico. È da molto che siamo fermi alla metafora della ’scrivania’. Quale può essere una possibile evoluzione o trasformazione di questo concetto ormai ‘datato’?

Steven inizia facendo una panoramica delle interfacce utente finora incontrate:

Nella breve storia dei computer da scrivania, in pratica, sono esistite due metafore predominanti per quanto riguarda l’interfaccia utente:

  • Tastiera + linea di comando
  • Mouse + scrivania

Una terza metafora, la penna, non ha mai preso realmente piede.

Da una parte si è avuto il Tablet PC, che altro non è che la seconda metafora, ma con una penna al posto del mouse. Dall’altra abbiamo avuto il Newton OS e il Palm OS originario, che sono state le due uniche piattaforme che hanno davvero tenuto conto di come gli esseri umani impugnano e utilizzano una penna. Ma i due sistemi affrontarono la questione in modi diversi.

Secondo Frank, il motivo primario per cui l’utilizzo della penna non ha mai ingranato è dovuto alla scomodità dell’inserimento di testo. Il riconoscimento della scrittura — scrive — anche se è stato rapidamente migliorato nel corso degli anni, è sempre soggetto a errori. E le tastiere software virtuali sono tediose.

Poi arriviamo a una quarta metafora piuttosto recente: l’interazione diretta fra il dito e lo schermo, il multi-touch, introdotta su scala relativamente ampia da iPhone e iPod touch. Frank la descrive come probabilmente la novità più rilevante in materia di interfaccia utente a entrare nel mercato di massa negli ultimi tempi. Su questo metodo di interazione, Frank continua:

Un singolo tocco è sostanzialmente un mouse senza l’astrazione. Invece di impiegare un dispositivo che sposta un dito virtuale su uno schermo (il puntatore a freccia), si utilizza il dito direttamente. Con il mouse, se ne va anche la precisione. Secondo le stime di Apple, un tocco con la punta del dito copre un’area attiva di circa 40×40 pixel sullo schermo di iPhone, contro 1×1 pixel di un puntatore del mouse e (suppongo) circa 8×8 pixel di un tocco impreciso con una penna. Per cui è preferibile realizzare software adatto a questo tipo di input che tenga in conto della differente precisione.

Dal singolo tocco al multi-tocco il passo è breve — o quasi:

Quando passiamo dal singolo tocco al multi-touch, entriamo nuovamente nel mondo dei gesti. Se nessuno ci insegna determinate gestualità [di un'interfaccia], può essere molto difficile scoprirle; ma una volta apprese la loro esecuzione è estremamente gratificante.

Ci vogliono due secondi per imparare il pinch-to-zoom [ossia il 'pizzicare' un testo o immagine per ingrandire/rimpicciolire], ma se prestassimo un iPhone a una persona che non ne ha mai visto uno e le dicessimo “ingrandisci una porzione di questa pagina Web”, non saprebbe assolutamente come fare. Magari nemmeno si sarebbe immaginata che era possibile fare zoom se non glielo avessimo detto.

Però, una volta insegnata la gestualità, le sembrerà naturale, ed è difficile concepire un sistema più efficiente per fare zoom con le mani. [...] Viene offerta una funzionalità che non necessita di spazio sullo schermo dedicato ai controlli, e un’esperienza tattile che deve essere piuttosto gratificante a quel che suppongo sia un livello molto basso del sistema nervoso.

Il vantaggio del pinch-to-zoom rispetto a metodi di ingrandimento/riduzione precedenti è così immediatamente ovvio che si giustifica la curva di apprendimento. Che la curva di apprendimento sia ridicola è un altro punto a favore. Trovo affascinante che una parte enorme dell’apprendimento dell’usabilità di iPhone venga svolta dagli annunci pubblicitari ancor prima della vendita. Sono, al tempo stesso, marketing e istruzione.

E qui arriviamo a un nodo cruciale per quanto riguarda il discorso dell’innovazione nell’ambito dell’interfaccia utente:

Pertanto, se si vuole provare a convincere il pubblico a cambiare il modo in cui svolge un certo compito, è meglio che questo porti con sé un vantaggio immediatamente ovvio e che non serva più di una manciata di secondi per spiegare come funziona.

Il problema che pone la metafora della scrivania per chi vuole innovare, è duplice: da un lato ci sono i metodi di input, dall’altro l’architettura dei dati.

Problema 1: Ci dovremo portar dietro la tastiera (un retaggio della macchina da scrivere!) per sempre?

Questo si chiede Steven Frank. E io rispondo: per sempre forse no, ma sicuramente ancora per molto. Che piaccia o no, la tastiera è a tutt’oggi il sistema più veloce per inserire testo in una qualsivoglia macchina. Tempo fa, nella lista NewtonTalk vi fu un’interessante discussione fra chi sosteneva che è più veloce e soprattutto naturale scrivere con una penna, e chi affermava invece che, per quanto veloce sia questo tipo di inserimento del testo, la scrittura mediante una tastiera è più rapida e (considerando lo stato attuale del riconoscimento della scrittura) meno soggetta a errori. Tendo a essere d’accordo con questa seconda linea di pensiero.

Il fatto è che le due uniche alternative all’inserimento del testo in un computer sono il riconoscimento della scrittura e il riconoscimento vocale. Non c’è granché bisogno che faccia esempi concreti per sostenere che, purtroppo, la precisione, l’affidabilità e la velocità di queste due alternative sono oggi insufficienti per entrare in competizione con la scrittura mediante tastiera. Il nodo della questione è proprio il riconoscimento: in entrambi i casi entrano in gioco parecchie variabili che interferiscono con la comunicazione uomo-macchina. Nel caso della scrittura abbiamo l’inclinazione, la velocità, il tipo di calligrafia (chi separa le lettere, chi scrive in un corsivo fluido, ecc.), la distinzione di maiuscole e minuscole, i simboli, i glifi, e in generale il grande processo di disambiguazione della grafia di ognuno per fornire una traduzione e visualizzazione precisa del testo scritto a penna (per non parlare dei gesti aggiuntivi per ordinare la formattazione definitiva del testo: come dico al computer che voglio questa frase scritta in corsivo o in grassetto o sottolineata?). Nel caso della voce abbiamo le interferenze audio, il problema di configurare un sistema di input (microfono) particolarmente sensibile e in grado di sintonizzarsi perfettamente sulla ‘voce del padrone’, che può essere riconosciuta a prescindere da altezza, intensità, velocità di scansione; ma è solo l’inizio — pensate solo a uscire di casa e a usare in movimento un computer portatile il cui unico sistema per inserire testo è parlargli. Pensate se tutti avessero computer del genere — sarebbe un caos acustico inimmaginabile.

La tastiera rimane il sistema più pratico, efficiente e preciso per l’inserimento di testo. Il fatto che sia un sistema di ‘vecchia concezione’ e che possa ormai odorare di cantina, per così dire, non lo rende necessariamente il sistema peggiore o un metodo obsoleto. Per alcuni può sembrare vincolante, specie per quanto riguarda la progettazione di un computer, destinato a portarsi appresso questa appendice (nel caso di un desktop), o destinato alla forma ‘a libro’ con uno schermo piatto da una parte e una tastiera dall’altra (nel caso di un portatile). Ma se consideriamo le problematiche di interazione nelle altre due alternative viste sopra, è facile rendersi conto che — a tutt’oggi — sistemi di riconoscimento di scrittura e di voce sono ancor più vincolanti della tastiera.

Problema 2: Le antiche strutture gerarchiche

Parliamo ovviamente di file, riuniti in cataloghi (directory), organizzati gerarchicamente. Ancora Frank:

Tutti i principali sistemi operativi di oggi continuano a impiegare lo stesso sistema gerarchico dei file che stiamo utilizzando praticamente da sempre. È un concetto naturale per la mente umana? Non proprio. Ma è ‘artificialmente naturale’ in virtù del fatto che milioni di persone ne hanno grande familiarità. Se si ha un metodo innaturale per far qualcosa, e tale metodo viene accidentalmente compreso e subito interiorizzato da un’intera generazione, poi qualunque nuovo metodo, innovativo e ‘naturale’, di fare quelle stesse cose potrebbe essere avvertito come innaturale per il solo fatto di essere differente.

Frank poi fa alcuni esempi di sistemi operativi che hanno cercato di proporre innovazioni strutturali, guarda caso di provenienza Apple. Il Newton OS ha un approccio estremamente oggettuale. I dati vengono inseriti in ‘contenitori’ (soup) accessibili da tutto il sistema. Informazioni quali eventi in calendario, schede dei contatti dell’agenda, cose da fare (to-do tasks), impostazioni e configurazioni aggiunte, ecc., vengono archiviate e rese disponibili a tutte le applicazioni in grado di attingere a esse e manipolarle, senza bisogno che intervenga per forza l’applicazione che le ha generate.

Altro esempio: l’utilizzo, nel vecchio Mac OS, dei resource fork e data fork come componenti essenziali di ogni elemento. Un sistema più intelligente e avanzato della dipendenza dei file dalle loro estensioni. Grazie al resource fork un elemento era immediatamente riconoscibile e apribile da una certa applicazione o da altra compatibile. Non era necessario mettere .doc o .psd per identificare un file di Word o Photoshop. Come non era necessario usare .exe o .app per distinguere fra programmi eseguibili e documenti.

Come giustamente fa notare Steven Frank, però, il tallone di Achille di questi due approcci era la comunicazione con il mondo esterno, necessariamente mediata da componenti atte a ‘tradurre’ e ‘convertire’ per garantire una certa compatibilità bidirezionale, coi risultati alterni che tutti più o meno conosciamo. Alla lunga — nota Frank — l’interoperabilità ha vinto sull’innovazione.

Conservazione e innovazione

Il nodo della questione, qui, è il riuscire a conciliare queste due forze. Da un punto di vista di interfaccia uomo-macchina, se una certa idea vuole innovare e attecchire deve fare i conti con i dati già esistenti che abbiamo accumulato finora. Una nuova metafora che superi l’immagine ormai abusata della ’scrivania’ su cui disporre ‘cartelle’ di ‘file’ deve da un lato essere semplice, convincente e utilizzabile con una curva d’apprendimento bassa o accettabile (ovvero che valga la pena considerando sacrifici e benefici); dall’altro deve poter gestire senza passaggi, conversioni, traduzioni (senza quindi transizioni traumatiche per l’utente) i dati vecchi mentre continua a produrne e organizzarne di nuovi.

Steven Frank osserva:

Sembra un po’ fatalista, ma non riesco a pensare a un sistema per rinnovare l’intera metafora della scrivania che non comporti un immediato passaggio da parte di tutta l’utenza mondiale (cosa che non accadrà), o che diventi una ‘isola di informazioni’ come lo furono il Newton OS e il Mac OS classico.

Vorrei tanto essere smentito, ma l’unico metodo realistico per andare avanti pare essere quello di costruire sopra l’infrastruttura esistente, con tutta l’immondizia accumulatasi nel tempo, e procedere per astrazioni successive, tenendo le dita incrociate sperando che la Legge di Moore sia sostenibile ancora per qualche decennio. Le astrazioni sono difficili da digerire sotto l’aspetto delle prestazioni, ma attenuano i problemi di migrazione da un sistema all’altro per una specie — gli esseri umani — che in genere rifugge i cambiamenti.

Quest’ottica, se notate, rappresenta l’approccio di Microsoft al proprio sistema operativo Windows, che a ogni nuova iterazione si faceva più colossale ed elefantiaco proprio perché costruito sull’infrastruttura esistente, con tutta l’immondizia accumulata versione dopo versione, allo scopo di mantenere una coerenza di facciata e una retrocompatibilità di sostanza. Apple ha scelto di procedere per transizioni e astrazioni. Vista con tutto il senno di poi, la migrazione fra l’ambiente Mac OS 9 e Mac OS X è stata portata avanti in maniera intelligente ed elegante, fornendo una rete di sicurezza rappresentata dall’Ambiente Classic, che poteva far funzionare vecchie applicazioni dentro il nuovo sistema, in attesa che comparissero sempre più applicazioni Mac OS X native e che venisse oliato e raffinato Mac OS X stesso. Questa migrazione è stata, se vogliamo, strutturalmente più dura e con un minor numero di compromessi rispetto a quella avvenuta in precedenza, con il passaggio dai processori Motorola 680×0 ai PowerPC, in cui la compatibilità con il passato era garantita da una capacità emulativa diretta, che rendeva quindi la transizione totalmente trasparente per l’utente.

Sempre guardando Apple, possiamo notare le prime astrazioni comparire (come già accennato) nell’interfaccia utente di iPhone e (come dice anche Steven Frank) nelle tecnologie Spotlight e QuickLook in Mac OS X. Il percorso sembra essere quello di rendere l’antica struttura gerarchica dei file un qualcosa esistente all’interno della macchina, ma invisibile o quantomeno mascherato nel rapporto con l’utente. Su iPhone lo vediamo in azione di continuo: c’è, se vogliamo, una gerarchia di schermate dentro un’applicazione, ma la struttura generale appare all’utente come un unico piano orizzontale su cui organizzare gli elementi a piacere. Il piano è astratto, non è una scrivania di fogli e cartelle virtuali. Le icone di iPhone fluttuano su un fondo nero, su un non-fondo. In Mac OS X, Spotlight è un tentativo di rivisitare il concetto di ricerca: invece di doversi ricordare la posizione di un file all’interno di uno schema ad albero di cartelle (directory), l’utente esegue la ricerca in un campo di testo, e i risultati appaiono in un elenco che attinge, dietro le quinte, alle reali posizioni dei file, ovunque essi si trovino (sui dischi locali o sui dispositivi esterni collegati alla macchina). Le gerarchie vengono appiattite. Con QuickLook l’astrazione è data dalla possibilità di esaminare i contenuti di un elemento a prescindere dalla natura dell’elemento (file di testo, immagini, file audio, filmati, ecc.) e a prescindere dall’applicazione che lo ha creato. Steven Frank si chiede: Se un giorno verrà realizzata una controparte di QuickLook, un ‘QuickEdit’, avremo così completato il cerchio, ritornando alla premessa originaria di un software basato sui componenti, un software modulare come OpenDoc? E, aggiungo io, torneremo a un sistema operativo incentrato sui documenti invece che sulle applicazioni? Tutto sommato continua a non sembrarmi un’idea malvagia.

Ovviamente la purezza di questo approccio astratto deve tenere in conto le aggiunte che gli sviluppatori di terze parti possono apportare al sistema. È molto bello e rilassante pensare al nuovo ambiente operativo come a un foglio bianco in cui iniziare qualsiasi progetto, ma come passare dall’attuale situazione “Devo realizzare un impaginato: apro Adobe InDesign CS4 e comincio a lavorare” (ovviamente con l’aiuto di altre applicazioni, come Illustrator e Photoshop) al nuovo scenario “Devo realizzare un impaginato: dico al sistema ‘Nuovo progetto di layout’ e si attivano gli strumenti di impaginazione intorno al documento vuoto”? A tutta prima immaginare una situazione capovolta, in cui sono i documenti ad avere un ‘volto’, e non le applicazioni che li creano (vedi una schermata e riconosci l’interfaccia di Illustrator, o di Aperture, o di Lightroom, o di Excel, ecc.) appare difficile e innaturale. È chiaro che in un sistema fondato su questa metafora, le applicazioni di una volta diventano plug-in, componenti che vanno a estendere le funzionalità del sistema ’sparendovi dentro’, per così dire, in modo che all’esterno, nell’interazione con l’utente, tutto appaia omogeneo. Sotto questo aspetto, due esempi saltano subito all’occhio: Newton e iPhone. Sul Newton ogni software, che sia parte del sistema scritto da Apple o che sia prodotto da altri, va a integrarsi nel sistema operativo, tanto che certe applicazioni sono in realtà ’servizi’ e ci si accorge della loro attivazione semplicemente perché aggiungono voci ai menu di sistema per la manipolazione dei dati. Su iPhone l’integrazione è più visuale che strutturale, ma l’effetto è analogo — un’idea di coesione con l’ambiente operativo (un esempio su tutti: la ricerca vocale dell’applicazione Google Mobile).

Non dimentichiamo Internet

Un altro aspetto imprescindibile di questo futuro sistema operativo è il nostro attuale stato di ‘online permanente’. Concludo lasciando la porta aperta, e la parola a Steven Frank:

Oppure la nostra traiettoria è fissata verso le applicazioni Web? È impossibile ignorare la grande diffusione delle applicazioni Web, e già mantengono quella promessa di ‘funzionare dappertutto’ che non abbiamo ancora conseguito in maniera elegante con il software desktop. È la conclusione logica immaginare che i sistemi operativi siano destinati a divenire essenzialmente dei super-browser estremamente raffinati? In questo momento storico pare plausibile, in effetti, se non già un risultato inevitabile. Ma l’ultima volta che si è parlato di elaborazione e di informatica di rete abbiamo usato il termine thin client e non è che abbia avuto questo grande successo. Abbiamo esteso lo HTTP in direzioni nuove e ardite, ma anche l’applicazione Web più riccamente Ajax continua a essere priva di una certa reattività e coerenza che si incontrano frequentemente nei software desktop. Il problema sarà forse risolto da una maggiore ampiezza di banda e da un protocollo di trasporto ancor più raffinato?

Riguardo all’ultima domanda che Frank si pone, continuo a nutrire forti dubbi sull’immediato. La fornitura di banda larga è ancora estremamente variegata a livello mondiale, nazionale, locale. E per quanto riguarda un più raffinato protocollo di trasporto occorre superare, fra le altre cose, gli attuali tempi biblici del processo di standardizzazione di, beh, qualsiasi cosa. Insomma, la strada è lunga e questa è solo un’infarinatura generale del panorama delle problematiche. Sia Steven Frank che io abbiamo certamente dimenticato di approfondire molti dettagli. Ma discuterci sopra è sempre stimolante, no?

Written by Riccardo Mori

27 Aprile 2009 alle 2:45 pm

[Link] Come eravamo in beta

nessun commento

Betaworld — Mac OS Pre-Releases, Betas, Developer Releases and Other Oddities: Per chi ha curiosità di vedere com’erano certe versioni beta di System 7, Mac OS 8, su su fino a Mac OS X Leopard, questo sito Web, semplice e ben fatto, offre tutta una serie di schermate interessanti. Ci ho trovato persino Mac OS 8.2d8 (nome in codice: Snowman), che possiedo e che non avevo ancora avuto modo di installare.

Per chi invece ha voglia di tuffarsi nella storia delle GUI (interfacce utente grafiche), ricordo il sempre ottimo GUIdebook.

Written by Riccardo Mori

6 Febbraio 2009 alle 5:25 pm

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Strumenti alternativi di ricerca

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Da quando, in Mac OS X 10.4, è comparso Spotlight, ho avuto sempre un rapporto di amore-odio con questa funzionalità del sistema. Come ho già avuto modo di dire, di Spotlight in Tiger gradivo la chiarezza e la relativa versatilità dell’interfaccia grafica, ma lo trovavo troppo poco elastico e flessibile quando si trattava di effettuare ricerche avanzate. Con Leopard le parti si sono invertite: più flessibile, potente, efficace per le ricerche avanzate, ma un’interfaccia grafica confusa, e con scarse (e non tremendamente utili) opzioni di ordinamento e visualizzazione dei risultati.

Io per certe cose sono maniaco dell’ordine, e spesso so già dove trovare un certo file, almeno sul disco interno del mio Mac principale. Pertanto, per le mie esigenze, Spotlight è sempre stato uno strumento sufficiente. Tuttavia non avevo smesso di cercare alternative, specie per i Mac più anzianotti, che al solo inserire la stringa di ricerca nel campo Spotlight cominciano a macinare e ad arrancare. Rispetto soluzioni sofisticate e a pagamento come Leap (non l’ho provato personalmente, ma ne ho sentito parlare molto bene), a me bastava qualcosa di più semplice e leggero, ma non meno efficace.

Mesi fa trovai l’ottimo NotLight di Matt Neuburg. Il programma si trova nella sezione Things Having To Do With Cocoa della pagina principale. Già che ci siete, date un’occhiata alle altre applicazioni che ha scritto, magari trovate qualcosa a voi utile. Io utilizzo anche Thucydides, che è una semplice applicazione per effettuare ricerche nella cache di Safari. È leggera ed efficace e fa bene il suo mestiere, come NotLight, del resto. NotLight si appoggia a Spotlight, usa il suo motore, ma offre un’interfaccia più sofisticata, versatile e intelligente. In gergo, si tratta di un front-end di Spotlight. Neuburg scrive: …E quindi ho scritto questo sostituto [di Spotlight] così da poter avere accesso al vero Spotlight. È possibile effettuare ogni genere di ricerca Spotlight; sette chiavi di ricerca sono incorporate di default, e potete aggiungerne di nuove, e potete anche esaminare e modificare il risultato della ricerca come testo, se desiderate. Si possono utilizzare caratteri jolly o no, specificare ricerche basate su parole, indifferenti a maiuscole/minuscole e segni diacritici, nonché costruire ricerche complesse con gli operatori AND, OR e NOT. Un Assistente per le Date traduce le date in stringhe di query per Spotlight. I risultati sono un semplice elenco di nomi file e percorsi.

Ecco come si presenta l’interfaccia principale di NotLight:

notlight.png

NotLight funziona ottimamente sotto Tiger e sotto Leopard. Una volta che ci si fa la mano su quali opzioni specificare per raffinare le ricerche, l’applicazione è davvero veloce e a volte la percepisco più veloce di Spotlight (sul mio PowerBook la ricerca di file contenenti “macworld” nel titolo ha restituito 669 risultati in un paio di secondi).

Ultimamente, come avete letto nei miei ultimi post, ho avuto modo di rinvigorire la passione per i Mac vintage. Tornando a utilizzarli con frequenza ho iniziato a sentire la mancanza del vecchio sistema per effettuare ricerche, e per l’interfaccia spartana ed efficiente di “Cerca Documenti” del System 7 e di Sherlock nell’epoca pre-Spotlight più moderna. Il vecchio Cerca Documenti del System 7 e di Mac OS 8 non basava le ricerche su un’indicizzazione dei volumi, ma esplorava fisicamente il volume ogni volta. Se da un lato questo sistema è più lento rispetto a Sherlock prima e Spotlight oggi, ha il vantaggio di essere più efficace quando si collega un disco esterno o un qualsiasi volume non precedentemente indicizzato. Inoltre, in caso di inghippi con l’indice, non è necessario far re-indicizzare il disco prima di poter avere dei risultati utili di una ricerca.

Thomas Tempelmann ha esaudito i miei desideri (miei e di chi odia Spotlight, suppongo) scrivendo un’applicazione di ricerca, Find Any File, che si comporta esattamente come il Cerca Documenti e lo Sherlock di una volta. Stessa interfaccia, stessa semplicità, stesso metodo di ricerca (ossia non si appoggia agli indici di Spotlight ma effettua la scansione del volume a ogni ricerca). È sorprendentemente veloce e potente, e soprattutto trova anche quei file che Spotlight ignora (perché appartenenti ad aree ‘proibite’ o sotto la giurisdizione del sistema). I risultati della ricerca possono essere ordinati per nome, tipo, data di modifica e dimensione, e possono essere visualizzati come elenco o in vista gerarchica. I criteri di ricerca sono gli stessi del Cerca Documenti e di Sherlock del Mac OS classico: nome, data di creazione, data di modifica, dimensione, tipo file e creatore, ecc. È meno veloce di NotLight (per le ragioni dette sopra), ma apprezzo l’interfaccia, che chi come me è utente Mac di lungo corso troverà molto familiare:

findanyfile.png

Tempelmann riassume:

[Find Any File] offre alcune funzionalità peculiari:

  • Può eseguirsi come utente root così da trovare file solitamente nascosti all’utente;
  • Offre una vista gerarchica degli elementi trovati, che rende più facile la consultazione quando si hanno centinaia di risultati;
  • Le ricerche possono essere salvate come file e riutilizzate in un secondo momento.

L’applicazione è gratuita, e Tempelmann sta lavorando a una nuova versione con la quale è possibile fare ricerche su volumi non-HFS, che offre opzioni per filtrare gli elementi nascosti e i contenuti dei pacchetti, e che visualizza maggiori informazioni su un file passandoci sopra il puntatore del mouse. Gli ho scritto un’email per ringraziarlo del lavoro svolto e per averlo rilasciato come freeware.

Written by Riccardo Mori

9 Gennaio 2009 alle 12:25 am

Limiti del sistema e soluzioni di terze parti

con 2 commenti

Coincidenza vuole che su due mailing list che seguo il discorso sia recentemente finito sui limiti di Spotlight in Mac OS X Leopard. In entrambi i luoghi di discussione, alcuni utenti lamentano il fatto che, per come utilizzano loro il Mac, Spotlight sia uno strumento inadeguato, inefficace, ridicolo, vergognoso. E pare trovino inconcepibile il dover ricorrere a un software di terze parti (Leap, nella fattispecie) per fare quel che in fondo dovrebbe fare il sistema operativo.

Sui limiti di Spotlight, e soprattutto sui curiosi passi indietro fatti rispetto a Mac OS X 10.4 Tiger, ho già parlato in questo post e in quest’altro. Pertanto posso capire bene la frustrazione di chi vorrebbe davvero poter usare Spotlight come strumento per effettuare ricerche non solo potenti e raffinate (in questo Spotlight è migliorato in Leopard rispetto a Tiger), ma anche semplici, intuitive e gestibili (in questo è peggiorato).

L’argomento secondo cui è assurdo essere costretti a usare soluzioni di terze parti, però, a mio avviso non regge, specie se stiamo parlando di utenti esperti.

È vero, Apple ha sempre presentato con una certa fanfara le funzioni di Mac OS X. In parte, lo sappiamo, è marketing. L’altro aspetto da considerare — e che a volte sembra ignorato — è che gli strumenti forniti con il sistema operativo sono strumenti e funzionalità di base, più che sufficienti per iniziare a utilizzare il Mac una volta fuori dalla scatola, ma nient’affatto esaustivi (né pretendono esserlo) e fatti su misura. Ognuno ha esperienza e conoscenze diverse, lavori diversi, specializzazioni fra le più varie, e soprattutto abitudini e modus operandi differenti. Da che esistono i personal computer, si è sempre cercato di personalizzare i propri sistemi per adattarli il più possibile ai propri bisogni, al proprio lavoro, al proprio modo di ‘funzionare’ — e lo si è fatto invariabilmente in due modi: 1) scrivendosi le applicazioni, per chi sa farlo; e 2) ricorrendo a software e soluzioni di terze parti.

Ai tempi del System 6 e del System 7, le piccole utility di terze parti che in una maniera o nell’altra estendevano il sistema operativo o svolgevano meglio certi compiti di sua competenza erano centinaia. Prima che diventasse una funzione integrata nel Mac OS, persino l’orologio sulla barra dei menu era un’opzione fornita da un software non-Apple. La funzione di ricerca nel System 7 non era malaccio, ma io mi trovavo molto meglio usando Fast Find, software compreso nel pacchetto delle Norton Utilities (sì, fino alla versione 3.x erano ottime e indispensabili sui Mac d’annata). La gestione della RAM veniva svolta in maniera più ottimizzata da applicazioni come RAM Doubler che non dal sistema.

L’estensibilità di un sistema operativo è importante. Il tallone di Achille del Mac OS Classico, se vogliamo, è che se non si fanno le cose per bene, a mano a mano che si aggiungono personalizzazioni e strumenti di terze parti, aumentano proporzionalmente i rischi di incompatibilità e di instabilità del sistema. Quando mi capita di avviare un vecchio Power Mac e vedere una cinquantina di estensioni che si caricano durante il boot, ho l’impressione di vedere una pila di cose ammassate una sull’altra (e tutte sul groppone del sistema) fino a creare una torre paurosamente pericolante. Mac OS X mi dà tutta un’altra impressione e l’integrazione fra elementi di sistema e soluzioni esterne è certamente più robusta.

In buona sostanza: abbiamo sottomano un sistema davvero estensibile — estendiamolo, se questa è l’esigenza. C’è chi si accontenta di Anteprima per aprire file di immagine e PDF e fare qualche modifica. E c’è chi ha bisogno di Photoshop e Acrobat Professional. Per non parlare di tutte le situazioni e soluzioni intermedie. E questo vale per tutti gli aspetti e le funzioni di Mac OS X. A me il Finder e Spotlight vanno abbastanza bene come sono. Altri ricorrono felicemente a programmi che ne fanno le veci e anche di più, perché sono più sofisticati, più flessibili, più vicini a come un certo utente concepisce la propria scrivania e le proprie ricerche. Ci sono persone a cui iPhoto va benissimo e ne sono entusiasti. Io lo trovo insopportabile e con un sistema di catalogazione bizantino e inutilmente complicato, e preferisco Lightroom + Graphic Converter. C’è chi deve usare un word processor enorme e pesante come Microsoft Word per scrivere una lettera quando a me basta TextEdit (e per lavoro strumenti quali BBEdit, TextWrangler, Tex-Edit Plus ma non Word). Certo, il Finder va migliorato, Spotlight va migliorato… Tutto è perfettibile, e Mac OS X non è da meno. E mentre attendiamo che Apple effettui quei miglioramenti, non vedo dove sia il problema nel servirsi di strumenti sviluppati da altri. Sì, anche pagando, mica è peccato.

Written by Riccardo Mori

21 Dicembre 2008 alle 5:32 pm

Il mistero della batteria, parte 3

con 3 commenti

A un anno e mezzo di distanza, la saga continua. Per capire a cosa mi riferisco, è preferibile leggersi le puntate precedenti (Parte 1, Parte 2). Riassumendo, i fatti sono questi:

1. Nel gennaio 2007 mi accorgo che la batteria originale del mio iBook SE 466MHz “clamshell” non ha più molta autonomia e decido di sostituirla con una comprata nel 2005 e conservata sigillata e con ogni precauzione. A luglio 2007 l’iBook smette di ricaricare la batteria nuova. Le provo un po’ tutte ma sembra non esservi nulla da fare. La cosa è davvero repentina e il colpevole sembra essere la batteria.

2. A ottobre 2007 trovo finalmente il tempo di verificare se il problema era di quella batteria o se forse era l’alimentatore dell’iBook a non caricare correttamente: rimetto la batteria originale, faccio qualche reset del Power Manager, un paio di cicli completi di carica/scarica e non solo vedo che la batteria originale viene caricata senza problemi, ma scopro che funziona anche meglio di prima e riesco a ricuperare un po’ di autonomia. Rimetto l’altra batteria, quella più nuova e problematica, nella confezione originale e la butto nel ripostiglio.

Avanti veloce fino a dicembre 2008. Mi arriva l’ultima conquista su eBay, un altro iBook conchiglione, l’originale blueberry a 300 MHz. Le specifiche sono scarsine: 32 MB di RAM, disco originale da 3 GB, unità CD-ROM, niente AirPort, niente alimentatore e una batteria (originale del 1999) con un’autonomia di 2 minuti scarsi. Ma a 60 Euro, spese di invio dagli USA incluse, è un piccolo affare. In più l’iBook si trova in condizioni estetiche davvero buone e i due o tre segnetti sulla scocca se ne sono andati con un po’ di detergente e olio di gomito. L’ho preso come macchina su cui fare esperimenti, sia hardware che software. Mi interessa soprattutto imparare a smontarlo per sostituire il disco rigido, in modo da non fare sciocchezze quando mi toccherà cambiare il disco rigido dell’iBook graphite più potente. (Questi iBook sono i più difficili da smontare per sostituire parti che non siano la scheda AirPort o il banco di RAM — in pratica si arriva a smantellare quasi l’intero computer per cambiare il disco interno). L’iBook blueberry arriva con Mac OS 9 installato, e dopo aver fatto pulizia (sorprendentemente, conteneva ancora documenti personali e impostazioni dei due proprietari precedenti), ho effettuato l’upgrade a 9.1, con l’obiettivo di arrivare gradualmente a 9.2.2 (per ora, data la poca RAM, resto su 9.1).

Ieri mi è venuta l’idea di riesumare la batteria che l’altro iBook aveva smesso di caricare nel luglio 2007, e l’ho data in pasto all’iBook recentemente arrivato. Resettato il Power Manager, resettata la PRAM e riavviato l’iBook, con mia sorpresa il computer iniziava a caricare la batteria. “Vedrai che dopo dieci minuti smette e appare la X, come sull’altro iBook”, ho detto a mia moglie. Invece il simbolo del fulmine rimaneva e dopo una mezz’ora anche l’indicatore nella striscia di controllo in basso allo schermo iniziava a marcare il progresso di carica. Tre ore dopo l’iBook aveva caricato la batteria e alle 19 di ieri scollegavo l’alimentatore per fare la prova del nove. L’iBook pareva reggere bene, e l’indicatore di autonomia sparava valori compresi fra le 6 e le 11 ore di autonomia, assestandosi sulle 5 ore e 40 mentre aprivo file e applicazioni e facevo uso del disco rigido. L’ho lasciato lì, senza usarlo veramente, ma impedendogli di andare in stop. Quando sono andato a dormire mi sono dimenticato di spegnerlo, e stamattina alle 6:15 è comparso il primo avviso “Stai utilizzando la carica di riserva della batteria, se non colleghi l’alimentatore il Mac entrerà in stop automaticamente…” eccetera. È vero, non c’è stato un utilizzo attivo della macchina, e molte ore le ha passate con monitor e disco spenti, però la batteria è durata quasi 12 ore. Segno che funziona.

Ma allora perché l’altro iBook ha smesso di ricaricarla? I due iBook condividono lo stesso alimentatore e l’unica cosa che è cambiata nel frattempo è che ho sostituito il cavo che dall’alimentatore va alla presa di corrente. Che sia il sistema operativo? Ma, come scrissi nella Parte 1 della vicenda, pur riavviando l’altro iBook in Mac OS 9 la situazione non cambiava. Un mistero, appunto. Ora non mi resta che provare a rimettere la batteria creduta morta nell’iBook SE 466 MHz e ‘vedere di nascosto l’effetto che fa’. Comunque sono contento di come sono andate le cose, e meno male che non ho buttato quella batteria!

Written by Riccardo Mori

19 Dicembre 2008 alle 10:20 am

Le avventure vintage continuano

con un commento

La prima parte della mia operazione di ristrutturazione della rete domestica, in cui ho inserito un PowerMac 9500 al posto di un Quadra 950 per fare da ponte fra i Mac più moderni e il parco macchine vintage, narrava delle vicissitudini scaturite da uno sfortunato incidente di percorso (due dischi rigidi interni SCSI morti insieme lo stesso giorno). Installare nuovamente Mac OS 9.1 sul disco interno superstite del PowerMac, come illustra il mio estenuante racconto, è stato molto meno banale del previsto, e quando alfine sono riuscito nell’impresa, la prima parte della vicenda (e del post) si chiudeva con un ultimo inghippo:

Scollego tutto e riavvio il PowerMac 9500. Il sistema si carica, ma è sospettosamente lento. Dodici minuti dall’icona del Mac sorridente alla scrivania sono troppi. [...] Avviando con le estensioni disabilitate tutto è a posto e il PowerMac è molto reattivo, quasi più di prima. Il problema è evidentemente una o più estensioni, o anche un conflitto fra esse. Può essere che non installando Mac OS 9.1 direttamente sul PowerMac ma usando un’installazione fatta da un PowerBook Titanium, siano state aggiunte componenti che mandano il PowerMac in rigetto. La caccia all’estensione maledetta, in pieno stile pre-Mac OS X, ha inizio ora, e se l’argomento intrattiene e diverte, farò sapere come va.

Ora, non saprei dire se l’argomento abbia ‘intrattenuto e divertito’, ma dato che a me piace sempre arrivare in fondo alle cose, riporto il seguito della mia avventura vintage.

Prima di cimentarmi nella famigerata danza ‘togli estensione 1 / riavvia il Mac / rimetti estensione 1, togli estensione 2 / riavvia il Mac’, che gli utenti Mac di lungo corso ricorderanno come una delle cose più tediose e nient’affatto Mac-like mai sperimentate, ho voluto provare a capire un po’ meglio quella strana lentezza all’avvio del PowerMac 9500. A un’analisi più attenta, il fenomeno era il seguente: tutta la procedura di boot avveniva come al ralenti, con le estensioni che si caricavano una alla volta e con una considerevole pausa fra l’una e l’altra. Quando finalmente veniva caricata la scrivania, l’intera interfaccia grafica reagiva ai clic del puntatore e agli input da tastiera con enorme ritardo, al punto che il Mac sembrava congelato. (In Mac OS X uno scenario abbastanza simile a questo si manifesterebbe se, per qualsiasi motivo, un processo si prendesse il 100% di risorse della CPU e la soffocasse fino a rallentare persino i movimenti del puntatore del mouse). Insomma, il Mac pareva talmente occupato a gestire qualcosa dietro le quinte, da non badare agli stimoli provenienti dall’esterno. Non sentendo alcuna attività ‘macinante’ a livello di disco rigido (e quest’unità da 500 MB è oscenamente rumorosa), ho pensato si trattasse di qualche conflitto in memoria. Dopo alcuni minuti in questo stato, tuttavia, il Mac ‘tornava in sé’ e riprendeva a essere scattante come lo era sempre stato e tutto funzionava senza problemi. Nessun errore, nessun messaggio strano.

Perplesso, non mi rimaneva altro da fare che iniziare la malefica danza di cui sopra, entrando nel pannello di controllo Gestione Estensioni e iniziando a disattivare componenti inutili (come FireWire Support, le numerose estensioni ATI, le componenti per la gestione di OpenGL, ecc.). A ogni riavvio la situazione non cambiava: Mac al rallentatore fino al caricamento della scrivania, una manciata di minuti in stato di semi-intontimento e poi di nuovo scattante. Quando persino selezionando il set di estensioni “Mac OS 9.1 base” (che viene proposto come set di default da Apple in caso di conflitti fra e con estensioni di terze parti) il Mac al riavvio continuava a comportarsi in questa strana maniera, la mia pazienza si è esaurita. (Calcolate un quarto d’ora a riavvio, moltiplicatelo per almeno una dozzina di riavvii e avrete una vaga idea del tempo che si può perdere con un tale tipo di troubleshooting). Era cruciale installare Mac OS 9.1 direttamente sul PowerMac, senza giri e scorciatoie.

Collegata al PowerMac la gloriosa unità a cartucce SyQuest 5200C, e inserita una cartuccia da 200 MB con un’installazione pulita di Mac OS 7.6, ho riavviato il Mac da questa unità e ho cancellato la Cartella Sistema di Mac OS 9.1 sul disco rigido. L’intento era quello di riprovare a mettere il CD-ROM di Mac OS 9.1 nell’unità ottica del PowerMac e ritentare l’installazione. Ma, colpevole la stanchezza, dimenticavo che quel CD-ROM non viene visto dai driver troppo datati di Mac OS 8 e versioni anteriori. Mi ritrovavo quindi daccapo, con un PowerMac avviabile solo dall’unità SyQuest con Mac OS 7.6. Non avendo voglia di staccare tutto e di smontare il PowerMac 9500 ancora una volta, estrarre il disco rigido, eccetera eccetera, ho pensato di riprovare la strada del PowerBook 5300 come tramite fra il CD-ROM di Mac OS 9.1 condiviso dall’unità ottica del PowerBook G4 Titanium e un’unità dove installare il 9.1 in modo da poter poi avviare il PowerMac da lì. Avendo il SyQuest sotto mano, ho cercato una cartuccia con spazio libero sufficiente, ma invano.

La situazione si faceva grottesca, ma l’idea di utilizzare un’altra periferica d’antan si è rivelata vincente. Sono infatti riuscito a installare una versione di Mac OS 9.1 minima su un disco magneto-ottico, riesumando una vecchia unità MaxOptix SCSI e un disco da 652 MB doppia faccia (quindi 300 e passa Megabyte per faccia). Con Mac OS 9.1 installato sul magneto-ottico, ho collegato l’unità (che da sola pesa quanto un Macintosh SE, tra parentesi) al PowerMac, avviato da lì, inserito il CD-ROM di Mac OS 9.1 nel lettore del PowerMac ed effettuato finalmente un’installazione completa di OS 9.1 sul disco rigido interno. Copiato Vine Server for Mac OS 9 e messo negli elementi di avvio, finalmente sono riuscito a vedere il PowerMac 9500 dal PowerBook G4 12” mediante Condivisione Schermo:

9500 controllato dal PowerBook G4

Essendo l’output video regolato sui 640 x 480 pixel del Monitor Color Display da 14 pollici, la finestra è davvero piccolina. Ho pensato a qualche sistema per sfruttare un po’ più di spazio, e mi è venuta in mente un’applicazione che avevo provato anni fa: SwitchRes. Con sorpresa, una breve ricerca sul Web mi porta a scoprire che l’applicazione è tuttora supportata, che ne esiste una versione per Mac OS X (SwitchResX) e per Mac OS 9 e anteriori (SwitchRes 2). Scarico SwitchRes 2.5.3, lo passo al PowerMac e lo provo. È un programma che va usato con un po’ di attenzione, perché è facile ritrovarsi con uno schermo nero e non poter far altro che riavviare il Mac in maniera brusca. Fortunatamente, comandando il PowerMac dal PowerBook G4 via VNC, mi è stato possibile continuare a vedere il desktop del PowerMac sul PowerBook anche a risoluzioni superiori (800 x 600 nella figura sottostante).

SwitchRes 2 e schermo a 800x600

Registrato SwitchRes 2 (mi ricordavo bene, è un gran programma), e avendo ormai sistemato la configurazione del PowerMac 9500, sono andato a vedere se il disco rigido esterno da 4 GB con installato Rhapsody Developer Release 2 funzionava ancora come lo avevo lasciato quasi un anno fa. L’ho collegato al PowerMac ma naturalmente non mi è stato possibile riavviare direttamente in Rhapsody, dato che con il guasto al primo disco rigido del PowerMac fra i dati perduti c’era il Multibooter che permetteva appunto il riconoscimento di unità formattate Rhapsody (che non usa il filesystem HFS o HFS+ del Mac, ma un filesystem UNIX: UFS) nonché di specificarle come dischi di avvio. Ho dunque inserito il CD-ROM di Rhapsody e copiato Multibooter sul disco rigido. Lanciato il programma, il disco esterno con Rhapsody veniva subito riconosciuto:

Multibooter di Rhapsody DR2

Nella figura, le unità visibili sono 9500 (Mac OS) (il disco rigido del PowerMac); Rhapsody DR2 (Mac OS) e Rhapsody DR2 (Rhapsody) sono le due partizioni dello stesso CD-ROM di Rhapsody, formattate per essere leggibili da Mac OS e da Rhapsody; e infine Titan1T7 (Rhapsody), che è il disco esterno da 4 GB, visibile solo da Multibooter (sulla scrivania non c’è — e non ci può essere, per la ragione vista sopra). Da notare come da questa applicazione/pannello di controllo sia derivato il pannello ‘Disco di Avvio’ in Mac OS X, con la disposizione orizzontale dei volumi selezionabili per l’avvio.

Scelto il disco esterno e riavviato, mi ritrovavo in Rhapsody, con le finestre aperte nel Workspace Manager così come le avevo lasciate a fine 2007. Su Rhapsody tornerò un’altra volta: devo togliere un po’ di ruggine e familiarizzarmi di nuovo con il sistema operativo. La prossima impresa immagino sarà portare Rhapsody su Internet cercando di reinstallare OmniWeb (sì, OmniWeb era già in circolazione a quei tempi). Se non dovesse funzionare, c’è sempre Lynx!

Written by Riccardo Mori

20 Novembre 2008 alle 2:25 am

Avventure vintage

con un commento

È da lunedì che sto ristrutturando la mia rete domestica di Mac. Ho voluto apportare qualche miglioria, ma sono capitati alcuni incidenti di percorso che hanno creato un ‘effetto valanga’, facendomi tornare ai tempi della risoluzione dei problemi con il Mac OS classico. Amo i vecchi Mac e mi piace farli funzionare — ho persino un blog sull’argomento, System Folder — però una cosa va detta: nell’èra pre-OS X il processo di risoluzione dei problemi quando tutto va storto può diventare presto un piccolo incubo, e i tempi necessari per isolare la causa dell’inghippo e risolverla possono essere insopportabilmente lunghi. Questo per rinfrescare la memoria a quei pochi rimasti che “con Mac OS 9 si stava meglio”.

Il tutto inizia in maniera semplice, perfino banale. Nella mia rete domestica l’anello di congiunzione fra i Mac più recenti e i Mac vintage è sempre stato un Quadra 950. A volte un PowerBook 5300, ma solo temporaneamente. Voglio che sia una macchina versatile e espandibile, e il Quadra 950 sembra fatto apposta, visto che è possibile infilarci fino a un massimo di cinque dischi rigidi. Con la sua bella scheda Ethernet, è il ponte ideale fra i PowerBook moderni e la rete LocalTalk su cavo seriale su cui si affacciano il Colour Classic, il PowerBook Duo 280c e occasionalmente un Macintosh SE.

Il Quadra 950 ha fatto il suo onesto lavoro finora, ma avendo un PowerMac 9500 dotato di più potenza processore (un PowerPC a 133 MHz contro un Motorola 68040 a 33 MHz), e più RAM (272 MB contro 28), nonché di un’unità CD-ROM e di una scheda USB, ho pensato di mettere il PowerMac 9500 a fare il lavoro del Quadra. La ragione per cui non l’ho fatto prima è che il Quadra se ne stava collegato con il suo bel Macintosh Color Display CRT da 14” (che pesa svariati quintali) la tastiera e tutto quanto. Dovendo liberare spazio e togliere quindi monitor, tastiera, mouse, ecc., ho pensato di utilizzare il Quadra ’senza testa’, pilotandolo dal PowerBook G4 in remoto con un client VNC. Ma per questo il candidato migliore è il PowerMac 9500: oltre ai vantaggi citati, sul 9500 gira Mac OS 9.1, ed è sufficiente installare Vine Server per OS 9 (prima si chiamava OS9vnc) per essere felici.

La migrazione è avvenuta rapidamente, la configurazione del PowerMac fatta in pochi minuti, e tutto funzionava. All’avvio, il PowerMac attivava automaticamente AppleTalk sulla porta Ethernet e la condivisione documenti. Vine Server si avviava da solo (basta metterlo in Cartella Sistema > Avvia Con). Sul PowerBook G4 aprivo Condivisione Schermo, inserivo manualmente l’IP del PowerMac 9500 e in pochi istanti appariva una finestra con la scrivania del PowerMac.

Quattro ore dopo, l’inizio della fine: il disco interno SCSI da 8 GB con l’installazione di Mac OS 9 e alcune cartelle di backup ha smesso di funzionare, così, senza nemmeno un rantolo meccanico. Ogni tentativo di aprire file o cartelle mi dava errore (elemento non trovato) e riavviando il Mac non vedeva più il disco. Ho cercato quindi di riavviare dall’altro disco interno da 500 MB, sul quale però non c’era installato nessun sistema utile a far partire un PowerMac 9500, solo la versione ridotta all’osso del System 7.1 contenuta in A/UX.

Scollego tutto, apro il PowerMac, tolgo il disco guasto e, già che ci sono, provo a metterne un altro. Cerco negli scatoloni del vecchio hardware e trovo un Quantum Fireball da 1,3 GB che in una vita passata era il disco di avvio del fu Quadra 700. Lo collego e riavvio il PowerMac 9500. Si riavvia proprio da quel disco che contiene un’installazione di Mac OS 8.1. L’idea era quella di inserire il CD di Mac OS 9.1 e aggiornare l’8.1 ma — sorpresa — il Mac non vede il CD. Non sto a raccontare tutto, ma dirò che dopo una serie di ricerche ho scoperto che per vedere quel CD era necessario avere l’estensione Apple CD-ROM aggiornata… di Mac OS 9. Non era nemmeno possibile avviare direttamente da CD tenendo premuto il tasto C all’avvio. E mi trovavo in un circolo vizioso.

Ma non finisce qui. A complicare le cose, dopo uno dei tanti riavvii, muore anche il disco da 1,3 GB appena riesumato (o quantomeno si blocca in un loop in cui si sente ripetuto un rumore come ‘tri-tric tri-tric’). Morale: non importa se si è in un momento di ispirazione letteraria — mai chiamare una coppia di dischi rigidi “Rosencrantz” e “Guildenstern”.

Il lavoro a questo punto si complica, perché l’ultimo superstite è anche purtroppo il disco meno capiente, solo 500 MB di cui 180 liberi. Il lettore CD del PowerMac non vede il CD-ROM di Mac OS 9.1, quindi una possibilità è quella di estrarre il disco, inserirlo in un guscio esterno SCSI e collegarlo al PowerBook 5300. Quest’ultimo, connesso al PowerBook G4 Titanium via Ethernet, può vedere i dischi del Titanium e montarli sulla scrivania. Inserisco quindi il CD di Mac OS 9.1 nell’unità ottica del Titanium, lo monto sulla scrivania del PowerBook 5300 e da lì faccio partire l’Installer di OS 9.1 specificando un’installazione di base sul disco rigido da 500 MB del PowerMac 9500, diventato temporaneamente unità esterna. Arrivato a circa 60% del processo, l’installazione fallisce perché non riesce a estrarre dei file dall’Archivio Compresso dell’Installer di OS 9.1. Subito dopo, anche la connessione Ethernet con il Titanium cade improvvisamente.

Comincio a pensare che forse è il CD di OS 9.1 a non andare tanto bene. Il piano B è presto messo in atto: riattivo la connessione Ethernet fra il Titanium e il PowerBook 5300, e copio brutalmente la Cartella Sistema presente sul CD di OS 9.1, che è una configurazione minima per poter fare il boot da CD. Il piano prevede di reinserire il disco rigido nel PowerMac 9500, riavviare il PowerMac usando la Cartella Sistema minima copiata nel disco rigido, e finalmente inserire il CD di OS 9.1 nel lettore del PowerMac (che ora verrà riconosciuto) e fare una installazione completa di Mac OS 9.1.

L’installazione fallisce due volte: la prima per un non ben definito errore di copia; la seconda perché, arrivato in fondo, non c’è più spazio su disco (oggi con tutti i giga di cui disponiamo ci siamo dimenticati dell’errore “Disco pieno”!). Ora però, grazie alla Cartella Sistema 9.1 minima, la porta Ethernet del PowerMac viene riconosciuta nel pannello AppleTalk (nella precedente installazione di Mac OS 8.1 avevo tolto le estensioni per la Ethernet, dato che sul Quadra 700 la Ethernet era di tipo AAUI e non 10Base-T, è per questo che ho dovuto espiantare il disco e collegarlo al Titanium usando il PowerBook 5300 come tramite), quindi posso riprovare l’installazione mettendo il CD di OS 9.1 nel Titanium e montandolo sulla scrivania del PowerMac 9500. Riprovo l’installazione e durante il processo la linea fra i due Mac cade. L’ultima spiaggia prima di cedere le armi è installare Mac OS 9.1 su un disco esterno FireWire collegato al Titanium, montare quel disco sulla scrivania del PowerMac 9500 (sempre connesso al Titanium via Ethernet) e copiare la Cartella Sistema — ora davvero completa — dal disco FireWire al disco interno del 9500. Stavolta tutto fila liscio.

Scollego tutto e riavvio il PowerMac 9500. Il sistema si carica, ma è sospettosamente lento. Dodici minuti dall’icona del Mac sorridente alla scrivania sono troppi. (Nota a margine: i tempi di avvio dei Mac con OS 9 e precedenti sono sempre più veloci di qualsiasi installazione di Mac OS X. Il vecchio Quadra 950 con System 7.5.3 si avvia in 40 secondi. Il PowerMac 9500 prima del disastro si avviava in poco più di un minuto, con Mac OS 9.1). Avviando con le estensioni disabilitate tutto è a posto e il PowerMac è molto reattivo, quasi più di prima. Il problema è evidentemente una o più estensioni, o anche un conflitto fra esse. Può essere che non installando Mac OS 9.1 direttamente sul PowerMac ma usando un’installazione fatta da un PowerBook Titanium, siano state aggiunte componenti che mandano il PowerMac in rigetto. La caccia all’estensione maledetta, in pieno stile pre-Mac OS X, ha inizio ora, e se l’argomento intrattiene e diverte, farò sapere come va.

So che la prima reazione, leggendo questa avventura, è quella di pensare che io abbia molto tempo libero, e che non abbia niente di meglio da fare. In realtà ci ho dedicato un paio di mattine. Mi sono ritrovato con un po’ di tempo libero e ho voluto più che altro divertirmi. Il bello di questi pasticci è il non demordere e vedere chi la spunta. Il bello è riuscire nell’impresa e avere una rete diversificata ed efficiente, con il PowerMac che si fa carico di montare i dischi dei Mac d’antan e di permettermi di accedere a tutti i miei archivi da un’unica posizione. Ma se eliminiamo la componente ‘ludica’ dell’impresa e la analizziamo seriamente e da un punto di vista produttivo, allora ci accorgiamo di come la vita con Mac OS X sia molto, ma molto più facile.

Written by Riccardo Mori

12 Novembre 2008 alle 10:47 pm

Ancora sulle voci di menu disabilitate: Tooltip e Aiuti Veloci

con un commento

Se avete trovato interessante l’argomento trattato dal post sulle voci di menu disabilitate, e ve la cavate con l’inglese, c’è un altro post interessante oltre al breve commento di Gruber: Disabled Menus Are Usable (I menu disattivati sono usabili), un articolo che Daniel Jalkut, ex dipendente Apple e sviluppatore di vari software interessanti per Mac, ha di recente pubblicato nel suo blog.

Nei commenti si fa riferimento ad alcuni sistemi per fornire ulteriori informazioni all’utente sugli elementi dell’interfaccia grafica. Un esempio eminente è l’utilizzo dei Tooltip, piccole etichette gialle che appaiono avvicinando il puntatore del mouse a pulsanti, opzioni ed elementi dell’area di lavoro di un’applicazione, e che informano brevemente sulla funzione di quel dato elemento. Esempio banale:

tooltip.png

.

I tooltip non sono una cattiva idea, ma sono perfettibili. L’ideale sarebbe che la loro presenza fosse standardizzata, estesa in maniera uniforme e prevedibile a tutte le applicazioni del sistema, agli elementi dell’interfaccia, alle voci di menu… Beh, in realtà un sistema del genere già esiste, o meglio è esistito dal System 7 a Mac OS 9.2.2: gli Aiuti Veloci (Balloon Help), ovvero l’Aiuto contestuale, quei fumetti che, se abilitati, apparivano ogni volta che si fermava il puntatore del mouse su un qualsiasi elemento dell’interfaccia grafica del Mac: Barra del titolo di una finestra, pulsanti di una finestra, elementi come il Cestino o dischi montati sulla scrivania, icone di pannelli di controllo, estensioni, e così via. Compresi i menu e le voci di menu. Comprese le voci di menu disabilitate (clic per ingrandire):

.

In questa figura si può vedere come l’Aiuto a fumetti spieghi perché la voce di menu “Cancella” è grigia (disattiva). Passando il puntatore sulle voci attive, l’Aiuto dà informazioni sulla loro funzione. Quando il contesto fa in modo che una voce di menu, da disabilitata, si attivi (perché vi è un documento aperto da manipolare, perché vi è del testo selezionato, perché una certa finestra è in primo piano, eccetera), ecco che il testo contenuto nell’Aiuto a fumetti cambia dinamicamente e spiega la funzione di quel comando. Forse sembrerà nostalgia se dico che mi piacerebbe rivedere questo tipo di Aiuti Veloci su Mac OS X, ma in realtà si tratta semplicemente di rivolere un’idea, vecchia finché si vuole, ma indubbiamente migliore e più usabile dell’implementazione attuale dell’Aiuto di Mac OS X.

Written by Riccardo Mori

5 Luglio 2008 alle 6:35 pm

Ritorno al 1993

con 2 commenti

MacUser - 1993* * *

Che mi si creda o no, questa è parte della pila di riviste accumulate sul tavolo di lettura del mio studio. Sono numeri della rivista MacUser dell’anno 1993. I due numeri di cui è visibile la copertina per intero (del 6 agosto 1993 e del 10 dicembre 1993) parlano di due delle novità più grosse di quell’epoca, 15 incredibili anni fa: l’arrivo del Newton e un’anteprima dei Mac con processore PowerPC. Quest’ultima fu la prima grande transizione nella piattaforma Mac, e ricordo la trepidazione del periodo di fronte alla nuova tecnologia RISC che avrebbe permesso Mac più veloci, più risparmiosi di energie e proporzionalmente non troppo cari rispetto ai ‘vecchi’ Motorola 680×0. Ho già parlato in un vecchio post delle notevoli analogie fra la più recente transizione da PowerPC a Intel e quella avvenuta nel 1993-94, e non tornerò sull’argomento nel presente post.

In questi giorni ho avuto modo di tornare a sfogliare quei numeri di MacUser e ho riletto, con un po’ di nostalgia e tenerezza, le lettere inviate dai lettori con richieste di aiuto, nonché una bella rubrica che MacUser era solito tenere: Quick Tips, ove i lettori potevano inviare alla rivista un trucco, un consiglio, un suggerimento utile che avevano maturato per esperienza personale. Sto quasi pensando di tradurne qualcuno e pubblicarlo qui di tanto in tanto, per ragioni storiche, per mettere un po’ in prospettiva il cammino del Mac in questi ultimi 15-20 anni, per dare un breve spaccato di ‘Come eravamo’.

Il Quick Tip che riporto oggi è un tributo a quell’utility di cui più sento la mancanza da quando sono definitivamente passato a Mac OS X: ResEdit. Con ResEdit (contrazione di Resource Editor, editor di risorse) era possibile creare e modificare le risorse di un programma Macintosh direttamente nel suo resource fork. Come riassume la voce della WikiPedia a cui faccio riferimento, anche se fu concepito come strumento per sviluppatori, veniva spesso usato dagli utenti più esperti per modificare e personalizzare icone, menu e altri elementi dell’interfaccia grafica di un’applicazione (quando fu introdotto ResEdit, molte applicazioni non avevano pannelli di ‘opzioni’ o ‘preferenze’). Io ero fra quegli utenti. La bellezza di ResEdit era la sua straordinaria interfaccia grafica: visualizzare e modificare le interiora di un programma sembrava quasi un gioco. Il consiglio era sempre quello di fare una copia dell’applicazione prima di aprirla e pasticciare con le risorse, e a volte, dopo qualche modifica azzardata, il programma andava in bomba (vecchio slang degli amanti del Mac OS ‘classico’: quando un’applicazione andava in crash, appariva una finestra di dialogo con l’icona di una bomba). Ma sapendo dove mettere le mani, ResEdit era davvero utilissimo.

A riprova di questo, ecco finalmente il Quick Tip (da MacUser, 10/12/1993):

Menu abbreviati

I nomi dei menu possono essere accorciati anche in altre applicazioni, non solo in Word, utilizzando ResEdit. Dopo aver fatto una copia dell’applicazione, aprite la copia in ResEdit e selezionate la risorsa MENU. Per cambiare il nome di un menu nella barra menu, fare doppio clic su di esso così da aprire l’editor della risorsa menu. Con il nome della risorsa evidenziato, è sufficiente inserire il nome abbreviato o modificare il nome esistente. In FileMaker, per esempio, ho cambiato Layout in Layt, Arrange in Arrng, e così via. Salvate quindi l’applicazione e provate a vedere gli effetti delle modifiche nella barra dei menu prima di rimpiazzare l’applicazione originale con la copia da voi alterata.

Insomma, leggo una ‘dritta’ del genere e mi viene da pensare: sarebbe così semplice oggi con Mac OS X? Non credo. Da un lato è meglio così: molti utenti combinano già abbastanza pasticci senza che abbiano un accesso così facile e profondo alle applicazioni.

Ultima nota: ci si potrà chiedere che senso ha voler abbreviare i nomi dei menu delle applicazioni. Bisogna ricordare che 15 anni fa l’utente Mac medio aveva a disposizione monitor e risoluzioni decisamente più modesti: 640×480 era la norma. I Mac compatti con schermo da 9” avevano una risoluzione di 512×384 pixel. Alcune applicazioni dai molti menu, come Word 5, accorciavano da sole i menu, altre no, e mentre si utilizzavano tali applicazioni, i loro menu finivano con l’occupare l’intera barra menu, coprendo altre icone, l’orologio, e il menu applicazioni che stavano in alto a destra.

Written by Riccardo Mori

16 Marzo 2008 alle 3:58 pm

Leopard: diario di bordo (23)

con 11 commenti

2-4 dicembre 2007 – Giorni 37-39

In mancanza dell’Ambiente Classic – Come è noto, con Leopard finisce definitivamente l’era di Classic, che non è più supportato. Capisco che bisogna guardare avanti, ci mancherebbe, però a me manca l’Ambiente Classic. Non è tanto nostalgia fine a se stessa, è che c’è ancora qualche applicazione che mi fa comodo e/o mi piace usare; ho per esempio un grosso catalogo di vecchi CD-ROM (la maggior parte di riviste come Applicando e Macworld) che viene gestito da Catalogue, un programma semplice ed efficace, spartano e soprattutto veloce. Non ho tempo né voglia di cercare un buon equivalente che giri sotto OS X, e nemmeno di rimettermi a creare tutto il catalogo. Poi ci sono giochi che ho acquistato a suo tempo, i quali non girano sotto OS X, come i primi episodi di Tomb Raider (di cui spero un giorno facciano questo benedetto porting).

Oggi, in mancanza di Classic sotto Leopard, l’alternativa più promettente mi sembra SheepShaver, un ambiente runtime Mac OS PowerPC open source. Cercherò di spiegare brevemente come funziona, nel caso qualcuno sia interessato a provarlo senza che diventi un’esperienza troppo frustrante.

1. Anzitutto si scarica il programma dalla stessa home page del progetto. Scendere alla sezione Downloads e selezionare Mac OS X (Universal Binary).

2. Come spiegato nella pagina di aiuto, per far funzionare SheepShaver è necessario avere:

  • Un file ROM - Si intende il file “Mac OS ROM” generalmente presente nella Cartella Sistema di Mac OS dalla versione 8 in su. Occorre dire a SheepShaver dove trovarlo nella finestra delle impostazioni, e in ogni caso conviene copiarlo nella stessa cartella dove risiede l’applicazione SheepShaver. Un file ROM sicuramente compatibile con SheepShaver è scaricabile da questa pagina del sito Apple. L’unico inconveniente è che in questo caso serve comunque un altro Mac che abbia Classic, perché bisognerà utilizzare Tome Viewer per estrarre il file Mac OS ROM necessario.
  • Una versione supportata di Mac OS su CD – Ricordo che SheepShaver supporta le versioni di Mac OS dalla 8.5 alla 9.0.4. È pertanto necessario un CD originale, possibilmente universale (non vanno bene i CD “Install” specifici che si trovavano insieme ai PowerMac, iMac, PowerBook, iBook).

3. Scaricato e scompattato l’archivio ZIP, si avrà una cartella SheepShaver contenente due applicazioni, “SheepShaver.app” e “SheepShaverGUI.app”. Inserito il CD-ROM di installazione di Mac OS 9 [per praticità farò l'esempio di OS 9], si dovrà avviare l’applicazione SheepShaverGUI, che presenta un’interfaccia grafica (cruda e spartana, stile X11) attraverso cui regolare le impostazioni del programma.

4. L’idea alla base di SheepShaver è analoga a Virtual PC, per intenderci. Occorrerà creare un “disco rigido virtuale” sul quale installare Mac OS 9 dal CD di installazione previamente inserito. Nel Finder di Mac OS X questa unità virtuale apparirà come un file generico della dimensione che avremo scelto per l’unità. Il sistema più semplice per creare un volume è dal pannello Volumes di SheepShaver, che è subito visibile una volta lanciato SheepShaver (clic per ingrandire):

shsh-main.png

Nella figura sono visibili i due dischi rigidi virtuali che ho già creato nel mio sistema, ma la prima volta che si lancia SheepShaver ovviamente la finestra sarà vuota. Facendo clic su Create comparirà una finestra in cui sarà possibile specificare la posizione del file dell’unità virtuale (per comodità io ho scelto la Scrivania) e le dimensioni del file. Quando SheepShaver avrà caricato il sistema, l’unità così creata andrà formattata: si vedrà apparire la classica finestra di dialogo che avverte che è stata rilevata l’unità e propone di inizializzarla (si può scegliere il formato Mac OS Standard o Esteso). Fatto questo, nella Scrivania di Mac OS 9 si dovrebbero vedere tre volumi: quello appena creato, il CD di installazione di Mac OS 9 e un volume protetto chiamato “Unix”; quest’ultimo non è altro che il disco rigido del Mac, il volume di avvio su cui è installato Mac OS X. SheepShaver permette infatti di copiare file fra Mac OS X e l’ambiente Mac OS 9 emulato in maniera semplice e diretta. Ciò è cruciale, perché è sempre consigliabile copiare le applicazioni OS 9 nel disco rigido virtuale di SheepShaver prima di lanciarle nell’ambiente emulato.

5. Altra cosa da fare prima di creare la “macchina OS 9″ è quella di assegnarle memoria e di specificare il percorso dove trovare il file “Mac OS ROM”. A questo serve la sezione Memory/Misc (clic per ingrandire):

shsh-mem.png

Nel mio caso ho assegnato 256 MB RAM alla macchina virtuale e va benone così. Naturalmente si può aumentare il valore da una sessione all’altra (compatibilmente con la memoria fisica del Mac). Le due opzioni più in basso si spiegano da sole: “Ignora gli accessi illegali alla memoria” immagino serva per evitare la comparsa di errori in caso di conflitti tra applicazione e macchina virtuale. “Non usare le risorse della CPU quando l’applicazione è inerte” serve a non sciupare risorse del processore quando SheepShaver se ne sta in background (come adesso, mentre sto scrivendo il post).

6. SheepShaver può comunicare abbastanza facilmente con la connessione di rete del Mac. Per fare in modo che la macchina virtuale acceda a Internet è sufficiente attivare la porta Ethernet virtuale specificando slirp nella sezione Serial/Network, alla voce Ethernet (clic per ingrandire):

shsh-network.png

Quando l’installazione della macchina virtuale sarà ultimata, basterà, in Mac OS 9, richiamare il pannello di controllo TCP/IP e selezionare Ethernet alla voce “Connessione via”, e Usa il server DHCP alla voce “Configurazione”. Così facendo si possono utilizzare programmi di posta e browser (improbabile che uno voglia scaricare la posta o navigare il Web usando Mac OS 9, però è possibile: a titolo di prova ho installato Mozilla 1.2.1 e ho potuto navigare tranquillamente da dentro SheepShaver).

7. Se tutto è andato bene, ecco un esempio dell’ambiente nel quale ci si trova (clic per ingrandire):

shsh-window.jpg

* * *

Come dicevo, SheepShaver pare il progetto più promettente per poter utilizzare applicazioni “classiche” in Leopard. Superata la fase di preparazione e installazione, che può essere un po’ confusa e frustrante all’inizio, si arriva ad avere un sistema Mac OS 9 sufficientemente stabile e usabile.

Pregi di SheepShaver:

  • La velocità. Una volta creato il disco rigido virtuale di avvio e installato il sistema operativo, l’avvio della macchina virtuale è questione di pochi secondi: sembra di vedere un vecchio Mac con gli steroidi. Magari Mac OS X si avviasse così in fretta. Tutta l’interfaccia è veloce: apertura di pannelli, reattività del Finder, apertura di file e applicazioni, e così via.
  • L’integrazione con Mac OS X, sia per quanto riguarda lo scambio di file fra il Mac vero e il Mac virtuale (l’hard disk del Mac vero viene montato sulla scrivania del Mac virtuale; il copia-incolla di testo funziona direttamente tra OS X e OS 9 e viceversa), sia per la praticità dell’utilizzo dell’interfaccia (non è necessario assegnare tasti speciali come in Virtual PC: quando SheepShaver è in primo piano, tutte le normali combinazioni da tastiera funzionano come su un vero Mac: Mela-Q e si esce dal programma, Mela-Canc e si butta un file nel Cestino, eccetera eccetera; comodissimo), sia per il supporto delle unità ottiche (se si vuole utilizzare un CD contenente vecchio software per fare delle prove di compatibilità, basta inserirlo nel Mac e verrà riconosciuto e montato nella scrivania del Mac virtuale). Per “spegnere” il Mac virtuale, oltre che dal menu Altro sotto Mac OS 9 si può semplicemente premere il pulsante rosso della finestra in cui gira l’ambiente emulato.
  • Lo scarso ingombro dell’applicazione e dei file necessari. È sufficiente creare un disco rigido virtuale da 200 MB per contenere la Cartella Sistema (nel mio caso occupa 128 MB… che tempi, quando un sistema occupava così poco) e qualche applicazione delle più pesanti.
  • La leggerezza di SheepShaver: Monitoraggio Attività mi dice che al momento l’applicazione occupa 50 MB di memoria reale e sta usando il 6-7% della CPU.
  • SheepShaver è multipiattaforma: esiste per Linux/i586, Linux/x86_64, Mac OS X (Universal Binary) e Windows NT 4/2000/XP.

Le cose da perfezionare:

  • SheepShaver ha ancora qualche problema di stabilità, specie cercando di far funzionare applicazioni complesse che si appoggiano in gran parte sulla grafica, sul suono, su tutte le parti hardware che è sempre problematico rendere compatibili al 100% in una macchina virtuale. Questo significa che per ora non posso pretendere di far funzionare giochi come Tomb Raider. In genere si nota quando SheepShaver va in crash perché l’applicazione smette di rispondere e compare la pallina colorata di Mac OS X. Uscire e rientrare è comunque semplice: uscita forzata e rilanciare SheepShaver.
  • Non sono riuscito a far emettere suoni al Mac virtuale. Sul sito di SheepShaver dicono che sia sufficiente impostare il volume di uscita nel pannello Suono in Mac OS 9, ma nel mio caso continua a starsene zitto e far lampeggiare la barra dei menu al posto di riprodurre suoni.
  • Sarebbe carino estendere l’intervallo dei sistemi “classici” supportati sotto Mac OS, arrivando a includere Mac OS 9.1 e 9.2.

Per ora non mi sovviene altro. Spero che queste mie indicazioni siano state chiare e di aiuto. Buon divertimento!

Written by Riccardo Mori

4 Dicembre 2007 alle 9:43 pm