Quatre poèmes, di Samuel Beckett

testo originale francese:
Samuel Beckett


variante inglese:
Samuel Beckett


traduzione in italiano:
Rodolfo J. Wilcock


traslazione italiana:
Riccardo Mori

 

Preambolo

Non sono a conoscenza dei criteri dei quali Beckett si è servito per dare la versione inglese dei suoi testi francesi; in fondo sono affar suo. Nella sua traduzione in italiano, Wilcock (come si può notare nella sesta edizione Einaudi delle Poesie in Inglese) si è attenuto all’originale testo francese, segnalando opportunamente le varianti che occorrono in quello inglese. Io, nella mia traslazione (T), mi sono attenuto al Beckett francese (Bf), al Beckett inglese (Bi) e al Wilcock (W) seguendo la seguente formula:

T = Bf x Bi x W

1.

Dieppe

encore le dernier reflux
le galet mort
le demi-tour puis les pas
vers les vieilles lumières

1937.

1.

Dieppe

again the last ebb
the dead shingle
the turning then the steps
towards the lighted town

1.

Dieppe

ancora l’ultimo riflusso
i ciottoli morti
il mezzo giro poi i passi
verso le vecchie luci*

* [Nella vers. inglese dell'autore: "Verso la città illuminata"].

1.

Dieppe

di nuovo l’ultima secca
brandelli senza vita
la svolta e lì le impronte
conducono alla città un tempo di luci

- * - * -

2.

je suis ce cours de sable qui glisse
entre la galet et la dune
la pluie d’été pleut sur ma vie
sur moi ma vie qui me fuit me poursuit
et finira le jour de son commencement

cher instant je te vois
dans ce rideau de brume qui recule
où je n’aurai plus à fouler ces longs seuils mouvants
et vivrai le temps d’une porte
qui s’ouvre et se referme

1948.

2.

my way is in the sand flowing
between the shingle and the dune
the summer rain rains on my life
on me my life harrying fleeing
to its beginning to its end

my peace is there in the receding mist
when I may cease from treading these long shifting thresholds
and live the space of a door
that opens and shuts

2.

seguo questo corso di sabbia che scorre
tra i ciottoli e la duna
la pioggia d’estate piove sulla mia vita
su me la mia vita che mi sfugge mi insegue
e finirà il giorno del suo inizio*

caro istante ti vedo
in questa tenda di bruma che indietreggia**
dove non dovrò più calpestare quelle lunghe soglie mobili
e vivrò il tempo di una porta
che si apre e si richiude

* [In inglese: "verso il suo inizio verso la sua fine"].
** [In inglese i due versi sono congiunti: "la mia pace è la nella nebbia che indietreggia"].

2.

scorro nella sabbia proseguiamo fluviali
fra detriti dune
piove estiva piove pioggia sulla mia vita
su di me mia vita che mi saccheggia e sfugge
per il suo termine nel suo inizio

frazione cara mia quiete cataratta in dissolvenza

dove potrò smettere di calpestare questi lunghi ingressi semoventi
e vivrò il tempo e nello spazio di una porta:
aperta/richiusa

- * - * -

3.

que farais-je sans ce monde sans visage sans questions
où être ne dure qu’un instant où chaque instant
verse dans le vide dans l’oubli d’avoir été
sans cette onde où à la fin
corps et ombre ensemble s’engloutissent
que ferais-je sans ce silence gouffre des murmures
haletant furieux ver le secours vers l’amour
sans ce ciel qui s’élève
sur la poussière de ses lests

que ferais-je je ferais comme hier comme aujourd’hui
regardant par mon hublot si je ne suis pas seul
à errer et à virer loin de toute vie
dans un espace pantin
sans voix parmi les voix
enfermées avec moi

1948.

3.

what would I do without this world faceless incurious
where to be lasts but an instant where every instant
spills in the void the ignorance of having been
without this wave where in the end
body and shadow together are engulfed
what would I do without this silence where the murmurs die
the pantings the frenzies towards succour towards love
without this sky that soars
above its ballast dust

what would I do what I did yesterday and the day before
peering out of my deadlight looking for another
wandering like me eddying far from all the living
in a convulsive space
among the voices voiceless
that throng my hiddenness

3.

che farei senza questo mondo senza faccia né domande
dove essere non dura che un attimo dove ogni istante
si versa nel vuoto dell’oblio di essere stato
senza quest’onda dove alla fine
corpo e ombra sprofondano insieme
che farei senza questo silenzio abisso di bisbigli*
ansimante furioso verso il soccorso verso l’amore
senza questo cielo che si innalza
sulla polvere delle sue zavorre

che farei farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non solo solo
a errare e girare lontano da ogni vita**
in uno spazio burattino***
senza voce tra le voci
rinchiuse con me****

* [In inglese: "dove i bisbigli muoiono"].
** [In ingl.: "spiando dalla mia feritoia se c'è qualcun altro a errare come me, a girare", ecc.].
*** [In ingl.: "in uno spazio convulso"].
**** [In ingl.: "che affollano la mia reclusione"].

3.

cosa farei senza questo mondo ignoto ottuso
dove esistere dura un momento un momento
sgoccia nel vuoto non percettivo d’essere esistito
senza questo oceano sul cui fondo
corpo e antispirito insieme annegano a picco
che farei privo del silenzio cratere di sottovoci
le perdite di fiato i deliri per un aiuto per un amore
senza questo cielo che sfreccia
sopra la polvere del suo bilico

cosa farei io io farei come ieri come oggi
un’occhiata fuori dal mio oblò di buio c’è nessuno
errante come me centrifugo dai viventi
in uno spazio ripostiglio manichino
stessa nonvoce di queste voci insieme
saturano la mia impresenza

- * - * -

4.

je voudrais que mon amour meure
qu’il pleuve sur le cimetière
et les ruelles où je vais
pleurant celle qui crut m’aimer

1948.

4.

I would like my love to die
and the rain to be falling on the graveyard
and on me walking the streets
mourning the first and last to love me

4.

vorrei che il mio amore morisse
che piovesse sul cimitero
e sui vicoli dove passo
piangendo quella che credette di amarmi*

* [In ingl.: "la prima e l'ultima ad amarmi"].

4.

gradirei morire il mio amore
e la pioggia scendere al sepolcro
e sulle vie che accompagno
a lutto per lei e il suo amarmi

- * - * -

Postilla sul lavoro di traslazione

Devo ammetterlo, è stata una difficile traslazione (o interlazione, anche). Beckett fa uso di parole semplici, scarne, i termini non sono ostentatamente ricercati: però queste parole sono pesanti, hermetiche (cioè di mercurio), e credo vi sia tanta ricerca quanta non appare.

Mi sono trovato di fronte a un livello letterale di testo che fa subito pensare a qualcos’altro, a qualcosa di simbolico, metaforico, allegorico, ma al tempo stesso riesce a bloccare sulla soglia del sospetto; il sospetto che la forza testuale risieda entro e non oltre il livello letterale, entro e non oltre ciò che è presentato alla lettura.

Ecco quindi il raggrumarsi di sensi (direzioni) e sospetti all’interno del singolo vocabolo, più che in un’intera frase. Di qui la fatica e difficoltà di traslazione. Consideriamo qualche esempio: in Dieppe il testo francese ha reflux, in inglese si ha il corrispondente ebb, che vuol dire già di più del wilcockiano riflusso: significa bassa marea, ma anche declino, decadenza, in senso figurato. Nella scelta del termine da usare all’inizio avevo optato per il semplice e letterale bassa marea, relegando il senso di decadimento all’aggettivo “bassa”, ma non mi convinceva; allora ho eliminato “bassa” lasciando soltanto marea, ma così è ancora peggio; alla fine la scelta è caduta su secca, che è sì il contrario di “piena” in accezione fluviale, però è un aggettivo che riesce a rimandare anche a “declino”, “decadenza”, ecc.

Sempre in Dieppe si ha il passaggio dal francese vieilles lumières all’inglese lighted town, ovvero dalle vecchie luci alla città illuminata nella traduzione di Wilcock. I due sintagmi sembrerebbero diversi, a tutta prima, ma nella mia traslazione ho considerato lighted un participio realmente passato: quindi un luogo che era illuminato, tempo prima. Beckett avrebbe potuto servirsi del più usato lit (l’altro participio passato del verbo to light), così però avrebbe inteso, credo, “illuminato = non al buio” e non ha il senso del fr. vieilles lumières. Quindi si spiega la mia scelta: alla città un tempo di luci, la cui sistemazione sintattica riesce anche ad essere un po’ ambigua.

In 2. abbiamo subito il francese je suis, che significa “io sono” ma anche “io seguo”; la versione in inglese, non avendo lo stesso tipo di ‘double-face’, è resa impersonale: my way is in the sand…, dove way in inglese dà spazio comunque a tutta una serie di altri significati: “strada”, “via”, “corso”, e anche “modo d’essere”, “modalità”, ecc.

Nella mia traslazione ho dato al je suis/io sono-seguo francese, l’accezione del glisse (fr.) e del flowing (ingl.), cioè scorro, in quanto “partecipe di qualcosa che scorre e in cui io sono dentro”. E che dire di quel thresholds (ingl.), che vuol ben dire seuils (fr.) e soglie (it.), però tende più ad essere “soglia” nell’accezione di “limite”, “punto estremo” (cfr. in it. “valore soglia”). Perciò in un primo momento si scarterebbero i vari sinonimi “doorsill”, “entrance”, “doorway”, “portal”, “gate” che più o meno vogliono dire “ingresso”. Invece no: subito dopo si ha l’immagine della porta, e si è costretti a tornare sul significato di “soglia” come “ingresso”, “entrata”, ecc.

In 3. ci sono episodi geniali. Anzitutto quel body and shadow (ingl.) che si può certo tradurre corpo e ombra, ma il testo non richiama forse body and soul, corpo e anima? Shadow in questo caso non si oppone tanto a “light” (luce), ma a “body” (corpo) e a “soul” (anima): ogni traduzione o traslazione è insufficiente e la scelta di usare antispirito è provvisoria e precaria.

Poi c’è hublot (fr.), ovvero oblò e qui non ci piove. Però bisogna considerare che il termine è portato da Beckett nell’inglese deadlight, che è letteralmente oblò, ma il termine è anche la fusione di “dead” (morto) e “light” (luce), quindi “oblò” ma anche buco di luce spenta da cui l’io del testo beckettiano guarda per vedere se c’è (ancora) qualcuno. Ho scelto di traslare con oblò di buio, per rendere una certa allitterazione e anche perché Beckett non si presta a rese troppo cervellotiche né d’altro canto troppo semplicistiche. Lui rimane nel mezzo, in quell’espace pantin inafferrabile e bianco.

Riccardo Mori – Agosto 1994

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