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La scrivania e la macchina da scrivere
Nelle mie ricerche mi sono imbattuto in un libro molto affascinante e direi miliare in materia di interfaccia utente (trattata in special modo da un punto di vista storico-evolutivo): Interface Culture di Steven Johnson. Il libro è del 1997, ma questo non toglie nulla alla sua validità e importanza per mettere in prospettiva certi discorsi ancora molto accesi oggi quando si parla di interfacce grafiche, metafora della scrivania, finestre vs. linea di comando. Non ho ancora terminato di leggerlo, ma lo sto divorando, anche grazie allo stile chiaro, lucido ed estremamente scorrevole dell’autore.
Riflettere sulle possibili evoluzioni dell’ormai pluriventennale metafora della scrivania, usata per l’interfaccia utente grafica dei maggiori sistemi operativi attualmente in circolazione, è una delle attività più stimolanti per me, appassionato di tecnologia, di storia dell’informatica e naturalmente di interfacce e usabilità. E il volume di Johnson è decisamente ricco di spunti in questo senso. Vorrei ricongiungermi ad alcuni di questi spunti, e dato che è piuttosto difficile non citare intere sezioni del Capitolo 2 (“The Desktop”, la scrivania) e del Capitolo 3 (“Windows”, cioè “finestre” — non l’omonimo sistema operativo), partirò provocatoriamente da questa frase, a chiusura di un paragrafo a pagina 57:
Gli errori e insuccessi concettuali della metà degli Anni Ottanta derivarono da una incapacità — o dal rifiuto — di considerare la potenza della metafora della scrivania. I fallimenti dell’epoca presente derivano dall’aver preso quella metafora in maniera troppo letterale.
Il passaggio dalla linea di comando all’interfaccia a finestre è stato epocale. Il vantaggio delle finestre non deriva tanto da una questione di memoria visiva e spaziale, come molti sono intuitivamente portati a credere. In un’interfaccia grafica che ricorda una scrivania, i documenti vengono distribuiti in modo spaziale; per questo, la percezione comune è che, nel ricercare un certo file, si pensi anzitutto in termini di ‘dove’ si trova, in che luogo. L’interfaccia grafica dà al file delle coordinate spaziali e delle proprietà analoghe a un file vero e proprio, del mondo reale. Ma, spiega Johnson, questa percezione è fuorviante proprio perché il sistema a finestre è molto flessibile, e anche i sostenitori più convinti dell’interfaccia grafica a finestre pensano ai loro file in termini testuali e conformi a interfacce UNIX o DOS:
Per comprenderlo basta fare attenzione ai nostri processi mentali quando stiamo utilizzando una qualche applicazione di gestione dei file, alla ricerca di un dato documento. In un sistema puramente spaziale, il nostro pensiero seguirebbe questa logica: “mi pare che il file si trovasse nella parte sinistra dello schermo, qualche livello più sotto”. Ma in realtà ciò che pensiamo è: “sono quasi certo di averlo messo nella cartella Cose da fare, ma forse si trova nella cartella Lavori in corso“. In altre parole, stiamo organizzando le informazioni in maniera testuale, seguendo delle categorie da noi stessi definite. La dimensione spaziale è soltanto un’illusione, ovvero l’illusione di un’illusione. Facciamo finta di ricordarci ‘dove’ abbiamo messo il file, ma ciò che stiamo veramente ricordando è semplicemente il nome della cartella che lo contiene. [...] (L’unica eccezione è il caso di quei file o elementi che sono stati disposti direttamente sulla scrivania, aggirando del tutto il concetto di finestra. Queste icone possono sviluppare attributi spaziali genuini, rendendole più semplici da ritrovare — anche se la maggior parte degli utenti preferisce non riempire la propria scrivania con troppe icone).
In realtà, il vantaggio delle finestre deriva dalla possibilità di vedere più applicazioni/processi alla volta e di passare rapidamente dall’uno all’altro mettendo le singole finestre in primo piano. La finestra si rivela essere una maniera di visualizzare quel che i programmatori chiamano mode switch. Nell’uso quotidiano del computer, ormai, passiamo spessissimo da una modalità all’altra senza nemmeno accorgercene. Per esempio, si ha una modalità per creare un nuovo documento di testo, una modalità per editare un foglio di calcolo esistente, una modalità per riorganizzare una directory di file, una modalità per modificare le preferenze di sistema. Ai tempi della linea di comando — scrive Johnson — si doveva lanciare una di quelle modalità inserendo un’oscura sequenza di lettere, e i confini che delimitavano le singole modalità erano ben tracciati. Immettendo un comando si entrava in modalità gestione directory, scrivendone un altro si passava alla modifica delle preferenze di sistema, e via dicendo.
Occorreva naturalmente una certa opera di memorizzazione, e a volte ci si dimenticava in quale modalità ci si trovava. In generale, questo sistema era parecchio anti-intuitivo. Doug Engelbart e gli ingegneri dello Xerox PARC si resero conto che queste modalità potevano essere rimpiazzate da finestre; le finestre potevano rappresentare le modalità e soprattutto un sistema per passare da una modalità all’altra. Era difficile sbagliarsi: la modalità corrente sarebbe stata rappresentata dalla finestra attiva (ovvero in primo piano), mentre le altre avrebbero atteso il loro turno, stratificate in secondo piano.
Il passaggio dal concetto di modalità (mode) al concetto di finestre è stato un passo avanti in termini di facilità d’uso di una tale entità che, ancora oggi, è arduo pensare a un mondo digitale senza finestre. L’interfaccia grafica a finestre ha portato con sé una serie di convenzioni che sono diventate così naturali e familiari da essere ormai trasparenti per gli utenti. E così radicate che pare impossibile progredire. Dai primi Anni Ottanta a oggi, la ’scrivania’ e le ‘finestre’ sono andate raffinandosi, espandendosi, rendendosi sempre più versatili, ma il succo della metafora è sempre quello. I progressi dell’interfaccia utente sono rimasti sempre circoscritti all’ambito della scrivania.
Periodicamente si riaccende il dibattito: bisogna trovare qualcosa che vada oltre la scrivania, si avverte l’esigenza di qualcosa di nuovo, ma proposte concrete non se ne vedono. Alan Kay [Wikipedia ING | Wikipedia ITA], ideatore della metafora della scrivania, ha lavorato alla creazione di altri progetti di interfaccia utente come Etoys o Croquet, ma sono progetti circoscritti e sperimentali. In Apple, negli Anni Novanta, si studiò a lungo un’interfaccia alternativa, in un progetto chiamato HotSauce o Project X, la cui idea fondamentale era sostituire il concetto di finestre con una navigazione più genuinamente spaziale, tridimensionale.
L’ostacolo più evidente, il macigno da superare sulla strada dell’evoluzione dell’interfaccia utente, è a mio avviso quel groviglio di abitudini + efficienza che ormai si è stratificato e raffinato nell’interfaccia grafica e nella metafora della scrivania attuali. Ed è a questo punto del mio ragionamento che ho pensato ancora alla macchina da scrivere, ovvero alla convenzione del layout di tastiera QWERTY universalmente adottato (con lievi variazioni a seconda dei paesi e delle lingue). In un mio articolo recente, Innovare è difficile, nel trattare i tentativi di innovazione nell’ambito dei dispositivi di input, facevo l’esempio della tastiera e citavo Donald Norman:
[...] Baloccarsi con il progetto della tastiera ideale è un passatempo diffuso. [...] Ma nessuna di queste innovazioni è stata realizzata perché la tastiera QWERTY, con i suoi difetti, è sufficientemente buona. Benché la sua disposizione pensata per evitare l’accavallarsi dei martelletti [della macchina da scrivere] non abbia più nessuna giustificazione meccanica, resta il fatto che molte coppie di lettere di uso comune sono assegnate alle due mani: una mano può prepararsi a battere il suo tasto mentre l’altra sta finendo, cosicché la velocità di battuta è migliore.
[...] C’è un sistema migliore [della QWERTY] — la tastiera Dvorak — laboriosamente messa a punto da uno dei fondatori dell’ingegneria industriale (da cui prende il nome). È più facile da imparare e permette un aumento di velocità di circa il 10%, ma questo non è un miglioramento sufficiente a legittimare una rivoluzione nella tastiera. Milioni di persone dovrebbero reimparare a scrivere a macchina. Milioni di macchine dovrebbero essere cambiate. I vincoli sostanziali della pratica preesistente impediscono il cambiamento, anche quando questo sarebbe un progresso.
Ecco, sotto questo aspetto vedo un’analogia molto forte con l’attuale impasse dell’evoluzione della metafora della scrivania nell’ambito dell’interfaccia utente. Probabilmente da qualche parte esiste un progetto di interfaccia in grado di superare certi limiti della metafora della scrivania, ma il fatto è che abbiamo appreso una tale efficienza e sviluppato una tale profonda familiarità con concetti quali finestre, menu, pannelli, scrivanie e cestini, che si fatica a vedere qualcos’altro al di fuori di queste metaforiche quattro mura entro le quali ci sentiamo sicuri e produttivi.
Durante la scorsa decade — ed è evidente leggendo il libro di Steven Johnson — il progresso sembrava tutto nelle mani del 3-D. Il già citato progetto HotSauce di Apple, l’estensione della metafora della scrivania operata da interfacce quali Magic Cap e Microsoft Bob (che immaginavano interi ambienti a circondare l’ufficio virtuale: corridoi, salotti, altri uffici, aree ricreative), progetti come The Palace di Mark Jeffries (che estendeva in ambito tridimensionale lo spazio tradizionalmente bidimensionale e testuale della chat, creando un mondo virtuale in cui i partecipanti alla chat venivano rappresentati da omini stilizzati disseminati in un ambiente e liberi di circolare e incontrarsi nelle sue svariate stanze; per capirci: una sorta di versione embrionale — siamo nel 1995 — dell’attuale Second Life), l’idea di prendere spunto dai mondi virtuali di due giochi di successo come Doom e Quake per creare un ambiente grafico ‘non-violento’ in cui collocare file, documenti, applicazioni… Tuttavia, la ragione primaria del fallimento di tali modelli stava (e probabilmente sta tuttora) nella loro inefficienza. Leggiamo le impressioni di Johnson in merito a HotSauce:
[...] Il prototipo di Apple serve a ricordarci quanto piccolo sia il ruolo giocato dalla memoria spaziale nelle moderne interfacce. Ho provato a fare un esperimento, una sorta di studio di caso, e per alcuni giorni ho utilizzato HotSauce come sostituto del mio sistema di gestione file, giusto per farmi un’idea più chiara di tutta l’esperienza. Le prime esplorazioni erano tremendamente divertenti, sembrava di star giocando a un videogioco più che navigare tra i miei file, ma l’eccitazione si è presto tramutata in irritazione non appena i limiti della navigazione si sono resi evidenti. Muoversi all’interno dello spazio richiedeva troppa attenzione e troppe energie, e finivo col concentrarmi più su come spostarmi e ’sterzare’ col puntatore che non sui documenti che stavo cercando. [...]
Mi sembra chiaro che, dopo il primo grande passo in avanti — dalla linea di comando alla scrivania e alle finestre –, la situazione si sia fatta sostanzialmente stagnante. Notare come gli sforzi innovativi odierni siano di contorno alla metafora della scrivania, più che tentare l’impatto diretto: tutto il furoreggiare dell’interfaccia multi-touch e dell’interfaccia tattile in generale, è sì uno sforzo verso una maggior efficienza, facilità d’uso, immediatezza e quindi (forse) produttività, ma non è un paradigma, non è una nuova concezione, una nuova metafora che definisce e regola l’ambiente dell’interfaccia utente. Siamo sempre qui a manipolare ‘documenti’ dentro ‘cartelle’ in ‘volumi’ all’interno di una ’scrivania’. Li manipoliamo più direttamente, ma non diversamente dalla manipolazione mediata della coppia puntatore-mouse. Per tornare alla citazione di Johnson in apertura di articolo, I fallimenti dell’epoca presente derivano dall’aver preso quella metafora [della scrivania] in maniera troppo letterale.
Le proposte di Tognazzini per migliorare l’interfaccia di iPhone
Aspettavo da un po’ che Bruce Tognazzini [Wikipedia ITA | Wikipedia ING] aggiornasse la sua rubrica AskTOG con qualche contributo succoso. Quando ho compreso che il suo articolo più recente parlava di soluzioni pensate per migliorare l’interfaccia di iPhone / iPod touch, mi sono buttato a capofitto nella lettura. Ma devo ammettere di essere rimasto piuttosto deluso dalla sua analisi, e non trovo nessuna delle sue proposte particolarmente elegante o convincente. La sua analisi rimane interessante e ponderata e merita di essere letta integralmente; ovvio, il guru dell’usabilità è lui, non io.
Nel paragrafo introduttivo, What’s wrong with today’s Springboard 1.0? (Che cosa non va con l’attuale Springboard 1.0? — ‘Springboard’ è la denominazione formale della schermata principale di iPhone / iPod touch), Tognazzini fa una premessa interessante:
A differenza del Finder o della Scrivania, invece di fornire accesso a tutte le applicazioni che un utente potrebbe volere, l’attuale sistema di schermate pone un limite a 180 applicazioni. Paradossalmente questo non sarebbe male se si trattasse di un Mac o un PC, dato che [su un computer] le applicazioni possono essere problematiche, e più ne installiamo, più il rischio di incappare in qualche problema aumenta. Su iPhone / iPod touch, però, 180 applicazioni è una quantità estremamente limitata, dato che le applicazioni per iPhone / iPod touch sono spessissimo sinonimo di divertimento, intrattenimento, e non di problemi, e pertanto più applicazioni installiamo, più giovamento ne possiamo trarre.
Il grosso limite dell’attuale sistema di schermate su iPhone è dato dal fatto che non è possibile ordinare le applicazioni in maniera davvero efficiente:
Sì, Apple offre un metodo per ordinare le applicazioni, ma diventa rapidamente inefficace quando si possiede, per esempio, una pagina e mezzo di applicazioni dedicate ai viaggi, un quarto di pagina con applicazioni mediche, 7/8 di una pagina pieni di programmi scientifici, eccetera. Con un limite prefissato di 11 pagine, senza alcuna possibilità di apporre etichette alle pagine, e senza spazio sufficiente sulle singole pagine per contenere le applicazioni di una certa categoria, le cose cominciano a farsi difficili. All’avvicinarsi al limite di 180 applicazioni, le pagine diventano caotiche, dato che le nuove applicazioni acquistate vengono sistemate un po’ a caso dove c’è spazio, senza una posizione logica ove spostarle.
Arrivati al tetto massimo di applicazioni, le cose si complicano. E il problema ha raggiunto un’entità tale che Apple, con la versione 3.0 di iPhone OS, ha affrontato il problema con un classico hack da programmatori: il limite delle 180 applicazioni rimane, ma è possibile continuare a installarne altre, solo che non saranno visibili. Gli utenti le possono cercare utilizzando Spotlight a meno che si ricordino il nome esatto dell’applicazione. Per esempio, se avete l’applicazione della American Automobile Association, dovrete immettere “AAA”. Ah no, un momento! Non si chiama “AAA”, ma “Roadside”! Quante sono le probabilità che vi ricorderete della differenza fra un paio d’anni quando avrete problemi con la vostra auto?
Tognazzini propone 5 alternative per migliorare la situazione.
La prima consiste nel dare la possibilità all’utente di avere etichette identificative associate alle pagine:

È vero, Tognazzini suggerisce che Apple potrebbe fare in modo di non visualizzare alcuna etichetta inizialmente, così che il nuovo utente non incontri nessuna complessità aggiunta, ma per me questa soluzione è meno efficace di quel che sembra. Esempio: che si fa quando le applicazioni che rientrano sotto una certa categoria (quindi etichetta) sono più di 16? Supponiamo di avere 22 applicazioni sotto l’etichetta “Dizionari e consultazione”: la prima paginata di 16 applicazioni avrà quell’etichetta in alto, e la seconda pagina (contenente le altre 6) che etichetta avrà? Ancora “Dizionari e consultazione”? O “Dizionari e consultazione 2″? A me sembra poco pratico.
E per chi possiede 500 applicazioni è comunque una soluzione a dir poco provvisoria, in quanto l’unica forma di scorciatoia offerta è quella di tener premuto sull’etichetta per far comparire un menu a discesa con tutte le etichette impostate: l’utente può così raggiungere più rapidamente la pagina con l’applicazione desiderata. Ciò tuttavia crea due problemi ulteriori, o due facce dello stesso problema: come gestire le applicazioni che non appartengono a nessuna etichetta (sì perché se si possiedono soltanto due applicazioni dedicate alla messaggeria istantanea, per esempio, mi sembra inutile dedicare loro un’intera pagina con relativa etichetta)? L’utente, per meglio approfittare della funzionalità, dovrebbe obbligatoriamente suddividere le applicazioni in categorie, un compito piuttosto tedioso. Per non parlare dell’interfaccia stessa, che diventa inutilmente affollata da un punto di vista visivo, e complicata da un punto di vista operativo.
La seconda proposta (forse tenendo in mente la parziale inefficacia della prima): lo scorrimento verticale.

Lo scorrimento verticale non si muoverebbe ‘a paginate’ come avviene quello orizzontale, scrive Tognazzini, ma si sposterebbe di riga in riga per individuare le applicazioni in maniera raffinata. In questo modo si potrebbe sopperire al limite della proposta precedente che ho evidenziato (ossia come gestire un numero maggiore di 16 applicazioni appartenenti alla stessa ‘etichetta’). Con lo scorrimento verticale si potrebbero avere 27 applicazioni di viaggio su una sola pagina-con-etichetta, per esempio; si tengono in alto le più importanti o usate, e si scorre col dito verso il basso per accedere alle altre. È una proposta più accattivante, ma ho l’impressione che il doppio scorrimento, in orizzontale e in verticale, finirebbe col disorientare gli utenti. Sarei poi curioso di sapere se Tognazzini ha pensato di stabilire un limite allo scorrimento verticale o no. Quante applicazioni si potrebbero inserire? Inoltre ho l’impressione che estendere sui due assi la disposizione delle applicazioni finisca col richiedere all’utente un maggior numero di movimenti per raggiungere una tale applicazione. Immaginiamoci lo scenario in movimento: per trovare l’applicazione X bisogna sfogliare tre volte orizzontalmente, poi verticalmente, ma dato che lo scorrimento in verticale non procede ‘a pagine’ ma come un elenco, non è così immediato trovare l’applicazione cercata perché risulta più difficile memorizzarne la posizione nella memoria muscolare.
La terza proposta: posizionamento manuale delle icone, ovvero lasciare all’utente la possibilità di disporre le applicazioni su una pagina in maniera caratteristica, potendo lasciare spazi vuoti in modo da riconoscere una certa pagina a colpo d’occhio:

Uhm… No. Non riesce a convincermi. Ammetto di non avere obiezioni razionali, solo una reazione istintiva: non mi pare elegante o particolarmente efficace. Con il continuo aggiungersi di applicazioni sarebbe comunque difficile mantenere questi layout distintivi.
La quarta proposta: Contenitori.
Tantissima gente ha tirato fuori il problema di organizzare le applicazioni su iPhone, e l’idea di racchiuderle in contenitori (cartelle, cassetti, stack, quel che volete) è in genere la prima che viene in mente, specie agli utenti più ‘tecnici’ e che provengono dal continuo contatto con la metafora della scrivania sul computer. Ho già trattato in parte questo argomento, e continuo a pensare che l’introduzione delle cartelle sarebbe un passo indietro per quanto riguarda l’immediatezza e la semplicità dell’interfaccia di iPhone. Occorrerebbe inventare un sistema (o comando, o gesto) per creare una nuova cartella, poi un sistema per differenziare visivamente una cartella dall’altra, per inserire/modificare il nome, per spostare elementi dentro e fuori da una cartella, per gestire una gerarchia di cartelle, e così via. Questi sono compiti da tablet, non da smartphone.
Sì, ho una mia proposta, che esporrò alla fine. Ora manca la quinta proposta di Tognazzini: link multipli, ossia la possibilità di introdurre alias per raggiungere una certa applicazione da punti diversi.
No, no, assolutamente no. È complicare e confondere le idee al massimo livello. È, ancora una volta, guardare a iPhone pensando che l’interfaccia sia estensibile come quella di un computer. O considerabile come tale. Su iPhone gli spazi sono diversi, i paradigmi anche, e la navigazione al suo interno deve tenere conto di queste differenze. Ogni aggiunta deve considerare quanto va a impattare sull’interfaccia, quanto la complica, quali gestualità nuove introduce, e via dicendo.
La mia modesta proposta
Anch’io è da un po’ che rifletto su come affrontare il problema di cui parla Tognazzini. La mia proposta tiene in considerazione un aspetto che trovo fondamentale: il problema di gestire più di 180 applicazioni installate su iPhone o iPod touch è di una minoranza di utenti (stiamo sempre parlando di numeri considerevoli, di una ‘ricca’ minoranza, ma comunque di una minoranza). La proposta deve essere quindi intrusiva il meno possibile per la maggioranza dell’utenza, che deve poter continuare a usare iPhone come sempre. La proposta non deve complicare l’interfaccia e non deve introdurre affollamenti visivi né comandi o gestualità difficili da memorizzare.
La mia proposta riguarda la possibilità di visualizzare i contenuti di iPhone in maniera alternativa, opzionale, trasparente. Non si sposta nulla, non si cambia nulla potenzialmente, ma si può scegliere di passare a una vista differente che possa aiutare chi ha un numero spropositato di applicazioni. La mia proposta è creare su iPhone OS l’equivalente di questa applicazione:

Immaginiamo di avere un’applicazione che si chiama “Gestisci Applicazioni”. Tap sull’icona e si entra in un’interfaccia simile a quella di MobileMail: le applicazioni vengono visualizzate in ‘vista elenco’. Si vogliono mettere tutte le applicazioni per le previsioni del tempo in una cartella apposita? Tap su [+] e si crea la cartella. Si può persino scegliere fra una serie di cartelle predefinite, magari dotate di icone distintive (per esempio che rispecchiano le categorie dell’App Store). Le cartelle appaiono sempre in cima all’elenco, e fuori rimangono quelle applicazioni che non vogliamo inserire in nessuna cartella. Fuori e dentro le cartelle l’ordine prestabilito è alfabetico, e per muoversi rapidamente appare la colonna verticale con le lettere dalla A alla Z come nell’applicazione Contatti. Possono persino esserci delle cartelle speciali, come nel Finder o in iTunes, che dividono automaticamente le applicazioni nelle categorie dell’App Store (una soluzione rapida per chi non ha voglia di mettersi a creare categorie ad hoc). Per gestire spostamenti di grandi quantità di applicazioni in cartelle si potrebbero selezionare previamente e poi spostare, come si fa con i messaggi in MobileMail. O nella peggiore delle ipotesi ricorrere a iTunes e farlo dal Mac.
Tutti questi ordinamenti avverrebbero però soltanto all’interno della fantomatica applicazione “Gestisci Applicazioni” e sarebbero una vista facilitata per chi ha grossi volumi di applicazioni. Uscendo dall’applicazione ci ritroveremmo con le classiche schermate di iPhone, senza cambiamenti superficiali, così sarebbe facile avere accesso alle applicazioni che usiamo di più (e che in genere mettiamo nelle prime 2-3 schermate). In questo modo non si complica nulla. Chi ha molte applicazioni trae beneficio dalla versatilità delle viste e ordinamenti alternativi messi a disposizione dal gestore di applicazioni; chi ne ha poche può bellamente ignorare tale applicazione e continuare così, senza alcun cambiamento né imposizione di interfaccia. Mi sembra un’idea elegante ed efficace, ma ovviamente non sta a me dirlo.
Innovare è difficile
In questi giorni di silenzio ho raccolto qualche riflessione sull’argomento innovazione, più che altro perché ormai il termine mi pare davvero abusato e mi vien voglia di fare qualche distinguo, e poi perché mi è stata data l’occasione durante un mini-corso di informatica e design a cui ho partecipato in veste di ‘opinionista’, o co-conduttore che dir si voglia. L’incaricato di tenere il corso è un mio conoscente che ho aiutato nel suo passaggio da Windows a Mac, e con il quale abbiamo avuto modo di chiacchierare più volte su temi di tecnologia, usabilità, accessibilità, design, eccetera. Quando gli è stato affidato questo mini-corso, ha pensato di dargli un’impostazione un po’ insolita e di coinvolgermi — una maniera simpatica per estendere la conversazione a un pubblico più vasto, e chi meglio dei giovani virgulti universitari che fra pochi anni, se tutto fila liscio, saranno ingegneri, disegnatori industriali, e quant’altro.
Durante questo corso ci sono stati momenti estremamente istruttivi, ed è a uno di essi che mi voglio congiungere per affrontare il discorso innovazione in questa sede. Durante la prima giornata del corso, l’insegnante e il sottoscritto hanno lanciato una serie di argomenti più o meno provocatori per suscitare il dibattito. A me è venuto in mente l’articolo di Steven Frank sul dispositivo mobile ideale di cui ho parlato un paio di settimane fa, e così abbiamo provato a tastare il polso al nostro pubblico di studenti modificando leggermente la richiesta: “Pensate al panorama attuale dei computer portatili e dei dispositivi mobili in generale; una grande azienda del settore vi ha incaricato di realizzare un nuovo prodotto che contenga qualcosa di innovativo — un elemento, una tecnologia, un’idea che permetta di distinguere questo prodotto dagli altri”. Non volevamo creare un’atmosfera troppo austera, per cui abbiamo detto agli studenti di considerarla una seduta di brainstorming, per la serie ‘buttate carne al fuoco, cercate di non soffermarvi sull’immediata fattibilità dell’idea, ma cercate al tempo stesso di non sprofondare troppo nel fantascientifico’.
Ne sono venute fuori delle belle. Portatili realizzati con materiali derivati da plastica e gomma, per essere totalmente antiurto. Portatili con una tavoletta grafica al posto della tastiera. Computer di tipo Tablet che possono diventare un normale portatile agganciando la tastiera e chiudendosi a libro. Portatili con telecamera capace di effettuare la scansione della retina e che smettono di funzionare se non c’è il proprietario davanti. E via dicendo.
Non è e non voleva essere un test per trarne deduzioni scientifiche o statistiche, ma l’impressione che ho avuto ascoltando le proposte dei ragazzi è che innovazione debba spesso manifestarsi come qualcosa di radicale, di vistoso, di fantascientifico. È vero che avevamo detto agli studenti di non soffermarsi troppo sull’immediata fattibilità dell’idea, ma certe proposte tendevano a sfociare nel fantastico e nell’astratto. Non che le idee in sé fossero poi tanto male (a chi non piacerebbe un portatile che si ricarica con il movimento, come gli orologi automatici?), ma troppe avevano il sapore di essere feature fine a se stesse.
Innovare per innovare è un esercizio senza dubbio interessante. Senza ricerca, senza esplorazioni e brainstorming anche folli, non si va da nessuna parte e non si innova. Le novità in ambito tecnologico saltano fuori a ritmi considerevoli. Ma innovare in questo modo non è sufficiente. Non basta avere un’idea ‘originale’ o ‘innovativa’. Non basta nemmeno arrivare a costruirla e a brevettarla. A mio avviso l’innovazione, quella vera, non deve essere sempre necessariamente radicale, vistosa, fantascientifica. Deve soprattutto lasciare un segno. Mai come in questo campo (la tecnologia) occorre far tesoro dell’adagio “Non è tutt’oro quel che luccica”.
Una cosa davvero lampante saltata fuori durante la sessione con gli studenti è che le loro idee per una funzionalità innovativa in un computer portatile (o palmare) erano sempre svincolate dalla macchina stessa, non considerandone i limiti attuali, non considerando il contesto in cui mettere in pratica la loro idea geniale. Quando nelle discussioni a cui partecipo di persona con amici, oppure online, tiro in ballo usabilità e design sembro sempre ‘il solito fanatico della Mela’ e molti ancora erroneamente associano questi concetti a un discorso soltanto estetico, quando in realtà c’entrano poco o nulla. Il fatto è che senza considerazioni di design e di usabilità, un’idea (parlo sempre a livello tecnologico e informatico, ma il concetto si può estendere ad altre discipline) può essere innovativa finché vuole, ma farà poca strada.
Provo a fare qualche esempio. Quando si tira in ballo l’innovazione in materia di hardware, un elemento che tutti sentono il bisogno di modificare, alterare, eliminare, ridefinire, è la tastiera. È un retaggio delle macchine da scrivere, sa di vecchio. E allora ci si sbizzarrisce a creare dispositivi di input ‘innovativi’. Ho visto tastiere ad accordi, tastiere ergonomiche che permettono di scrivere con una mano sola, tastiere anatomiche, ecc. ecc. Alcuni solo prototipi, altri in commercio. Tutte idee strabilianti, molte con sistemi che permettono effettivamente una maggiore efficienza e velocità nell’immissione, ma tutte con un problema di fondo: per sfruttarle al massimo occorre imparare a usarle, e spesso la curva di apprendimento è abbastanza alta da scoraggiare l’utente (a meno che non sia costretto da una qualche disabilità che gli impedirebbe di utilizzare proficuamente una normale tastiera QWERTY). A questo si aggiunga la quasi totale ubiquità della tastiera classica: nel momento in cui il nostro utente diventato provetto nel maneggiare una tastiera esotica e innovativa si ritrova davanti a una QWERTY, ecco che il vantaggio e l’efficienza guadagnati vanno a farsi benedire.
Ci sono alcune pagine interessanti sulla tastiera nel classico The Psychology of Everyday Things di Donald Norman. Qualche breve estratto:
[...] Baloccarsi con il progetto della tastiera ideale è un passatempo diffuso. Alcuni schemi mantengono la configurazione esistente dei tasti, ma distribuiscono le lettere in maniera più efficace. Altri migliorano anche la disposizione fisica, adattandola in modo da rispettare la simmetria speculare delle due mani e tener conto della diversa agilità e distanza delle dita. Altri ancora riducono drasticamente il numero di tasti: un gruppo di tasti — un accordo — rappresenta una parola, permettendo di scrivere con una sola mano o con due mani a maggior velocità. Ma nessuna di queste innovazioni è stata realizzata perché la tastiera QWERTY, con i suoi difetti, è sufficientemente buona. Benché la sua disposizione pensata per evitare l’accavallarsi dei martelletti [della macchina da scrivere] non abbia più nessuna giustificazione meccanica, resta il fatto che molte coppie di lettere di uso comune sono assegnate alle due mani: una mano può prepararsi a battere il suo tasto mentre l’altra sta finendo, cosicché la velocità di battuta è migliore. [...]
Poco oltre parla anche del sistema Dvorak:
C’è un sistema migliore [della QWERTY] — la tastiera Dvorak — laboriosamente messa a punto da uno dei fondatori dell’ingegneria industriale (da cui prende il nome). È più facile da imparare e permette un aumento di velocità di circa il 10%, ma questo non è un miglioramento sufficiente a legittimare una rivoluzione nella tastiera. Milioni di persone dovrebbero reimparare a scrivere a macchina. Milioni di macchine dovrebbero essere cambiate. I vincoli sostanziali della pratica preesistente impediscono il cambiamento, anche quando questo sarebbe un progresso.
E di seguito menziona le tastiere ad accordi, quelle usate dagli stenografi dei tribunali, che permettono un numero di combinazioni superiore e una velocità superiore a quella di qualsiasi dattilografo, dato che stampano direttamente sillabe e non singole lettere. Ma:
Le tastiere ad accordi presentano uno svantaggio tremendo: sono difficilissime da imparare e difficilissime da ricordare [...]. Vi avvicinate per la prima volta a una tastiera normale e potete usarla subito: basta cercare la lettera che volete e pigiare sul tasto. Con una tastiera ad accordi bisogna premere vari tasti simultaneamente. Non c’è modo di contrassegnare i tasti e non c’è modo di capire come si fa solo guardando. [...]
(D. Norman, La Caffettiera del Masochista – Psicopatologia degli oggetti quotidiani, Saggi Giunti, pagg. 167-168)
Adesso, tenendo presente queste considerazioni, guardiamo due esempi, tratti dallo stesso studio di design industriale, Art Lebedev. Forse ne avrete sentito parlare: sono i creatori della Optimus Maximus, una (costosissima) tastiera in cui ogni tasto è pienamente ridefinibile in quanto è un piccolo schermo che può visualizzare segni differenti. L’idea è eccellente e la realizzazione di ottima fattura. Affronta un problema non indifferente (l’uso agevole di più layout di tastiera senza usare mascherine per i tasti o, peggio, munirsi di più tastiere) e lo risolve in maniera innovativa e pratica.
Il secondo esempio è la Optimus Tactus. È ancora un concetto e non un prodotto finito, ma qui stiamo valutando l’idea sulla base dell’innovazione ‘vera’. Si tratta di una tastiera priva di tasti fisici, e quindi la versatilità di configurazione va ben oltre i singoli segni e si estende alle dimensioni dei tasti e alla loro disposizione. Nelle immagini di esempio si può vedere come sia riduttivo parlare di ‘tastiera’ con il progetto Tactus. È un dispositivo che può mostrare una grande quantità di varianti, anche riprodurre video. Un’idea innovativa? Potenzialmente sì, ma mi ricorda una delle idee tirate fuori dagli studenti durante il brainstorming di cui parlavo all’inizio. Il concetto di questa tastiera è attraente ma mi pare non tenga conto del fatto che in assenza di tasti fisici, e quindi di contorni e forme percepibili sotto i polpastrelli, è impossibile digitare senza osservare la tastiera, cosa che nessun dattilografo fa. Un conto è la tastiera virtuale di uno smartphone: vista l’area ristretta in cui si opera, area che viene spartita fra schermo e tastiera virtuale, è naturale che si scriva osservando la tastiera; in particolare, l’implementazione di iPhone, con il caratteristico feedback visivo e sonoro, la rende più facile da maneggiare. Ma una tastiera virtuale delle dimensioni di una tastiera normale (e soprattutto pensata per essere utilizzata in ambito desktop) non mi convince per niente.
Sempre per la serie “Non è tutt’oro quel che luccica”, prendiamo il nuovo Dell Latitude Z. È un portatile ultrasottile con schermo da 16″ e un sacco di ’soluzioni innovative’. Intendiamoci, Dell ha realizzato un portatile senza dubbio interessante e uno dei pochi che ho visto finora che non cercano a tutti i costi di essere brutte copie di prodotti Apple. La tecnologia EdgeTouch (è possibile accedere alle applicazioni più usate toccando direttamente il bordo laterale dello schermo) mi sembra interessante e con un minimo di progettazione dietro: i controlli si trovano più o meno nel punto in cui l’utente afferra lo schermo con la mano per regolarne l’inclinazione, quindi sono piuttosto intuitivi da trovare e utilizzare.
Ma passiamo a un’altra delle tante innovazioni vantate da Dell per questo portatile — il sistema di ricarica della batteria a induzione. Il concetto, in breve, è lo stesso implementato da Palm con il Touchstone, un caricabatterie opzionale per il Pre che ricarica il telefono per induzione: nessun cavo, il telefono si aggancia alla stazione di caricamento con un magnete, e la batteria si ricarica grazie al contatto dei due oggetti. Questa idea, applicata a uno smartphone come ha fatto Palm, non è malvagia; considerate le piccole dimensioni del Pre, il Touchstone ha il suo perché e una certa praticità d’uso. Ma Dell ha voluto creare un simile caricatore per il Latitude, in forma di stand su cui appoggiare il portatile (è visibile nella pagina di Dell a cui ho linkato prima, in fondo al centro, dove dice “business package”). A parte il costo dello stand (349 dollari) e a parte il fatto che non è regolabile né in inclinazione né in altezza, chiamare questo sistema ‘rivoluzionario’ perché ’senza fili’ mi pare un po’ esagerato. Per ricaricarsi, il portatile deve starci appoggiato sopra, e lo stand viene collegato alla corrente con un cavo. Nei video di presentazione delle caratteristiche e del design del portatile, viene sottolineata la praticità di questa soluzione mostrando l’utente tipo del Latitude Z che, giunto nel suo ufficio, appoggia il portatile sullo stand e poi usa il portatile in configurazione desktop, ossia collegato a monitor, tastiera, mouse esterni. Mentre lavora alla scrivania, il Latitude si ricarica. Comodo, ma chi non ha un monitor, tastiera, mouse esterni, se vuole utilizzare quello stand-ricaricatore mentre usa il computer non si ritroverà una soluzione altrettanto comoda. È chiaro quindi che quel tipo di utente non se ne farà nulla del rivoluzionario stand e si limiterà a usare il normalissimo alimentatore con cavo fornito di serie. Ah, e se poi si compra un monitor e vuole acquistare anche lo stand di ricarica, non avrà vita facile, perché l’apposita scheda da inserire nel computer per permettere questo sistema di ricarica a induzione, stando a quel che dice il sito, deve essere richiesta al momento dell’acquisto del computer (e sono altri 50 dollari). Insomma, occorre avere le idee chiare fin da subito.
Se vogliamo brutalmente metterci a fare la tabellina con i vantaggi e gli svantaggi, questa feature innovativa non ne esce tanto bene, e non pare ponderata in modo approfondito. L’impressione è proprio quella di sbandierare caratteristiche che provochino un effetto ‘wow’ ma poco altro. Specchietti per le allodole. O, se vogliamo essere meno trancianti, funzionalità ideate considerando un ventaglio limitato di utilizzi. Poco testate sul campo. Comode se utilizzate esclusivamente nella maniera presentata, un totale impaccio se si estende il raggio d’azione. Se alla fine risulta più pratico e maneggevole l’alimentatore classico, dov’è la reale innovazione dello stand di ricarica a induzione pseudo-wireless? L’innovazione, secondo me, sta altrove.
Innovare non è sempre infilare un elemento hardware o una tecnologia ‘mai vista prima’. A volte è riconfigurare elementi già esistenti in una maniera differente, originale e che, soprattutto, funziona. Che lascia il segno. Che spinge all’imitazione. Per questo mi scappa un po’ da ridere quando sento dire che Apple non sta innovando più e che pensa solo all’iPhone. iPhone stesso è tremendamente innovativo ed esemplare nel mostrare come sia possibile realizzare un prodotto di questo calibro riconfigurando ingredienti che, bene o male, erano già presenti nell’industria. Chi innova non sempre e non necessariamente deve essere un pioniere: basta che sappia applicare in maniera geniale anche un’idea non propria o non ricercata internamente. La tecnologia multi-touch esiste da prima di iPhone, ma l’implementazione di tale tecnologia su un dispositivo di piccole dimensioni da parte di Apple l’ha resa decisamente più praticabile di quei video dimostrativi che giravano per il Web con il tizio che si sbracciava su un intero tavolo multi-touch. Per questo sostengo che l’idea potenzialmente innovativa deve essere filtrata dal design e dall’usabilità per essere praticabile e per diventare vera innovazione arrivando a cambiare interi paradigmi di utilizzo. Per questo innovare davvero è difficile, e non basta il gadget, per sofisticato che sia.
Courier: un prototipo interessante
L’altroieri sono incappato in questa pagina di Gizmodo, che mostra un prototipo del ‘tablet segreto’ a cui starebbe lavorando Microsoft, chiamato Courier. L’autore del pezzo così descrive il dispositivo:
Courier è un dispositivo che esiste veramente, e si dice che sia nella fase di sviluppo cosiddetta di ‘prototipo avanzato’. Non è un tablet, se mai è un booklet. I due schermi da 7 pollici (circa) sono multi-touch, e sono stati progettati per interagire (scrittura, gestualità, disegno) con uno stilo, oltre che con le dita. Sono uniti da un cardine sul quale è situato un pulsante Home in stile iPhone. Le icone di stato, come il segnale wireless e la durata della batteria, vengono visualizzate lungo il bordo di uno dei due schermi. Sul retro si trova una fotocamera, e Courier potrebbe avere un sistema di ricarica a induzione, come Touchstone, il dock di ricarica del Palm Pre.
Ad accompagnare l’articolo vi sono una galleria di otto foto e un video dimostrativo, che immagino dimostra il concetto di utilizzo del dispositivo una volta terminato, o in altre parole illustra come dovrebbe idealmente funzionare l’interfaccia di Courier se e quando diverrà un prodotto finito.
Non lo nego: così come viene presentato, in foto e in video, è forse il dispositivo più bello e interessante uscito da Microsoft. Ci sono dei tocchi raffinati a livello di interfaccia utente molto in stile Apple. Osservando il video, trovo abbastanza ingegnoso l’utilizzo dei due schermi come due ambienti di lavoro, ognuno con le proprie funzioni, ma comunicanti fra loro. È azzeccato, almeno per come utilizzerei io un simile dispositivo, avere per esempio un browser Web sulla sinistra e un blocco appunti sulla destra dove poter raccogliere e immagazzinare immagini, articoli, mappe, frammenti mentre si ’sfoglia’ il Web. È un sistema che riproduce in forma elettronica le gestualità naturali di quando si prendono appunti, o si confrontano testi o elementi multimediali, o si scrivono note a margine di qualcosa. (Disegnare un riquadro intorno al testo per trasformarlo in una sorta di Post-It staccabile e condivisibile, per esempio, è una bella trovata). Quella parte della dimostrazione mi sembra la più fluida e meglio congegnata.
Ora, pur sapendo che si tratta di un prototipo, voglio condividere qualche inevitabile perplessità che mi è venuta osservando il materiale a disposizione.
Lo stilo e il riconoscimento della scrittura — Molto semplice e naturale scrivere sul Courier con quello stilo, vero? Ma mi chiedo: funziona semplicemente come una penna su una tavoletta grafica, o il software di Courier sarà in grado di tradurre in testo tutte le parti manoscritte? E se sì (c’è un punto nel video in cui la ragazza scrive un indirizzo Web nella barra indirizzi del browser, quindi suppongo di sì), come e con quale livello di precisione? E come verrà effettuata la gestione degli errori? Sono curioso, anche perché la tecnologia Tablet PC sviluppata da Microsoft per il riconoscimento della scrittura è in generale più avanzata di quella che implementava il Newton e della tecnologia Inkwell migrata in Mac OS X (almeno stando a quanto dice Larry Yaeger, che in questo campo sa il fatto suo).
La fotocamera e la sua usabilità — Dalle immagini non è chiarissima la posizione della fotocamera: è certamente collocata nella ‘copertina’ del ‘quaderno’, ma date le dimensioni di Courier (sia aperto che chiuso) mi sembra impossibile utilizzarla con precisione.
Il Courier chiuso — L’idea del tablet fatto a quaderno, che si apre e si chiude, è senza dubbio ben realizzata. Il concetto non è nuovo: ricordiamo il progetto Knowledge Navigator di Apple — 1987 — che, pur non essendosi concretizzato a questo livello, già proponeva l’idea del quaderno digitale che si accendeva aprendolo. (Apple aveva creato alcuni video in cui presentava il concetto: il Knowledge Navigator sembra un prodotto fatto e finito in quei filmati, ma in realtà è solo un mockup, un modellino finto, e viene presentata una serie di funzionalità avveniristiche che avrebbe dovuto avere questo ‘Navigatore della Conoscenza’. Andate in Google e inserite nel campo di ricerca “knowledge navigator video”, se volete vederlo). Ma sto divagando. Il Courier chiuso, dicevo: ecco, quei due bellissimi schermi da 7 pollici, ripiegati uno contro l’altro, quanto dureranno prima di presentare segni di usura, di contatto, piccole graffiature? (Segni che conosce bene chi abbia posseduto un vecchio iPod con parte posteriore metallica-riflettente, o anche chi possiede un iPhone 3G e lo usa senza custodie protettive — la mela argentata del mio iPhone nuovo arrivato in sostituzione ai primi di settembre ne presenta già alcuni).
Dove riporre lo stilo? — Dalle immagini presentate non riesco a vedere un ricettacolo o un qualsivoglia sistema per riporre lo stilo nel Courier quando non lo si usa. Uno se lo deve portar dietro come una penna qualsiasi? Le possibilità di perderlo sono molto alte, in questo caso. Sì, può essere un dettaglio marginale, ma il design è fatto di dettagli.
Sotto il cofano — Che processore? Quanta RAM? Che sistema operativo? A giudicare da come dovrebbe funzionare il Courier, immagino che le specifiche tecniche dovranno stare al passo con tutta quella gestualità e misto di tecnologie di input. L’interfaccia utente grafica visibile nella dimostrazione sembra essere qualcosa di creato all’uopo, e spero davvero sia così; spero davvero che non ci sia neanche una riga di codice di Windows lì dentro.
Eleganza e target — Visto così, il Courier appare un tablet di alto profilo, e per mantenere le promesse di questa presentazione non potrà che esserlo; l’oggetto è elegante e ‘prezioso’ e, malgrado abbia il potenziale di conquistare il mercato consumer ed educativo (nei commenti si dice: sarebbe ideale in ambito scolastico), a me non appare un oggetto da maltrattare infilandolo nello zaino e usandolo come ‘diario elettronico’ in ogni dove. Il target mi sembra più elevato: professionisti, uomini d’affari, tecnofili e affini.
L’inevitabile fattore Microsoft — Ovvero, l’idea in teoria è molto buona. Sono curioso di vedere quanto Microsoft riuscirà a rovinare di Courier nel percorso che porta alla pratica, cioè al prodotto finito. Lo Zune HD lascia aperta qualche speranza. Courier è un progetto davvero promettente, e le idee stile Apple ci sono tutte. Speriamo che per una volta, Microsoft copi un’altra caratteristica di Apple: quella di non scendere a compromessi e di non voler volare bassi. Sarebbe un peccato.
Il dispositivo mobile ideale
Qualche giorno fa ho letto un articolo interessante di Steven Frank, nel quale l’autore riflette su ciò che rende ‘ideale’ un dispositivo portatile con accesso a Internet. Traduco i passaggi per me più importanti, e che condivido:
Domande del genere ["Qual è il vostro dispositivo portatile ideale?"] saltano fuori spesso nei forum dedicati ai gadget elettronici, e quel che non ho mai capito è perché le risposte sono quasi sempre degli elenchi di specifiche tecniche.
Uno schermo di grandezza x! Un processore Atom! 2 GB di memoria!
Ma che differenza fa? Il Newton MessagePad 2100 è nella mia hit parade dei dieci migliori dispositivi portatili della storia, e il suo processore è un ARM a 167 MHz e lo spazio interno per immagazzinare informazioni è di circa 1 MB. Vi sono alcuni aspetti del Newton (soprattutto il blocco note) che continuano a non avere rivali in fatto di usabilità.
Frank fa poi notare che l’hardware è in costante miglioramento, anno dopo anno, pertanto sembra un po’ ridicolo definire ‘ideale’ una particolare configurazione hardware, visto che sarà obsoleta nel giro di poco tempo.
Quando penso al mio dispositivo mobile ‘ideale’, le domande che mi pongo sono: che cosa posso fare con questo dispositivo? Mi offrirà un’esperienza Internet completa, ’stile macchina desktop’, o una buona approssimazione? Presenterà tale esperienza in un modo che abbia senso considerando il form factor ridotto, o sarà qualcosa di appiccicato sopra un pessimo porting di un sistema operativo desktop, completamente inadeguato per gli utilizzi previsti? [Sono certo che sta pensando a Windows Mobile, NdR] Quali tipi di input gestirà, e come? E per quelle modalità di input passibili di errori, quali sono i metodi di correzione, e quanto facili sono da usare?
Potrò installare su questo dispositivo tutto il software che voglio? Potrò accedere a Internet ‘dovunque’ o solamente da certi hotspot e alle condizioni di una particolare tecnologia molto in voga adesso? Potrò continuare ad accedere a Internet anche se vado all’estero?
Dovrò occuparmi di ’sincronizzare’ i miei dati più svariati, oppure il produttore del dispositivo ha pensato a una soluzione più elegante? Il dispositivo è fatto per essere indipendente o per funzionare da gregario di una macchina desktop?
La conclusione a cui arriva è certamente condivisibile:
Il mio dispositivo mobile ‘ideale’ è progettato da zero per quanto riguarda il suo form factor, mi permette di comunicare in qualunque luogo del mondo mi trovi, conserva tutti i miei dati più importanti, mi consente di ricercarli, di individuare dei rapporti fra essi, e di interagire con essi in maniera coerente e user-friendly, non ‘possiede’ i miei dati né li ‘chiude’ all’interno di una piattaforma particolare.
Oltre a questo, qualsiasi CPU sufficientemente reattiva va benissimo.
Io ci aggiungo un elemento che trovo molto importante, ancor prima di entrare nel merito del software o dell’interfaccia utente: l’ergonomia. In altre parole, il dispositivo ideale deve essere comodo da maneggiare considerando gli utilizzi che propone. In una recente discussione nella mailing list di Luca Accomazzi, ho cercato invano di spiegare come la pessima ergonomia di molti netbook gioca nettamente a sfavore della loro usabilità. Nella discussione, l’impressione che ho avuto è che i miei interlocutori confondessero i concetti di portabilità ed ergonomia. Il fatto che un dispositivo sia portatile e possa essere portato con sé ovunque non significa necessariamente che sia usabile ovunque. Rarissimamente ho visto persone scrivere / navigare il Web / leggere la posta con un netbook sulle ginocchia. Perché è scomodo. La forma di un netbook come questo carissimo Sony Vaio è quella di un portatile ristretto, e costringe a utilizzarlo come si farebbe con un portatile di dimensioni normali. Quindi appoggiato su una qualche superficie piana. Con l’utente ricurvo a pigiare su quei tastini e a spostare il puntatore o con un trackpad-francobollo, o con un picciuolo montato fra i tastini.
Ora, un qualsiasi portatile di dimensioni normali ma ‘piccolo’ — diciamo dell’ingombro di un MacBook Air o di un MacBook Pro da 13” — è più comodo da usare di quel Sony Vaio. E si può persino tenere sulle ginocchia, perché sul piano tastiera c’è sufficiente spazio per appoggiare i polsi. Su quel netbook o ci si appoggia da qualche parte, oppure la scomodità (parlo proprio di postura fisica) è garantita.
Prima di essere frainteso anche in questa sede, voglio sottolineare che sono d’accordissimo che un netbook ingombra meno di un MacBook Air o MacBook Pro da 13”, che pesa meno e che è più portatile. Quel che sostengo è che la sua comodità d’uso è più o meno efficace a seconda di dove ci si trova e per quanto tempo lo si utilizza. E, ovviamente, per cosa lo si utilizza.
Nel progettare un dispositivo portatile, oltre alle considerazioni su interfaccia utente, potenza del processore, quantità di RAM, tecnologia dello schermo, software e sistema operativo da implementare, sono altrettanto fondamentali la forma, la portabilità e l’ergonomia, che sono a mio avviso legate a doppio filo con le caratteristiche tecniche appena accennate. In questo senso, raggiungere e soddisfare un target non è per niente facile — ed è questo, credo, uno dei motivi principali per cui non si è ancora visto un ‘tablet’ Apple.
È certamente appetitosa l’idea di un dispositivo multi-touch con uno schermo da 10 pollici. Navigare il Web, leggere e scrivere email, gestire foto e documenti di vario tipo, sarebbe molto più comodo e appagante rispetto al piccolo schermo di iPhone e iPod touch, che costringono a effettuare zoom in vari punti di una pagina Web per poterne leggere il contenuto. Ma uno schermo più grande crea una serie di problemi a cascata, che vanno affrontati e risolti: impatto sul consumo della batteria; RAM, processore e gestione video potenziati (i quali, a loro volta, impattano l’autonomia della batteria); modifica dell’interfaccia utente per adattarsi alle nuove dimensioni dell’area visibile e utilizzabile, ma anche per adattarsi alle dimensioni fisiche dell’oggetto, che verrà maneggiato sicuramente in maniera diversa da un iPhone o iPod touch, e quel che è ideale per iPhone e iPod touch (come scrivere un messaggio usando solo il pollice di una mano), può essere del tutto da rivedere su un tablet da 10 pollici.
Per concludere, e ritornare al dispositivo mobile ‘ideale’, il mio è un incrocio fra iPhone e Newton. Che abbia un’interfaccia utente come iPhone in quanto a semplicità e ‘orizzontalità’ (ovvero tutto è visibile su un piano, non occorre cercare certe funzioni in menu e sottomenu nascosti o poco evidenti) e che abbia la versatilità del Newton in quanto a creazione di contenuti e gestione degli stessi all’interno del sistema (interoperabilità). Per non parlare della durata delle batterie.
È un argomento di discussione aperto, e il mio intervento non vuole essere affatto esauriente; sono curioso di conoscere il vostro punto di vista, se avrete voglia di condividerlo.
I compromessi nella realizzazione di un dispositivo portatile (2)
Sorta di appendice al post di ieri, volevo presentare alcuni stralci interessanti di uno studio/presentazione curato nel 1994 da Michael Culbert, allora System Architect di Apple (Informazioni e PDF).
Il documento illustra il percorso di design dell’architettura hardware e software e dimostra come uno dei fondamentali punti di convergenza sia proprio il risparmio energetico. Vengono spiegati i compromessi e le soluzioni adottati per raggiungere un equilibrio prestazionale che offra da una parte un’interfaccia sempre responsiva e pronta all’uso, dall’altra una serie di accorgimenti per ottenere bassi consumi quindi grande autonomia quindi grande affidabilità del dispositivo portatile (specie se consideriamo le forti garanzie di persistenza dei dati archiviati).
L’Abstract e l’Introduzione riassumono con efficacia:
Abstract
Il primo prodotto della linea Newton opera in un ambito estremamente limitato per quanto concerne prestazioni, costo, dissipazione del calore, consumo energetico, scalabilità, dimensioni e peso. Questa presentazione offre una panoramica dell’hardware di sistema del Newton MessagePad e si incentra sulle tecniche e i compromessi utilizzati per superare tali limiti. In particolare verrà trattata la migrazione sinergica di funzioni dall’hardware verso il software e viceversa.
Introduzione
La linea di prodotti Newton ha un obiettivo di primaria importanza: offrire all’utente un’interfaccia uomo-macchina fluida e semplice. Nessun utente del Newton dovrebbe rendersi conto di star utilizzando un computer. Gli utenti dovrebbero poter usare il Newton come fosse un foglio di carta. A mano a mano che la loro familiarità con il Newton aumenta, nuove e potenti applicazioni si renderanno visibili. Per conseguire questo obiettivo occorre considerare svariate scelte di design cruciali, non ultime quelle che riguardano dimensioni, peso, costo e consumo energetico. Il presente studio tratta specificamente il consumo energetico di hardware e software dell’attuale linea di Newton MessagePad.
Occorre notare che, essendo il documento del 1994, i MessagePad a cui Culbert si riferisce sono i primi che vennero prodotti fra il 1993 e il 1994, quindi l’Original MessagePad, il MessagePad 100, il 110 e forse anche il 120. Tutti erano dotati di processore ARM 610 RISC a 20 MHz. I MessagePad 2000 e 2100, introdotti nel 1996 e 1997, e con processore StrongARM SA-110 RISC a 162 MHz erano tutt’altra cosa dal punto di vista prestazionale e di consumo energetico, ma è lecito supporre che le premesse di design e le ottimizzazioni siano dello stesso tipo, seppur a un livello superiore.
Il processore
Nelle primissime fasi del processo di design fu chiaro da subito che occorrevano prestazioni paragonabili a quelle di un processore Intel 486 per poter fornire un’esperienza utente fluida e reattiva, visto l’ambiente software che avevamo iniziato a creare. Vennero valutati più di una dozzina di processori, [...] ma soltanto uno — lo ARM3 di Acorn Computers Limited (Regno Unito) — rispondeva a tutte le esigenze. Lo ARM3, tuttavia, non era un candidato perfetto: il processore non aveva una memory management unit (MMU) integrale e Acorn non aveva le risorse per svilupparne una. Apple si presentò ad Acorn e, in congiunzione con VLSI Technology Incorporated, fondò una nuova azienda chiamata Advanced Risc Machines, Limited (Regno Unito). Lo scopo di questa compagnia era fornire risorse di sviluppo per mantenere l’architettura ARM aggiornata e competitiva in questo nuovo scenario di mercato.
[...]
Il sistema energetico
La scelta del voltaggio per l’alimentazione di un dispositivo di questo genere presenta una serie di compromessi importanti dal punto di vista dei costi, delle prestazioni e del consumo. [...]
La scelta di uno schema a 5V ha avuto un impatto considerevole nella scelta delle batterie da impiegare. Per ottenere un’alimentazione a basso costo avevamo bisogno di un minimo di 4 celle. L’idea originaria di utilizzare pile AA non era più compatibile con il design fisico del prodotto. Dovevamo decidere fra aumentare le dimensioni del prodotto o ridurre ancora una volta l’autonomia delle batterie. L’utilizzo di pile NiCad di dimensioni AAA poteva continuare a soddisfare uno dei nostri obiettivi primari, ossia quello di fornire all’utente medio almeno una settimana d’uso continuato del prodotto; pertanto per il primo Newton vennero scelte batterie AAA.
La progettazione dell’alimentazione era complicata perché i carichi nel sistema variavano da un minimo di circa 10 mA quando il sistema era in stand-by, a un massimo di circa 400 mA nella situazione di maggior carico. Inoltre il carico poteva cambiare in modo praticamente istantaneo da uno stato inattivo di 10 mA a uno stato attivo di circa 180 mA. Il compito era progettare un convertitore a basso costo che potesse rivelarsi efficace in entrambi i casi. Siamo riusciti a ottenere un 85% circa di efficienza nello stato inattivo (10 mA) e più del 90% di efficienza nello stato attivo (180 mA). [...]
Come si può vedere, dietro alla catena di scelte e di compromessi vi è una considerazione di costi e risparmi, ma si cerca di non limitare eccessivamente l’efficienza e le prestazioni del dispositivo. In casi come questo la scelta non è tanto un bivio fra una soluzione A e una soluzione B, ma la creazione di una soluzione C che bilanci A e B (batterie più piccole in modo da rientrare nelle dimensioni pensate per il dispositivo, ma sufficientemente potenti da non offrire prestazioni degradate).
Risparmi energetici e l’interfaccia utente
Il display a cristalli liquidi (LCD), la tavoletta digitalizzatrice, e l’hardware per l’output audio compongono ciò che Apple definisce lo hardware dell’interfaccia utente. Questi elementi vengono scelti con cura e implementati in modo da fornire bassi consumi e facilità d’uso. L’interfaccia utente è il punto in cui si può maggiormente notare l’attenta interrelazione fra hardware e software in questo prodotto.
Quando la tavoletta digitalizzatrice è in uso, il sistema operativo effettua una scansione costante alla ricerca di coordinate sulla tavoletta, con una frequenza di circa 80 punti al secondo. La validità di un punto specifico viene determinata dinamicamente attraverso un metodo proprietario. Tale valutazione automatica evita che siano inviate coordinate errate (causate da più di un punto di contatto sulla superficie dello schermo durante la scrittura) ai livelli più alti del sistema per l’elaborazione. Anche l’area digitalizzata viene controllata costantemente. Se la penna passa in una zona dello schermo che non richiede un controllo preciso delle coordinate, la frequenza di campionamento della tavoletta viene rallentata a circa 10 punti al secondo. Tali aree dello schermo sono dinamiche e vengono definite automaticamente dall’architettura di visualizzazione del Newton. Ciò permette a chi sviluppa le applicazioni di avvantaggiarsi automaticamente di questo metodo di risparmio energia senza nemmeno conoscerne l’esistenza. I risparmi energetici derivati dall’impiego di tali tecniche sono significativi. La circuiteria della tavoletta consuma in media circa 17 mA e il 10% della CPU ARM quando è al massimo dell’attività. [...]
Anche lo stesso display LCD è un elemento importante nell’ottica dei risparmi energetici del MessagePad. In un classico sistema LCD, vi è un controller LCD che utilizza una propria RAM oppure accede alla memoria di sistema principale. Il controller LCD poi guida un orologio ad alta frequenza e un flusso di dati ai driver di righe e colonne sul display LCD. Questo porta a un sistema LCD che può consumare più di 100 mW solo per visualizzare un’immagine statica. Nel MessagePad, i frame buffer LCD sono integrati nei driver di righe e colonne del display LCD. [...] Il risultato finale è un pannello LCD che consuma meno di 5 mW per visualizzare un’immagine statica. [...]
Per finire, un altro elemento di design essenziale per la realizzazione di un dispositivo portatile di questo tipo: l’archiviazione e la conservazione dei dati. Quando ci si trova in movimento bisogna poter spegnere o mettere in stop il dispositivo in ogni momento, oppure considerare imprevisti come l’esaurimento delle batterie e la conseguente interruzione di un lavoro senza temere per l’integrità delle informazioni se il dispositivo si spegne prima che sia possibile salvare i progressi.
Robusta archiviazione dei dati
Anche la robustezza del sistema è un elemento di cruciale importanza in un dispositivo in cui si archiviano dati sensibili. L’utente può, ovviamente, togliere e sostituire le batterie dal sistema in qualunque momento. Il sistema deve essere in grado di ripristinarsi dopo un tale evento senza perdita alcuna di informazioni personali.
È pertanto necessaria la creazione di un database che possa sopportare l’interruzione delle operazioni in qualsiasi momento senza subire danni. Il MessagePad incorpora un completo database transazionale e orientato agli oggetti. Con tale sistema è impossibile perdere dati archiviati nell’object store permanente, a meno che non venga rimossa anche la batteria di backup della memoria.
A chi conosce l’inglese suggerisco la lettura integrale del documento originale, che è scritto in un linguaggio tecnico ma non eccessivamente astruso. È impressionante notare il diagramma di flusso delle scelte di design che hanno contribuito alla formazione di un prodotto, il Newton, che ha avuto sì poca fortuna commerciale, ma che è e rimane una lezione fondamentale di progettazione hardware/software per un dispositivo portatile.
I compromessi nella realizzazione di un dispositivo portatile (1)
In uno dei suoi post più recenti, Questi erano netbook, Lucio esalta la grande autonomia di due dispositivi portatili da lui usati in passato, un Cambridge Z88 e un Newton MessagePad 2100. Come ho accennato in un mio commento a quel post, a mio avviso il confronto fra quei dispositivi (il primo ha vent’anni, il secondo dieci) e gli attuali netbook non deve essere inteso come un parallelo fra mere specifiche tecniche e prezzi di listino. Se così fosse, è ovvio che i netbook moderni vincerebbero senza problemi.
Ciò che forse vuole dire Lucio — e ciò che sicuramente intendo dire io — è che quei dispositivi ormai vintage e dalle caratteristiche tecniche risibili per gli standard di oggi, hanno moltissimo da insegnare su quali compromessi attuare e su come pensare al design di un dispositivo che nasce per essere portatile e affidabile.
Che cosa rende appetibile un netbook attuale? Il prezzo. È quindi il prezzo a dettare legge nella progettazione e realizzazione di uno di questi sub-computer. Quindi piccole dimensioni, piccole tastiere, piccoli trackpad, piccoli schermi, processori meno veloci e meno avidi di risorse, materiali di costruzione economici, qualità dei componenti media, e batterie che fanno quello che possono. Qualsiasi eccezione farà aumentare il prezzo. I netbook più belli — perché hanno maggiore potenza, o uno schermo più luminoso o a maggiore risoluzione, o materiali migliori, o una tastiera usabile, ecc. — costano di più.
Prezzo e buona qualità sono però due parametri inconciliabili. Se è il prezzo a dettare legge, la serie di compromessi che ne deriva finisce ben presto con lo svantaggiare il prodotto finale. Il prezzo costringe a rinunce praticamente su ogni fronte. Sacrifica questo, sacrifica quello, e il risultato è sì un prodotto da 300 Euro più portatile di un computer portatile standard, ma la raggiunta ultraportatilità va a scapito di una serie di fattori da non trascurare: scomodità di tastiera e trackpad ridotti, scomodità di uno schermo spesso troppo piccolo ovvero con un rapporto densità/dimensioni sfavorevole (schermo da 7-10 pollici + alta risoluzione = icone testo ed elementi di interfaccia minuscoli), usabilità discutibile, un’integrazione fra hardware e software non sempre efficiente, e infine un’autonomia che dovrebbe essere maggiore considerando la varietà di sacrifici apportati ai netbook, e che invece non è.
C’è chi si accontenta di un prodotto così, e non discuto. La parola chiave è però ‘accontentarsi’.
La mia tesi è che gli attuali netbook potrebbero essere prodotti migliori se i costruttori operassero una serie differente di compromessi. Per esempio, nessuno o quasi sembra partire dal software e dall’interfaccia utente. La stragrande maggioranza dei netbook sono concepiti per funzionare come normali computer ma in forma ‘concentrata’ e assai di rado vengono davvero ottimizzati per fare bene una serie ristretta e precisa di compiti. Pensiamo a quando visitiamo un sito Web con MobileSafari su iPhone: confrontiamo la versione standard del sito e quella ottimizzata per lo schermo di iPhone. Quale delle due sarà più efficiente e usabile? Torniamo ai netbook e sostituiamo ’sito Web’ con ’sistema operativo’. Meglio un Windows XP e applicazioni derivate che trattino un netbook con schermo da 9 pollici e processore da 1 GHz come fosse un computer da scrivania normale, o un sistema operativo ‘ridotto’ e ottimizzato per quello schermo, per quella famiglia di processori, per gestire le risorse in maniera più economica e far quindi risparmiare energia al dispositivo e aumentarne l’autonomia?
Invece no: il netbook deve anzitutto costare poco, e cercare di fare tutto, non importa quanto bene. Evidentemente, quando il prezzo è l’unità di misura, anche la ricerca & sviluppo e il marketing sono quelli che sono.
Tornando al Newton e al Cambridge Z88, nessuno dei due era e voleva essere un computer completo. Entrambi erano dispositivi incentrati sulla portabilità e ottimizzati per svolgere con relativa agilità una serie di compiti lontano dal proprio computer principale. Il lavoro fatto in viaggio o in movimento poteva poi essere trasferito, se lo si desiderava, sulla macchina principale. Vi era quindi una componente ‘gregaria’, dipendente, e questo limite apparente era a mio avviso il punto di forza di tali dispositivi, del Newton in primis.
Sul Newton non girava il Mac OS né aveva uno schermo a colori (e nei primi MessagePad non vi era nemmeno la retroilluminazione), ma per svolgere i compiti di assistente personale digitale non era necessario. Per gestire note, documenti, appuntamenti, email e fax, leggere e-Book, ecc., basta uno schermo a scala di grigi — è un compromesso accettabile e funzionale. Che forse potrebbe funzionare anche oggi sui netbook: meglio uno schermo a colori o uno schermo leggibile, ben contrastato, che faciliti la lettura e scrittura di messaggi email, siti Web, e quant’altro? “Eh, ma le foto… i video…”. Beh, uno non si mette a fare del fotoritocco serio su un netbook, e i video si vedono comunque meglio su schermi più grandi (e consumano risorse CPU e batteria).
Con un sistema operativo ottimizzato e orientato al risparmio energetico come punto di partenza, ecco che il processore e la scheda grafica si ritrovano con un carico di lavoro minore e possono compensare sotto il profilo della responsività. Possono essere più efficienti a parità di prestazioni, consumare meno, e contribuire ad avere un netbook che dura più a lungo. (Riuscire a realizzare un netbook che potesse alimentarsi con normali pile alcaline o ricaricabili e durare settimane, non ore, sarebbe il non plus ultra, ma dati i consumi dell’hardware e software moderni, mi pare un traguardo alquanto improbabile). Partendo da questo genere di compromessi è forse possibile arrivare allo stesso obiettivo, quello di avere un computer ultraportatile a un prezzo competitivo, e con i vantaggi dati da un’interfaccia e da un sistema forse meno completi e attraenti, ma più efficaci e usabili. Il netbook nasce come seconda o terza macchina — se si comportasse come tale sarebbe ancora meglio.
Nota: questo pezzo è stato originariamente concepito come un unico articolo che avrebbe integrato la traduzione di parti dello studio del 1994 Low Power Hardware for a High Performance PDA a cura di Michael Culbert, allora System Architect in Apple. Ma sarebbe diventata una lettura lunghissima e complessa. Ho deciso quindi di dividere l’articolo in due parti e di dedicare la seconda parte allo studio citato, che è un ottimo esempio dei compromessi e delle scelte di design architettonico effettuati per rendere il Newton un dispositivo potente, versatile e dai consumi contenuti.
Pubblicità vintage: un tentativo apprezzabile
Sistemando i miei archivi, mi sono imbattuto in questa immagine che scaricai da Internet tempo fa. È un annuncio pubblicitario di Compaq della metà degli Anni Ottanta. In piena strategia di marketing comparativo, il prodotto in questione — una nuova serie di personal computer portatili — viene messo a confronto con i prodotti di punta della concorrenza a quel tempo. È interessante notare come il copywriting sia molto in stile Apple. Anche lo slogan sotto il logo Compaq — “Semplicemente, funziona meglio” — potrebbe benissimo essere applicato al Mac (e infatti oggi uno dei tanti slogan usati da Apple per il Mac è It just works, ossia “Semplicemente, funziona”.
Le didascalie — sotto il PC IBM: Difficile da trasportare; sotto il PC portatile: Difficile da leggere; sotto il Macintosh: Difficile da espandere; sotto il Compaq portatile: Difficile da battere.
Il messaggio:
In un confronto di funzionalità, è difficile battere i computer COMPAQ Portable e COMPAQ Plus. Per una ragione molto semplice. Mentre gli altri accettano dei compromessi, COMPAQ produce personal computer portatili che possono svolgere lo stesso lavoro di un computer da scrivania. E molto di più.
Se paragonati all’IBM PC, per esempio, i portatili COMPAQ possono eseguire gli stessi programmi aziendali più diffusi, possono utilizzare le medesime stampanti, hanno una capacità di archiviazione espandibile fino a essere più di 30 volte maggiore. E inoltre hanno una maniglia.
Se paragonati ad altri computer portatili, i prodotti di COMPAQ offrono di più, ancora una volta. Più memoria, più capacità di archiviazione. Una tastiera standard. Drive floppy standard, così da poter utilizzare subito, senza modifiche, qualsiasi programma. Per non parlare di uno schermo luminoso, ad alta risoluzione, che visualizza testo più immagini grafiche contemporaneamente. Non uno schermo con cui giocare al gioco del cucù.
Se paragonati al Mac, i computer COMPAQ vi permettono di aggiungere un secondo drive floppy, o addirittura un disco fisso da 10 megabyte. Dentro, non fuori. Per non parlare del fatto che noi di COMPAQ parliamo la Lingua Madre del Business e il Mac no.
Con un computer COMPAQ robusto e completo di funzioni non dovrete compromettere le capacità, la compatibilità o la leggibilità a vantaggio della portabilità.
COMPAQ – ”Semplicemente, funziona meglio”.
Migliorare lo Shuffle!
Si poteva fare ancora più piccolo di così? Evidentemente sì. E adesso parla. Io preferisco le dimensioni e il silenzio dell’iPod Shuffle precedente. È comunque una trasformazione che lascia sorpresi. (Curiosità: quanti, come me, pensavano che la foto ritraesse lo Shuffle di lato?).

Vecchio e nuovo iPod Shuffle (Immagine presa dal video dimostrativo) – © 2009 Apple, Inc.
Una perplessità — A ben vedere, il nuovo Shuffle non è esente da compromessi, inevitabili quando si riducono le dimensioni di un dispositivo a questi livelli (pesa dieci grammi, santo cielo). Per poterlo rendere così minuto, ovviamente i controlli sono migrati dallo Shuffle agli auricolari, che hanno un’interfaccia analoga a quelli per iPhone. È una comodità ma è anche un punto debole, perché vincola all’utilizzo degli auricolari Apple in dotazione. Se uno volesse usare cuffie diverse non potrebbe; magari uno vuole riutilizzare le sue cuffie a padiglioni chiusi preferite che già usa con altri iPod vecchi e nuovi, ma con questo Shuffle non può. Magari vuole collegarlo alle casse dello stereo o agli altoparlanti esterni che usa con il Mac, ma non ha modo di controllare la riproduzione della musica. Forse non sono casi tipici, ma non mi sembrano nemmeno troppo estremi. Per iPhone esistono già auricolari di terze parti. Probabilmente questa ‘mancanza’ spingerà alla produzione di simili accessori per lo Shuffle.
Mi piace invece il nuovo cavo USB per collegare lo Shuffle al Mac: da un lato la presa USB, dall’altro la presa cuffie. Semplice e senza dock di mezzo.
L’usabilità del Kindle 2
Sono da tempo iscritto all’Alertbox di Jakob Nielsen, e nell’ultima pubblicazione del 9 marzo si trova una breve recensione sul nuovo Kindle 2 che pone l’accento, prevedibilmente, sul design e sull’usabilità del nuovo modello di lettore di testi in formato elettronico proposto da Amazon. Il risultato è quel che in inglese si direbbe una mixed bag, ossia un insieme di aspetti positivi e negativi ugualmente importanti.
Riporto i passaggi essenziali della recensione di Nielsen:
Sommario: Il nuovo lettore di e-book di Amazon offre una leggibilità paragonabile al testo stampato e brilla soprattutto per quanto riguarda la lettura di romanzi; tuttavia il design dell’interazione con l’utente è problematico e la gestione di contenuti non lineari è da rivedere.
La nuova versione del Kindle, il dispositivo di Amazon.com dedicato alla lettura di e-book, è stata recentemente introdotta con un display migliorato e svariati aggiornamenti generali. Ora offre un buon livello di usabilità per la lettura di opere di fiction lineari (soprattutto romanzi), anche se è meno usabile per altri tipi di letture.
Ho fatto un esperimento e ho acquistato due copie dello stesso libro: un’edizione cartacea tascabile e un file da caricare sul Kindle. A capitoli alternati, ho letto metà del libro sul supporto cartaceo e metà del libro sullo schermo del Kindle. La mia velocità di lettura è stata pressoché identica. [...]
Girando per casa con il Kindle in mano, mi sentivo un po’ come un personaggio di Star Trek con il suo datapad. Ma quando mi sono seduto e ho iniziato a leggere il romanzo, mi sono lasciato catturare dalla storia al punto di dimenticarmi che la stessi leggendo su un dispositivo elettronico. Già solo per questo i progettisti del dispositivo si meritano un elogio.
Design dell’interazione problematico
Il Kindle eccelle in un’area del design dell’interazione: voltare la pagina è estremamente semplice e comodo. Questo comando presenta due pulsanti (due per lato). Lo sfogliare pagine a ritroso è un’azione molto meno comune, ma è comunque supportata molto bene grazie a un pulsante apposito di dimensioni minori.
Il dispositivo offre quindi un buon supporto per quanto riguarda la lettura lineare — ed è giusto che sia così, visto che il design del Kindle è incentrato su questo compito specifico. Durante la lettura, l’unica interazione è quella di premere il pulsante di avanzamento pagina.
Tutto il resto è problematico.
La maggior parte delle interazioni con il Kindle sono mediate da un piccolo joystick chiamato 5-way, che permette di muovere il puntatore nelle quattro direzioni; la quinta azione viene innescata premendo il joystick. Agire in continuazione sul joystick per spostare il cursore sullo schermo è particolarmente tedioso. Non si ha affatto la sensazione di una manipolazione diretta dell’interfaccia. È il joystick 5-way il padrone del puntatore, non l’utente, e spostare il puntatore nel punto desiderato richiede un certo lavoro.
L’interazione con il joystick 5-way del Kindle assomiglia molto alle interfacce utente di molti smartphone di medio livello, anche se il 5-way è peggiore della mini-trackball di un BlackBerry.
Inoltre Kindle è lento. Ogni volta che si impartisce un comando, il dispositivo pondera la situazione prima di agire. Anche il voltar pagina richiede un intervallo di tempo leggermente più lungo del normale, e tutte le altre azioni si rivelano decisamente impacciate.
In breve: puntamento problematico e goffo + reazione lenta = pessima esperienza utente che scoraggia le persone dall’esplorare il dispositivo più a fondo e provare compiti diversi.
Gestione di contenuti non lineare: un design discutibile
Poniamo che si voglia dare un’occhiata all’elenco degli articoli di tecnologia del Wall Street Journal. Osservate lo screenshot: dove fareste clic?
Tutte le persone a cui ho rivolto la domanda hanno risposto che farebbero clic su “Technology” per vedere gli articoli di quella sezione.
Invece no. Facendo clic in quel punto si viene portati soltanto sul primo articolo della sezione. Per vedere la lista di articoli della sezione è necessario fare clic sul numero in parentesi che indica la quantità di articoli disponibili. In questo caso, “(16)”.
Intuitivo? Niente affatto. Tant’è vero che, dopo due settimane, continuo a sbagliarmi facendo ciò che sarebbe più naturale: fare clic sul nome della sezione per visualizzare l’elenco di articoli relativi.
(Se il Kindle fosse un dispositivo touch-screen o un’interfaccia utente basata sul mouse, insisterei su questo aspetto facendo notare le implicazioni della Legge di Fitts legate alla scelta di usare l’elemento cliccabile più piccolo per effettuare la selezione più importante. Tuttavia con il joystick 5-way scegliere un elemento grande o piccolo è ugualmente semplice, e questo è l’unico aspetto positivo di tale interfaccia. In ogni caso, rendere così piccoli i comandi più importanti, e quindi riducendone l’enfasi, rimane una pessima scelta di design dell’interfaccia grafica).
Il problema di usabilità con contenuti non lineari è fondamentale perché è indice di una problematica più profonda: l’esperienza d’uso del Kindle è dominata dalla metafora del libro. L’idea di voler iniziare dalla prima pagina di una sezione ha senso in un libro poiché la maggior parte dei libri è basata su un’esposizione lineare. Purtroppo non è il caso di molte altre serie di contenuti, fra cui quotidiani, riviste e anche libri di non-fiction come guide turistiche, enciclopedie, ricettari.
Pertanto, le decisioni di design che fanno del Kindle un ottimo dispositivo per leggere romanzi (e non-fiction lineare), lo rendono una pessima soluzione per consultare contenuti non lineari. Certo, i progettisti di Amazon potrebbero sistemare certe semplici sviste dell’interfaccia utente, come il design dell’interazione per la consultazione del sommario di un quotidiano. Ma sarebbe solo una pezza provvisoria. Per ottimizzare davvero l’esperienza utente non lineare dovrebbero riconcettualizzare completamente il design del Kindle.




