Come va il tre punto zero
Dopo la parentesi MacBook Pro (che mi è parsa davvero una parentesi, visto che vado a restituirlo oggi, sperando di non dover aspettare settimane prima che arrivi il modello in sostituzione), volevo condividere qualche osservazione sulla mia esperienza d’uso di iPhone con il più recente OS 3.0, che ho installato immediatamente appena uscì lo scorso 17 giugno.
Da quando è uscito iPhone OS 3.0, in rete ho letto degli effetti collaterali più vari: chi ha notato una connessione 3G più ballerina, chi ha riportato una percepibile perdita di segnale, chi ha riportato problemi con Wi-Fi e Bluetooth, chi ha notato un maggior consumo di batteria, e via dicendo.
Per quanto mi riguarda, l’esperienza in generale è stata soddisfacente. Il software 3.0 non mi sembra meno stabile del 2.2.1, e non ho notato particolari perdite di segnale o difficoltà di collegamento a reti wireless. Nessun problema neanche con il Bluetooth — ho potuto attivare il tethering al primo colpo e la connessione si è dimostrata affidabile.
Gli unici due nei che meritano menzione, nel mio caso, sono i seguenti:
1. L’interfaccia ha perso in fluidità. Sotto questo punto di vista, il software 3.0 spesso mi dà la stessa impressione di quando si installa un gioco particolarmente esigente dal punto di vista grafico su un Mac un po’ datato. L’interfaccia a volte procede a scatti, tagliando le transizioni, e in generale dando un’impressione ‘inceppata’, per così dire. Lo noto con frequenza uscendo da applicazioni aperte, di tanto in tanto anche passando da una schermata di applicazioni all’altra, occasionalmente persino in MobileSafari navigando il Web: durante lo scorrimento dei contenuti, iPhone sembra fermarsi a pensare un momento, per poi sbloccarsi. Questo dello scorrimento capita a volte anche con gli elenchi dei messaggi in MobileMail e con la lista dei contatti; va detto che non è un fenomeno frequentissimo, però è ugualmente fastidioso. iPhone mi ha abituato bene e da subito con la sua notevole fluidità di interfaccia a tutti i livelli, per cui questi piccoli inceppamenti vengono percepiti all’istante.
2. Il backup e la sincronizzazione con iTunes sono più lunghi. Questo mi dà abbastanza sui nervi. Con il software 2.2.1 l’intero processo era percettibilmente più veloce, e la parte più laboriosa era la sincronizzazione delle applicazioni, specie nel caso dell’installazione su iPhone di applicazioni comprate su iTunes o viceversa di copia in iTunes di applicazioni comprate nell’App Store dall’iPhone. Adesso tipicamente la sincronizzazione parte bene, il backup inizia con un buon ritmo, ma spesso sembra piantarsi a metà per poi riprendere piano piano. Non so se dipenda dalla frequenza con cui effettuo le sincronizzazioni Mac-iPhone (le mie abitudini non sono cambiate, e in media collego iPhone a iTunes sul Mac a giorni alterni), se dipenda dalla quantità di dati immagazzinati su iPhone (che sono sempre gli stessi, applicazione più applicazione meno; ho sempre all’incirca 4,5 GB liberi su 14,6 GB totali), se dipenda (come forse è più probabile) da qualcosa di diverso in iPhone OS 3.0. Da notare che non ho abilitato la funzione di criptatura del backup. Quella delle note sì, ma il processo di sincronizzazione delle note è veloce. Insomma, se prima una sincronizzazione — backup, sincronizzazione di calendari, segnalibri, account email, applicazioni, podcast e foto — durava alla peggio cinque minuti, adesso cinque minuti è diventato il minimo.
Per il resto, nulla da eccepire. Il nuovo software 3.0 è indiscutibilmente un passo avanti e suppongo sia solo questione di qualche rifinitura. Le due nuove funzionalità che mi trovo a utilizzare più di frequente sono in primis Spotlight, che trovo utilissimo per lanciare applicazioni senza dover far passare le varie schermate a mano, così come è molto efficace quando ho voglia di ascoltare un certo brano: inizio a digitare il titolo, un tocco e zac! parte la riproduzione. L’altra grande comodità è il copia e incolla, specie quando mi capita di notare qualcosa di interessante su un sito e voglio copiarmelo in Note per uso futuro, o pubblicarlo direttamente sul blog o sul supplemento Effemeride.
Due migliorie sottili ma per me importanti sono anzitutto il fatto che ora gli URL vengono riconosciuti se scritti o incollati nelle Note. Così è possibile fare tap in Note, e Safari si apre automaticamente caricando il sito che ci siamo appuntati. L’altra miglioria è il lieve redesign della tastiera virtuale. Nell’orientamento verticale, i tasti sono leggermente più stretti e lo spazio fra di essi è stato quindi impercettibilmente aumentato. Questo, almeno nel mio caso, garantisce una maggior precisione nella scrittura, e ho notato un minor numero di errori di battitura, specie quando, per esempio, sto scrivendo uno SMS o un messaggio email mentre cammino.
Voi come vi trovate?
Pixel indelebile
(Aggiornato 1/7/2009 – 23:13)
Ieri, riportando ulteriori osservazioni sul mio nuovissimo MacBook Pro da 15 pollici, scrivevo:
Mi sono accorto di una magagna, anche se microscopica. Ho un pixel ribelle. Non è morto, perché non è nero (io dico che è porpora, mia moglie dice che è rosso), ma è lì. Onestamente uno se ne accorge solo se lo sfondo è molto chiaro e se si trova a una distanza piuttosto ravvicinata dallo schermo. Alla distanza in cui mi trovo in questo momento mentre sto scrivendo l’articolo, per esempio, e con la pagina intera piena di testo, lo noto soltanto se mi metto a cercarlo. Mi trovo ancora nei quindici giorni in cui poter restituire il computer e chiederne la sostituzione, ma non so se vale la pena farlo.
Ieri sera, a un esame più attento, ho purtroppo scoperto che il pixel è in effetti nero, e quindi morto. Che sembrasse colorato era dovuto al fatto che lo osservassi sempre con uno sfondo bianco e la luminosità al massimo. L’occhio si ingannava e lo vedeva colorato. I pixel ‘bloccati’ in genere sono colorati. Blu, rosso e giallo sono i colori più comuni in questi casi. Mettendo uno sfondo nero, quindi, il pixel dovrebbe essere visibile, invece nel mio caso sparisce del tutto. Ergo è nero.
È iniziata quindi la rottura di scatole: identificare le parti e i documenti aggiornati sul MacBook Pro e riportarli temporaneamente sul PowerBook G4. Riformattare il disco del MacBook Pro, rimettere tutto negli imballi, tornare al negozio per la sostituzione. Mia moglie ha telefonato stamane e le hanno detto che al momento non hanno nessun altro MacBook Pro come il mio in magazzino, ma che possiamo recarci in un altro negozio della catena El Corte Inglés ed effettuare la sostituzione lì, se hanno un modello identico. Altrimenti tocca aspettare. Intanto perdo tempo e pazienza, e perderò altro tempo perché il secondo MacBook Pro andrà nuovamente configurato, aggiornato, collaudato. Ieri mi chiedevo se valesse la pena farlo. Alla fine mi sono convinto che sì, perché in fin dei conti il denaro è buono ed è giusto che paghi per avere 1440×900 pixel funzionanti. E poi mi trovo ancora nel periodo concesso per la restituzione del computer senza problemi o questioni, quindi meglio approfittarne.
Non ho mai avuto problemi con i Mac nuovi (nemmeno con quelli usati). Evidentemente la tendenza doveva cambiare prima o poi. Spero che tutto vada per il meglio con la seconda unità.
[Aggiornamento: non hanno un modello identico in nessuno dei negozi della catena. Tocca aspettare.]
[Aggiornamento 2: sono andato a presentare il problema, e dicono che possono annullare l'acquisto senza problemi, che sono stati ordinati altri modelli di MacBook Pro come il mio, ma che pare non arriveranno prima degli inizi di agosto. Il venditore (lo stesso con cui ho effettuato l'acquisto pochi giorni fa) mi ha detto tra l'altro che se non fosse per il diritto di recesso, per un solo pixel morto Apple non lo sostituirebbe. Mi ha detto testualmente che "da uno a cinque pixel è considerato normale. Da Apple e da altre case costruttrici. Alcune arrivano a considerare normale fino a otto pixel morti"].
Altre osservazioni sul MacBook Pro 15”
In questi giorni sto mettendo alla prova il mio nuovo MacBook Pro da 15 pollici, e ne sono davvero entusiasta. A seguito del post dell’altro giorno, riporto ulteriori impressioni e osservazioni.
1. Ho già detto che è veloce, vero? Quel che non ho detto è che è anche silenzioso e che rimane relativamente fresco anche dopo molte ore di utilizzo. Il confronto con gli altri PowerBook più anziani che possiedo non esiste nemmeno. Come ho già menzionato di sfuggita, il PowerBook Titanium a 500 MHz — che rimane in funzione praticamente 18 ore al giorno, deve essere rialzato dalla scrivania altrimenti scalda troppo e parte la ventola (ho scoperto per caso i pratici piedini in Freskogel di Tucano [speriamo che il link si apra come si deve], che possono essere facilmente attaccati e staccati — basta lavarli periodicamente per mantenere adesiva la superficie). Il PowerBook G4 12” è perennemente appollaiato su uno di quegli accessori che tengono il portatile sollevato e inclinato e, sarà perché deve pilotare un monitor esterno da 20”, sarà per il caldo, ma la ventola, anche se non al massimo, rimane sempre accesa.
Il MacBook Pro (che ha due ventole), rimane sostanzialmente zitto anche dopo un uso intensivo e solo dopo aver giocato per un’oretta a qualche sparatutto in prima persona mettendo le impostazioni grafiche al massimo ho cominciato a sentire qualcosa. In Dashboard, iStat nano, mi comunicava che le ventole giravano a circa 4000 giri al minuto (a riposo se ne stanno sempre sotto i 2000). Per un confronto, lo stesso gioco sul PowerBook G4 12” mandava la ventola a 8000 giri dopo un minuto. Anche il disco rigido è silenzioso: con i normali rumori quotidiani non lo sento nemmeno durante intense operazioni di copia.
Sulla temperatura si va sempre un po’ nel soggettivo: dopo una giornata di utilizzo, sia alimentato, sia con batteria, il MacBook Pro è tiepido ma non raggiunge mai una temperatura fastidiosa tanto da non poter essere tenuto sulle ginocchia, per dire. Ovviamente si scalda di più quando la scheda grafica di turno viene stressata, e la parte più calda è quella nei dintorni del connettore MagSafe (diciamo la zona dell’altoparlante sinistro, a grandi linee), ma ho notato anche che, finito il compito stressante, il Mac si raffredda piuttosto rapidamente.
2. Per forza di cose, il MacBook Pro ha la tastiera spagnola, ma non è un grosso handicap. Il layout è molto simile a quello italiano. Non ci sono vocali accentate già pronte (à, ì, ò, ù, è, é), ma vi sono due tasti che permettono rispettivamente l’inserimento dell’accento acuto e grave. Si preme il tasto con l’accento, poi si batte la vocale, e questa apparirà accentata. Questo sistema, apparentemente più macchinoso per uno abituato al layout Italiano Pro, è in realtà assimilabile con rapidità e nel caso di vocali accentate maiuscole risulta quasi più comodo e naturale. (Per scrivere È sulla tastiera italiana devo usare la combinazione ⌥-⇧-E. Sulla tastiera spagnola batto prima l’accento e poi inserisco la ‘e’ maiuscola). È comunque un non problema perché quando lo sistemerò in postazione desktop sarà collegato alla mia Apple Wireless Keyboard con layout Italiano Pro.
3. Proveniendo da un PowerBook G4 ormai sempre tirato al massimo (tipicamente in una sessione giornaliera di lavoro rimangono aperte almeno 12 applicazioni, e i browser hanno sempre pannelli e finestre aperti), è davvero soddisfacente tenere la stessa quantità di applicazioni aperte sul MacBook Pro, aprire Monitoraggio Attività e notare che, in pratica, il processore sbadiglia. Sono questi i dettagli che mi ricordano di trovarmi davvero su un altro pianeta.
4. Dopo 4 cicli di ricarica (secondo Coconut Battery) e test personali più approfonditi, sono stupito e soddisfatto dall’autonomia della batteria. Con un carico di lavoro né pesante né leggero supero tranquillamente le 5 ore, con wireless sempre attivo e luminosità medio-alta. Facendo piccole pause e giocando al risparmio riesco a superare anche le 6 ore. Da quel che ho potuto vedere, con un utilizzo più intenso e continuato, direi che può resistere 3 ore e mezza tutte. Un’altra cosa positiva sono i tempi di ricarica, molto più corti che sui PowerBook. Tanto è vero che alla prima ricarica pensavo qualcosa non funzionasse bene: meno di due ore per una ricarica completa è eccellente.
5. Il trackpad è fantastico. Non ho abilitato tutte le gestualità perché voglio abituarmici gradualmente e voglio che siano attivate soltanto quelle che più userò nel mio normale flusso di lavoro. Ma già solo l’utilizzo delle due dita per scorrere i contenuti delle pagine è comodo e naturale. La mancanza del pulsante fisico non è un grosso problema, pur venendo da trackpad con pulsantoni non indifferenti (iBook clamshell, TiBook, PowerBook G4 12”). Semplicemente, batto col pollice nella parte inferiore del trackpad; ricordo che il trackpad nuovo, senza pulsante, è in realtà tutto un pulsante, e che la parte inferiore, quando viene premuta, si abbassa fisicamente e fa clic, per cui il classico feedback non viene perduto. Va detto che ogni tanto, date le dimensioni generose, nel battere con il pollice la parte inferiore sfioro la superficie del trackpad e questo fa muovere il puntatore verso il basso, per cui a volte seleziono erroneamente un menu o un pulsante a video diversi da quelli che intendo scegliere. Si tratta solo di farci più attenzione, e ribadisco che è un fenomeno davvero occasionale.
6. Mi sono accorto di una magagna, anche se microscopica. Ho un pixel ribelle. Non è morto, perché non è nero (io dico che è porpora, mia moglie dice che è rosso), ma è lì. Onestamente uno se ne accorge solo se lo sfondo è molto chiaro e se si trova a una distanza piuttosto ravvicinata dallo schermo. Alla distanza in cui mi trovo in questo momento mentre sto scrivendo l’articolo, per esempio, e con la pagina intera piena di testo, lo noto soltanto se mi metto a cercarlo. Mi trovo ancora nei quindici giorni in cui poter restituire il computer e chiederne la sostituzione, ma non so se vale la pena farlo. In primo luogo, la postazione principale sarà in versione desktop, e il MacBook Pro sarà collegato a un monitor da 20”, per cui il pixel ‘congelato’ non sarebbe un problema; secondariamente, non essendo morto, non è detto che con il tempo non vada a posto da solo; e in ultima analisi il MacBook Pro non ha difetti, tutto funziona egregiamente, ho già migrato tutti i miei dati, e (dato che il venditore mi ha detto l’altro giorno che avrei dovuto aspettare per un’eventuale sostituzione in quanto non avevano altre unità identiche in magazzino) non vorrei sostituire questo MacBook Pro per un pixel spento per ritrovarmi con un altro MacBook Pro che magari ha la batteria difettosa, o altre magagne più o meno nascoste. Potrei ovviamente sostituire anche il secondo, ma (forse anche con una dose di scaramanzia) temo possibili trafile e viavai che non ho tempo di permettermi. In ogni caso sono aperto a suggerimenti e consigli, e se mi date un parere basato anche sulla vostra esperienza, è più che bene accetto.
Altro per il momento non mi sovviene. Se qualcuno, magari in procinto di fare un simile acquisto (o un salto dai processori PowerPC ai Mac con Intel) ha domande particolari da rivolgermi, faccia pure. Dichiaro da subito ignoranza totale su Boot Camp e virtualizzatori: non credo di installare Windows sul MacBook Pro.
Nuovi paradigmi
Sta tutto in quella ‘S’ di iPhone 3GS: speed, velocità. È nello slogan nella pagina principale del sito Apple: iPhone 3GS. Il più veloce e potente iPhone di sempre. Se qualcuno ancora pensa che iPhone non è un piccolo computer in grado, fra le tante altre cose, di telefonare, stia attento a non farsi travolgere da questo cambio di paradigma per me importante e forse passato un po’ inosservato.
Tutte le recensioni di iPhone 3GS che ho letto finora esaltano proprio quegli aspetti ben sintetizzati dallo slogan di Apple: velocità e potenza. Ho ripensato ai cellulari acquistati da 10 anni a questa parte, cercando di richiamare alla mente qualche campagna pubblicitaria uscita a suo tempo per spingere questo o quel modello delle solite aziende costruttrici di telefonini. Potrei sbagliarmi (non è un mercato che ho seguito così assiduamente), ma i punti forti per vendere un apparecchio del genere sono sempre stati altri. I primissimi cellulari erano aggeggi pesanti, voluminosi e a volte inaffidabili. Va da sé che con le successive generazioni di dispositivi, l’accento veniva posto sulle dimensioni ridotte, sulla leggerezza e portabilità, sulla durata della batteria, sulla tenuta del segnale (ricordo i primi telefoni dual band — “Wow, dual band, mica bruscolini”). Poi, con il progredire delle tecnologie e dei servizi offerti dai provider, c’è stata una considerevole sbornia di funzioni, funzioni, funzioni. Schermi a (sempre più) colori, complesse funzioni di agenda, il WAP e la gestione rudimentale di un account di posta elettronica, l’aggiunta di una fotocamera integrata, di caratteristiche multimediali e tutte le funzionalità che esso comporta (invio di MMS, utilizzo del cellulare per riprodurre MP3 e filmati, ecc.), la radio, e poi il Bluetooth, l’uso come modem in combinazione con un computer, e chi più ne ha più ne metta.
La stragrande maggioranza di cellulari e smartphone pre-iPhone era giunta a un livello di saturazione delle funzioni non indifferente. Al punto che sì, alcuni erano da considerarsi quasi dei piccoli computer, anche se forse è più appropriato definirli sofisticatissimi organizer. E il risultato finale era un accumulo verticale di funzioni ammassate dalla fine degli anni Novanta in qua sul nucleo fondamentale dell’idea di un telefono portatile: il telefonare senza fili e la possibilità di inviare e ricevere messaggi (che ha la sua origine nel cercapersone). E il marketing è andato dietro a tutto questo: prima la miniaturizzazione, arrivando a certi telefoni Panasonic, Sony e Samsung davvero piccoli, con tasti quasi inutilizzabili da mani normali; poi la durata, l’efficienza, l’affidabilità (certi Ericsson erano carri armati da questo punto di vista); poi, a fronte di centinaia di nuove funzionalità — alcune di dubbia utilità o praticità, a ben vedere — le dimensioni o la durata della batteria o anche l’affidabilità sono passate in secondo piano. Ecco che, paradossalmente, i telefoni hanno ripreso a ‘ingrassare’ per poter accomodare schermi sempre più grandi e luminosi, per accomodare le pagine e pagine di menu e sottomenu. In tutto questo bailamme non ricordo di aver mai sentito parlare di velocità o di potenza.
Velocità e potenza sono termini da sempre appartenuti alla sfera dei computer. E infatti iPhone è nato fra computer. Il genitore di iPhone è un’azienda che costruisce computer e progetta software. Un’azienda campione di design, sia hardware che software. Quando iPhone debuttò due anni fa, molti erano incerti e perplessi: avrebbe resistito, questo pivellino, in un mercato agguerrito e consolidato come quello della telefonia mobile? Col senno di poi è facile dire sì — io l’ho pensato fin da subito. È chiaro che il futuro sta nell’avere piccoli computer tascabili, efficienti e facili da usare, veloci e potenti. Gli altri telefoni provenivano da anni di funzioni accumulate e accatastate, per farli comportare il più possibile ‘da computer’ (quindi nati telefoni ma con velleità computeristiche). iPhone era, nel suo punto di partenza, quello che per moltissimi altri telefoni era un punto d’arrivo: l’essere computer. E, come ha presto dimostrato, è più facile per un computer fare telefonate, che per un telefono fare il computer.
Come può migliorare dunque un dispositivo che parte già con un tale vantaggio? Allo stesso modo in cui si può migliorare un computer: diventando più potente, più veloce e quindi ancora più efficiente e con un’esperienza d’uso ancor più soddisfacente. Si noti come l’hardware di iPhone 3G prima, e di iPhone 3GS adesso non sia cambiato in maniera radicale rispetto al modello precedente. Le differenze fra iPhone 3G e iPhone 3GS sono sottilissime. Le novità hardware di iPhone 3GS sono indubbie, ma non tali da rendere obsoleto iPhone 3G. Il fulcro dell’innovazione del momento è la nuova versione del software 3.0. Qualcun altro fra i costruttori di cellulari ha mai parlato o messo l’accento sulla qualità del software di quegli apparecchi? No, tutta un’altra strategia: la corsa al nuovo, o almeno a quel che appare nuovo esteriormente; modelli che cannibalizzano modelli usciti solo due mesi prima; tasti diversi, colori diversi, fumo negli occhi. Ecco, iPhone ha introdotto nel mondo dei dispositivi mobili i paradigmi del mondo dei personal computer, sia da un punto di vista di progettazione, sia da un punto di vista strategico; una mossa forse non immediatamente percepibile, ma che secondo me sta alla base della rivoluzione iniziata nel 2007.
MacBook Pro 15”: prime impressioni
Introduzione
L’avvicinamento al nuovo pianeta è stato lento ma inesorabile. Inizialmente avevo pianificato l’acquisto a luglio, ma mia moglie, CEO della nostra azienda matrimoniale (per i curiosi, io sono il CTO/COO), mi ha riferito che si poteva anticipare di tre settimane. E quindi ho agito.
Il MacBook Pro che ho deciso di acquistare, per la precisione, è il modello da 15 pollici con processore Intel Core 2 Duo da 2,66 GHz. Di serie: 4 GB di RAM, disco rigido da 320 GB, doppia scheda grafica NVIDIA 9400M / 9600M GT (256 MB di RAM video), porta Ethernet Gigabit, FireWire 800, due porte USB 2, slot SD, SuperDrive 8x Dual Layer. E poi, ovviamente, AirPort e Bluetooth.
Il MacBook Pro è stato acquistato nella catena commerciale El Corte Inglés, perché offrivano le condizioni di finanziamento migliori (anche dell’Apple Store online). Oltre alla classica garanzia di un anno per i difetti di conformità, il simpatico venditore mi ha anche informato che avevo diritto a una garanzia di 6 mesi gratuita contro ogni genere di incidente comune, garanzia estensibile a due anni pagando poco più di 100 Euro. La persona con cui abbiamo formalizzato la garanzia mi ha informato che, davvero, vengono coperti gli incidenti più comuni, come cadute, rigature, immersione in liquidi, e via dicendo. Il venditore mi ha bonariamente suggerito di sottoporre subito il MacBook Pro a una serie di test sotto stress per vedere se va tutto bene, dato che se riscontrassi qualunque difetto durante i primi 15 giorni dall’acquisto, posso restituirlo ed averne un altro in sostituzione al volo. Insomma, mi sono sentito le spalle coperte.
La giornata di ieri è stata lunga, e non ho potuto metter mano al nuovo MacBook Pro prima della tarda sera. Fresco e riposato, ho quindi aperto la confezione.

Nella scatola sottile e poco ingombrante, ecco subito il MacBook Pro. Sparito il polistirolo, e quindi l'ingombro, il Mac sembra comunque ben protetto. Per sollevarlo si fa leva sulla linguetta nera in primo piano.

Sotto il MacBook Pro sono alloggiati l'alimentatore e una busta di cartone nera contenente manuali e DVD.

I due DVD, contenuti nella bustina bianca visibile sotto. Uno contiene il sistema operativo, l'altro la suite iLife '09. Nella bustina bianca sono presenti anche i classici adesivi Apple. È anche presente un panno per la pulizia del vetro del display (il quadrato scuro sulla destra).
Avevo già notato la robustezza dei nuovi portatili unibody. L’avevo notata con il MacBook Air e con il primo MacBook da 13 pollici (ora Pro), che ebbi modo di provare estesamente a suo tempo. Ma sui modelli più grandi è ancora più evidente: reggendo un 15 pollici chiuso si ha la sensazione di trasportare un unico blocco di materiale, che se non fosse per l’incavo di apertura, uno nemmeno si sognerebbe che tale blocco sia apribile. È estremamente piacevole al tatto, è generoso in larghezza e altezza, ma davvero piatto in quanto a spessore. Tenuto in mano, appare al tempo stesso pesante, solido, e leggero. Soprattutto, grazie alla costruzione unibody, non si sentono cigolii di plastiche di supporto (che non ci sono), né si ha la sensazione, come in altri PowerBook, di star facendo troppa pressione sullo schermo.
Una volta tolto dall’imballo dovevo posizionarlo nel mio studio per effettuare il trasferimento delle impostazioni del PowerBook G4 mediante Assistente Migrazione. Il punto migliore è stato a fianco del vecchio Titanium, e involontariamente ne è scaturito un confronto interessante. Ecco i due fratelli fianco a fianco (o nonno e nipote, viste le generazioni di differenza), così si può avere un’idea degli ingombri, degli schermi opachi e lucidi, eccetera. (Notare che il Titanium è rialzato da quattro piedini in gel della Tucano).
Acceso il MacBook Pro, cominciavo ad avere un primo impatto con il nuovo pianeta. Chi proviene da macchine più moderne non vi farà molto caso, ma per me il tempo di avvio è stato fulmineo. Subito appariva la schermata di Mac OS X in cui si deve scegliere la lingua del sistema operativo, e dopo aver selezionato paese e tastiera, ecco la proposta di far partire Assistente Migrazione. Non avendo a disposizione un adattatore FireWire 800 – FireWire 400, ho optato per effettuare il trasferimento delle impostazioni via Ethernet, e naturalmente ho optato per trasferire tutto quanto. Avviato Assistente Migrazione sul PowerBook G4 e inserito il codice che appariva nella schermata del MacBook Pro, le operazioni sono iniziate. Tempo stimato: due ore e mezza. Ne ho approfittato per rivedermi Matrix Reloaded sul Cube.
E la stima si è rivelata corretta: dopo due ore e quaranta e più di una trentina di gigabyte copiati, riavviavo il MacBook Pro per ritrovarmi con un clone esatto del PowerBook G4 e prontamente Aggiornamento Software mi informava che le operazioni non erano ancora finite:
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Note dopo un primissimo utilizzo
1. È dannatamente veloce. D’altronde non poteva essere altrimenti. Da un G4 a 1 GHz e 1,25 GB di RAM con un bus di sistema a 133 MHz sono passato a un Core 2 Duo a 2,66 GHz, 4 GB di RAM e un bus di sistema dieci volte più veloce. La differenza è percepibilissima, specialmente usando i due Mac fianco a fianco. Tutto sembra dare una risposta immediata. Sul MacBook Pro, aprire un’applicazione impiega lo stesso tempo che sul PowerBook si passa da un’applicazione aperta a un’altra. Per molte applicazioni, l’icona nemmeno rimbalza sul Dock. Persino la navigazione Web sembra più scattante. Fare un Logout o un riavvio non è più percepito come un’antipatica interruzione del lavoro, perché nel giro di pochi istanti si riprende tranquillamente a lavorare.
2. Chi non possiede un portatile composto dalla monoscocca in alluminio (l’unibody, appunto) non può comprendere a fondo, a mio avviso, l’innovazione di questa scelta di design. Non si vedono viti, tutto è monolitico ed elegante, tutto concorre a presentare un meccanismo di precisione: le linee regolari delle porte e del lettore ottico, le perforazioni delle griglie degli altoparlanti e delle spie che indicano, sul lato sinistro, il livello di carica della batteria; e dettagli squisiti come la lucina anteriore che si accende quando lo schermo si spegne, per segnalare che il computer è acceso. Quando questa luce è spenta, infatti, non si vede assolutamente nulla sulla superficie di alluminio, l’indicatore scompare del tutto (infatti non ha senso vedere una spia spenta, no? L’importante è vederla accesa).
3. Quando ho aperto il MacBook Pro la prima volta e ho visto la lastra di vetro lucida e riflettente, ho avuto qualche sudore freddo, non essendo affatto un amante degli schermi lucidi. Quando, all’accensione del MacBook Pro, lo schermo si è illuminato, i miei timori sono svaniti. Lo schermo a LED è fantastico, brillante, uniforme, e i colori davvero belli (lo dico da non esperto del colore, intendiamoci). Il momento in cui sono rimasto a bocca aperta è venuto dopo, però. Stavo facendo un primo giretto esplorativo anche della tastiera, visto che i nuovi comandi sui tasti funzione sono per me una novità. Intanto pensavo fra me e me: “Certo, è proprio luminoso questo schermo”, specie avendo di lato il povero Titanium. Ebbene, tocco i controlli della luminosità e scopro che era regolata a meno della metà. Portandola al massimo, il display diventa così luminoso che è sopportabile solo con un’illuminazione ambientale a giorno, con il sole che entra direttamente dalla finestra. Pazzesco. Quindi per il momento devo dire che il fatto che lo schermo sia lucido non mi spaventa più. Vedremo in condizioni di lavoro intenso, quando mi tocca leggere e scrivere (e quindi guardare pagine bianche a tutto schermo con piccoli caratteri neri) per ore e ore al giorno.
4. Parlando di tastiera, un’altra novità per me era la retroilluminazione. Sarà che il primo impatto con il nuovo pianeta è avvenuto di notte, ma dopo aver visto il tripudio di luce sotto i tasti non posso che affermare ‘Mai più senza’. La nuova configurazione dei tasti funzione, invece, mi ha preso un po’ alla sprovvista e dovrò abituarmici. Scrivere è un piacere: i tasti hanno una buona risposta e un discreto feedback. Ogni tanto sono inciampato, forse perché abituato a tastiere con tasti più ravvicinati, ma niente di serio.
5. La batteria: ho lasciato il MacBook in carica 12 ore dal primo collegamento e stamattina l’ho staccato e usato con la batteria e le impostazioni di Risparmio Energia calibrate su ‘Durata della batteria migliorata’. Appena scollegato l’alimentatore, l’indicatore della batteria mi dava 10 ore di autonomia, scese poi a 8 con un utilizzo leggero, scese a quasi 5 dopo aver visto i primi 20 minuti di un film in DVD. Dopo tre ore di utilizzo sostanzialmente leggero, con qualche affondo consuma-risorse (un giretto in Google Earth, il DVD, due cosette con GarageBand), la batteria è di poco sotto all’80% e Risparmio Energia comunica valori di autonomia variabili a seconda di quel che sto facendo, comunque compresi fra le 4 ore e mezza e le 6 ore. Direi che sono più che soddisfatto. Ora farò come sempre: lascerò che la batteria si scarichi completamente, per poi ricaricarla del tutto.
6. Sto aprendo programmi e documenti a casaccio per vedere se la migrazione dal PowerBook G4 è andata bene e finora non ho avuto problemi. Grazie a System Profiler ho potuto vedere quali applicazioni hanno codice solo PowerPC e, dove ho potuto, ho scaricato la versione Intel (per esempio nel caso di VLC). Altre applicazioni, come Microsoft Office 2004 e Photoshop CS, funzionano egregiamente e velocemente anche attraverso Rosetta, per cui devo dire che anche in questo reparto finora non ho riscontrato inghippi.
È solo il primo giorno e sono ancora un po’ emozionato. Non ho ancora fatto test e verifiche con il MacBook Pro sotto sforzo, ma quel che ho visto finora è favoloso e ritengo di aver fatto l’acquisto giusto al momento giusto. Nei prossimi giorni riporterò impressioni più dettagliate.
Il gran giorno

Questo potrebbe essere l’ultimo articolo di Autoritratto con mele scritto con il fido, glorioso, ecc., PowerBook G4 nella sua postazione principale. Oggi, finalmente, faccio la mia personale transizione ai processori Intel. Arriva il terzo Mac ‘importante’ della mia storia da cliente Apple, dopo l’iMac G3 nel 1999 e appunto il PowerBook G4 nel 2004. Nei prossimi giorni condividerò in questa sede le mie impressioni, anche se immagino già che da un punto di vista prestazionale sarà come impostare la velocità warp sull’astronave Enterprise.
Apple, l’innovazione e la vecchia guardia
Sulle liste di discussione che seguo, per ragioni di tempo e in certi casi per scelta deliberata, sono più un lettore che un interlocutore attivo. Di tanto in tanto però salta fuori qualche argomento interessante e allora mi lascio un po’ prendere la mano.
Di recente, sulla lista MisterAkko si è parlato di quanto Apple sia veramente innovativa. Il tutto è partito dalla considerazione che sui Mac continuano a mancare tecnologie come il Blu-Ray, che altre sembrano messe in un angolo (ExpressCard che ormai è disponibile solo sul MacBook Pro da 17 pollici, e che offre accesso a periferiche eSata), e di come esistano PC portatili che le offrano tranquillamente e con un costo relativamente contenuto.
Insomma, qualcuno si è chiesto, ma Apple sta innovando o sta seduta sugli allori? (Sto parafrasando).
Volevo estendere la mia risposta a un’audience più vasta e quindi la ripubblico qui (è composta da più interventi); non perché mi sembri più meritevole di attenzione di altre, ma se non altro perché magari può essere uno spunto per chiacchierare nei commenti.
1.
Da quando è tornato Jobs al timone, uno dei cambiamenti più notevoli del modo di porsi di Apple verso l’esterno è stata la chiusura quasi completa. Una volta — e lo leggo in vecchi articoli di riviste Mac inglesi e americane dell’epoca 1990-1998 — c’erano progetti, intenti, e prodotti annunciati anche in corso d’opera (come Copland). Oggi c’è segretezza. Non sappiamo a che cosa stia lavorando Apple nei suoi laboratori. Magari esistono prototipi funzionanti di dispositivi e computer eccezionali, che impiegano tecnologie innovative e quant’altro. Magari è da quando Apple si è risollevata economicamente che sta studiando un Tablet straordinario, leggerissimo e arrotolabile come un giornale.
Ogni tanto in rete salta fuori la notizia che Apple ha depositato un brevetto. Andando nel sito dell’Ufficio Brevetti statunitense è possibile vedere i disegni. Degli ultimi brevetti che ho visto, a parte dettagli di interfaccia per interazioni con dispositivi multi-touch, nulla è apparso (ancora) in prodotti messi effettivamente in commercio da Apple. Questo è uno degli indizi che mi fanno credere che di cose che bollono in pentola, in Apple, ce ne sono eccome.
Ma innovare costa, in termini di tempo e denaro. E c’è un tempo per innovare e un tempo per fare cassa. Secondo me Apple sta attraversando una fase conservativa da questo punto di vista. In passato non sempre le innovazioni introdotte da Apple hanno fatto centro, vuoi perché erano troppo avanti per l’epoca, vuoi perché non hanno attecchito in parte — guarda caso — per il costo finale (esempio eclatante, appunto, il Newton). E Apple ha pagato lo scotto. Ora, io ho l’impressione che la politica attuale sia quella di muoversi con moderata cautela, specie in un periodo di crescita e in cui ogni mossa commerciale risulta vincente.
In altre parole, è facile parlare di innovazione, ma che succede se il prodotto finale, tanto bello e innovativo, risulta essere un passo falso (perché non centra il target, perché è troppo costoso, perché non viene ‘capito’)? Perché a me piacerebbe tanto un Tablet, o anche un affare come il Kindle, ma sottile come un tappetino per mouse e arrotolabile (frogdesign ha lavorato a un progetto analogo). Ma se poi, passato il battage pubblicitario, non lo compra nessuno? iPhone ha avuto un tempo di gestazione relativamente lungo, che immagino non sarà stato dedicato solo al progetto e alla costruzione dell’oggetto, ma anche a raffinare strategie di posizionamento, introduzione nel mercato, tempistica, con in testa uno Steve Jobs che avrà rotto l’anima a tutti dicendo che “il fallimento non è un’opzione”. (A chi dice che iPhone non ha nulla di innovativo, consiglio di non fermarsi all’oggetto in sé, ma di considerarne l’intero ecosistema).
Io sono ottimista, malgrado le ExpressCard che spariscono e i Blu-Ray che non appaiono, perché in Apple ci sono delle belle teste e l’azienda ha dimostrato più d’una volta di avere un istinto di sopravvivenza non comune, oltre che naturalmente il costante desiderio di distinguersi dagli altri, che è uno degli ingredienti essenziali dell’identità dell’azienda. (Ovviamente parlo di ‘istinto di sopravvivenza’ in senso lato. Non riesco a credere che quest’Apple della seconda dinastia Jobs — malgrado stia attraversando il momento più ricco della propria storia, e malgrado le apparenze — si stia proverbialmente sedendo sugli allori e tutti passeggino per i Campus cazzeggiando allegramente e godendosi il momento).
2.
Un altro elemento scaturito dalla discussione: secondo alcuni, Apple, nella sua foga di rivolgersi al mercato consumer, sta sempre più ‘abbandonando’ la cara vecchia fedele clientela di professionisti. Ora, questo a me non pare. È vero che oggi il catalogo Apple offre una quantità di prodotti decisamente molto appetibili alle fasce dei semi-professionisti e consumatori senza pretese, e proporzionalmente la scelta per il professionista (dell’audio/video, per esempio) è più limitata rispetto a una volta, ma la tesi che Apple dovrebbe continuare a onorare la vecchia utenza mi sembra un po’ traballante e non si capisce bene che cosa dovrebbe continuare a offrire loro. In altre parole, se qualche professionista è stato costretto a smettere di lavorare a causa di nuovi prodotti Apple, si faccia avanti ché sono curioso di sentire la sua opinione.
Io la vedo così, e posso sbagliare: se Apple avesse continuato a rivolgersi alle tanto care nicchie di mercato, a quest’ora avrebbe già chiuso bottega. Ricordo che a risollevare le sorti dell’azienda 11 anni fa è stato proprio un prodotto consumer, lo iMac. Senza le vecchie ADB, SCSI, Seriali, senza il floppy, con più ’senza’ che ‘con’, se vogliamo. Apple oggi ha scelto di relegare le nicchie di utenza a una nicchia di suoi prodotti (Mac Pro, MacBook Pro 17″). Forse non lo ha fatto al meglio, ma non mi sembrano macchine che facciano particolarmente schifo (penso soprattutto ai Mac Pro, e considerando poi le nuove funzioni di Snow Leopard che dovrebbero renderli prodotti ancora migliori).
Io mi domando e dico: se Apple avesse dichiarato bancarotta nel 1997, fosse stata acquisita da un’altra azienda, ecc., queste nicchie professionali che cosa avrebbero fatto? Si sarebbero appellate a questa ‘etica’, esigendo dall’azienda californiana un continuo supporto ad aeternum?
Da quel che ho potuto capire analizzando i metodi di Steve Jobs, lui ha sempre cercato di infondere la mentalità del ’sempre avanti’, mai fermarsi a guardarsi l’ombelico, sempre in competizione con se stessi. Questo ha un risvolto positivo nel fatto che Apple dal 1998 in qua ha tirato fuori dei prodotti davvero belli e alcuni rivoluzionari (anche se magari non innovativi nel senso di Archimede Pitagorico). Il risvolto negativo — almeno secondo la percezione di alcuni — sta nel fatto che la mentalità del ’sempre avanti’ ha lasciato qualcuno indietro. O almeno, un certo numero di utenti Mac si sentono lasciati indietro. Ho un amico grafico che ancora conserva un PowerMac G3 grigio acquistato due mesi prima che uscisse la nuova serie degli Yosemite bianchi e blu, che abbandonavano seriale e SCSI a favore di USB e FireWire. Dopo aver speso sudati quattrini, aveva l’impressione di avere in mano un computer già obsoleto. Per non parlare delle periferiche che lo accompagnavano.
Posso comprendere il sentimento e la posizione, il sentirsi ‘traditi’. Molti appassionati Apple, certi fedeli utenti dell’Apple di nicchia e dei ‘bei tempi bui’, conservano un’immagine antropomorfizzata e nostalgica dell’azienda, ed è questo che crea un velo emotivo e irrazionale, che a volte inquina un dibattito che vorrebbe puntare all’obiettività. Bisogna dire infatti che storicamente Apple, per parte sua, ha fatto ben poco per ingraziarsi la propria utenza. Nell’epoca in cui si era una nicchia elitaria e c’erano sanguinose guerre di religione con gli utenti PC, l’epoca dei grandi fan e degli evangelisti, Apple ha sempre assunto una posizione di tiepida tolleranza. Non ha mai spinto alcuna iniziativa per accontentare o compiacere i suoi fan.
Il colpo di grazia lo ha sferrato con la decisione di non partecipare più al Macworld Expo, che era anche e soprattutto un ritrovo di entusiasti della mela provenienti da ogni parte d’America (e anche del mondo). È stata una decisione sensata e razionale dal punto di vista del business, ma un duro colpo a livello emotivo per chi ci andava abitualmente (spendendo anche una bella cifra). Ricordo che sui siti Mac se n’è parlato fino a febbraio, e il clima era di generale disappunto.
Per concludere provvisoriamente, io ho l’impressione che ci sia una percentuale di utenti Mac della vecchia guardia rimasti indietro più per un immobilismo loro che per ‘abbandono’ da parte di Apple. Oggi abbiamo per le mani dei Macintosh che non saranno forse le macchine più innovative o zeppe di porte e connettori presenti sul mercato, ma che offrono una discreta potenza, un’integrazione hardware/software insuperata, e che soprattutto sono abbordabili; anche i modelli più costosi a listino, che un professionista — se si vuole chiamare tale — può e deve certamente permettersi. Perché se andiamo a vedere l’epoca in cui i desktop Apple erano beige (o grigi, a seconda dei punti di vista) e i PowerBook grigio scuro o marrone, per certi modelli c’era da accendere un mutuo, altroché.
Downgrade faticoso
Giorni fa, dopo l’uscita della versione definitiva di Safari 4, ho proceduto all’aggiornamento su tutti i miei Mac moderni — uno con Leopard, quattro con Tiger. Tutto è andato prevedibilmente bene, tranne che sull’iBook G3/466 clamshell. Su questa macchina, Safari 4 presentava imperfezioni e parti mancanti nell’interfaccia grafica (barra dei bookmark completamente bianca, mancanza delle barre di scorrimento), e grossi problemi nel rendering delle pagine. Molti siti venivano caricati come se la risoluzione dello schermo fosse maggiore, e debordavano dalla finestra principale. Strano, perché fino alla versione 4 Beta compresa tutto andava bene.
Ho seguito la mia solita procedura di troubleshooting, prima limitandomi all’applicazione — svuotando cache, resettando, reinstallando Safari — poi cercando di estendere il raggio d’analisi. Ho pensato a un problema di font (che magari impedivano la corretta visualizzazione di pagine e barra dei bookmark), fino ad arrivare a riapplicare l’aggiornamento Mac OS X 10.4.11 Combo per poi reinstallare Safari 4. Niente da fare.
Allora ho cominciato a considerare l’ipotesi del downgrade, ossia tornare alla versione 4 Beta o anche alla 3.2.3. Purtroppo con Safari non è facile. Non per niente quando Apple ha distribuito la versione 4 Beta, nell’immagine disco era presente anche un pacchetto per effettuare la disinstallazione e ripristinare la versione anteriore. Il problema principale è che con Safari è compreso anche WebKit: buttare Safari nel Cestino e copiare una versione anteriore, per quanto bello e Mac-like sia, non sortisce gli effetti sperati. Cercando di installare la versione 3.2.3 dall’immagine scaricabile dal sito Apple si arriva a un altro vicolo cieco: l’Installer vede la versione aggiornata di WebKit (oltre alle ricevute dei pacchetti già installati) e dirà, all’incirca, che “questo computer non soddisfa i criteri necessari all’installazione del software”.
La ricerca in rete è stata faticosa: nei forum si trovano dei suggerimenti, ma si riferiscono per la maggior parte a come fare il downgrade su Leopard. La ricerca è stata faticosa anche per reperire l’immagine disco con la ultima versione di Safari 4 Beta, che mi serviva sia per cercare di disinstallare la versione 4 finale che faceva le bizze sull’iBook, sia per cercare di reinstallare la 4 Beta. Dal sito Apple, prevedibilmente, ora è possibile scaricare solo Safari 4 finale.
O forse no: grazie a un sito chiamato applelibrary.com, che non è altro che una sorta di aggregatore di software per Mac liberamente scaricabile (icone, temi per iTunes, ecc.) e di ‘Tips & tricks’, ho scoperto che le ultime versioni di Safari 4 Beta per Leopard e Tiger sono ancora sui server Apple, anche se in posizioni remote e non accessibili se non si conosce il percorso completo:
- Safari4.0BetaSecUpdateLeo.dmg (31,7MB) (per Mac OS X 10.5)
- Safari4.0BetaSecUpdateTiger.dmg (18,3MB) (per Mac OS X 10.4)
Ho quindi scaricato la versione per Tiger. Usando l’Installer, però, non c’è stato modo di reinstallarla. Usando Pacifist ho avuto più fortuna, in quanto questo prezioso programma è riuscito a sovrascrivere la precedente installazione di Safari e di WebKit. Non sono sicuro al 100% che quest’operazione sia la strada migliore da seguire e che ripristini perfettamente lo stato delle cose com’era prima di aggiornare alla versione definitiva di Safari 4. Ma all’atto pratico sono tornato ad avere un Safari funzionante (così come tutte le applicazioni che dipendono da WebKit) e non ho avuto problemi. Nel caso vi troviate in una situazione simile, procedete con cautela e tenete presente che su Leopard le cose potrebbero andare diversamente (io ho provato solo su Tiger).
Tethering con iPhone OS 3.0
Chiamarlo tutorial mi pare esagerato, ma riporto i passaggi da me effettuati per utilizzare iPhone come modem (il tethering, appunto) attraverso la connessione Bluetooth, che magari possono essere d’aiuto a chi non è riuscito nell’intento o è confuso sul procedimento. Si accettano suggerimenti e correzioni nel caso abbia scritto qualcosa di sbagliato, superfluo, eccetera.
1. Abbinare iPhone e Mac
iPhone, come ogni dispositivo Bluetooth, deve essere abbinato al Mac se si vuole che i due interagiscano in qualche modo. La procedura di abbinamento (pairing) non è diversa da quando si abbinano altri dispositivi. Acceso Bluetooth su entrambi, e impostati entrambi i dispositivi in modo che siano visibili, su Mac si usa Impostazione assistita Bluetooth e si seguono i passaggi. A un certo punto il programma creerà un codice numerico da inserire su iPhone (che, accortosi di quanto sta accadendo, proporrà il tastierino numerico per immettere tale codice).
2. Attivare il Tethering su iPhone
Facile: si va in Impostazioni > Generali > Rete > Tethering Internet e si sposta l’interruttore su Acceso (”1″ o “ON” se si usa l’inglese come lingua principale).

Bluetooth si attiva in Impostazioni – Generali – Bluetooth. Se iPhone e il Mac sono stati correttamente abbinati, sotto Dispositivi dovrebbe apparire il nome del Mac (’Richard XII’ è il nome del mio PowerBook G4). Su Effemeride ho pubblicato un’immagine di iPhone con Tethering attivo.
3. Collegare il Mac a iPhone
Durante il processo di abbinamento dovrebbe essersi creata una nuova porta di rete sul Mac, chiamata PAN Bluetooth (PAN sta per Personal Area Network). Per collegarsi a iPhone si deve selezionare questa porta di rete. Se l’icona Bluetooth è stata aggiunta alla barra dei menu, si fa clic sull’icona, e nel menu che compare dovrebbe essere presente il nome assegnato al proprio iPhone (’RixPhone’ nel mio caso). Selezionando il nome del proprio iPhone, dovrebbe apparire un sottomenu con un’unica voce: Collegati al network. Selezionandola e aspettando alcuni istanti, il Mac dovrebbe collegarsi a iPhone e su iPhone dovrebbe apparire che il Tethering Internet è attivo (lo stato è distinguibile dal fatto che la barra di stato in alto si colora di blu e appare la scritta Tethering Internet. Tutta la zona blu è pulsante, a indicare il collegamento.
Se non si ha l’icona Bluetooth nella barra dei menu del Mac, si va in Preferenze di Sistema > Bluetooth, si seleziona l’iPhone dall’elenco dei dispositivi, si fa clic sull’icona con l’ingranaggio e dal menu che appare, scegliere Collegati al network:
Una volta effettuato il collegamento, in Preferenze di Sistema – Network – PAN Bluetooth si potrà notare che i parametri di connessione, DNS compresi, vengono compilati automaticamente:
In Preferenze di Sistema – Bluetooth si può verificare come iPhone sia correttamente abbinato e collegato:
Se non compare affatto il nome del proprio iPhone fra l’elenco dei dispositivi (né nel menu Bluetooth, né nell’elenco in Preferenze di Sistema > Bluetooth), immagino che sia andato storto qualcosa nella fase iniziale di abbinamento.
Così facendo ho potuto collegarmi a Internet al primo colpo attraverso iPhone. Se manca qualche passaggio o non sono stato molto chiaro, fatemelo presente e vedrò di chiarire ulteriormente, magari aggiornando e rifinendo questo stesso post.
Effemeride, il taccuino di Autoritratto con mele
Malgrado mi fossi ripromesso per il 2009 di non aprire ulteriori account / luoghi / progetti, ho pensato che questo blog necessitasse di una ‘estensione di sistema’. Un dettaglio che mi è sempre piaciuto di alcuni blog altrui (come quello di John Gruber per esempio) è quello di poter distinguere visivamente entrate brevi, in cui viene fornito un link veloce e/o un commento all’imponta, da articoli più importanti e di ampio respiro. È da un po’ di tempo che su Autoritratto con mele utilizzo la convenzione di far precedere dalla dicitura [Link] questo tipo di interventi ‘minori’, ma visivamente rimangono di uguale importanza rispetto ai miei articoli più elaborati (e poi non è detto che siano sempre e solo ‘link’).
Ho pensato quindi di aprire un taccuino in Tumblr in cui inserire appunto quel genere di entrate brevi che Gruber chiama Linked List. Ma non solo: come ogni quaderno d’appunti ho intenzione di utilizzarlo per pubblicare ‘ritagli’ presi dalla rete, immagini (magari ripubblicando alcune di quelle utilizzate in passato come ‘copertina’ del blog e aggiungendo qualche informazione in più), spunti che voglio conservare e magari riprendere più avanti e più estesamente nel blog. Ovviamente, il centro d’attenzione è e rimane questo blog, e il taccuino serve a completare e arricchire l’esperienza generale, e non vuole sostituire nulla.
Per ora le entrate sono poche, e l’ho automatizzato in modo da mostrare anche i feed di Autoritratto con mele, ma spero di riuscire a far funzionare questa ‘estensione’ come dico io. Dopo varie prove con i temi proposti da Tumblr (che, con mia sorpresa, sono improvvisamente aumentati da sette a un centinaio!), ne ho scelto uno che è piuttosto leggibile anche da iPhone/iPod touch e che in ogni caso è dotato di un’interfaccia solo testo, accessibile e ben leggibile da dispositivi mobili.
Bando alle ciance, ecco Effemeride.









