Autoritratto con mele

Il blog di Riccardo Mori

Microsoft e le forze autodistruttive

con 8 commenti

Dopo le estenuanti discussioni su iPad e dintorni, faccio un intervallo e vado dall’altra parte della barricata. Segnalato dal sempre puntuale John Gruber, ho letto con interesse questo articolo d’opinione apparso sul New York Times a firma Dick Brass (un vicepresidente di Microsoft negli anni 1997-2004), che condivide qualche aneddoto emblematico della sua esperienza in Microsoft. Emblematico di come si muova al suo interno un gigante come Microsoft nell’ambito della ricerca tecnologica e dell’innovazione. In una parola, male. Dagli spunti che racconta, ne viene fuori l’immagine di un gigante la cui mano sinistra non sa sempre quel che fa la destra, ed entrambe finiscono per legare fra loro i lacci delle scarpe — e il gigante incespica e cade. Merita dunque la traduzione di alcuni stralci salienti.

Microsoft è diventata un’innovatrice goffa e non competitiva. I suoi prodotti sono oggetti di scherno, spesso ingiustamente, ma altre volte a ragione. La sua immagine non si è mai ripresa dai procedimenti giudiziari dell’antitrust negli anni Novanta. Il suo marketing è inetto da anni. [...]

Mentre Apple continua a guadagnare quote di mercato in vari prodotti, Microsoft ne ha perse nell’ambito dei browser Web, dei portatili high-end e degli smartphone. Malgrado gli investimenti di miliardi di dollari, la sua linea di prodotti Xbox continua a essere tutt’al più un concorrente alla pari nel mercato delle console di gioco. Ha prima ignorato e poi fatto pasticci nel mercato dei player musicali portatili, finché quel mercato è stato praticamente chiuso da Apple.

Gli enormi profitti di Microsoft (6,7 miliardi di dollari lo scorso trimestre) provengono quasi interamente da Windows e dalla suite Office, programmi che ha iniziato a sviluppare decenni fa. Come General Motors con i suoi camion e SUV, Microsoft non può contare solo su questi prodotti per sostenersi in eterno. [...]

Che è accaduto? A differenza di altre aziende, Microsoft non ha mai sviluppato un sistema vero e proprio per favorire l’innovazione. Anzi, secondo alcuni miei ex-colleghi, Microsoft è andata sviluppando un sistema che soffoca l’innovazione. Malgrado possieda uno dei più grandi e migliori laboratori aziendali nel mondo, e si conceda il lusso di avere non uno ma tre Chief Technology Officer, la compagnia riesce regolarmente a frustrare il lavoro dei suoi pensatori più visionari.

Per esempio, nei primi anni in cui lavoravo in Microsoft, un gruppo di esperti grafici veramente brillanti inventò un modo per visualizzare il testo a video chiamato ClearType. Funzionava utilizzando i punti di colore degli schermi a cristalli liquidi per rendere i caratteri molto più leggibili a video. Sebbene avessimo realizzato questa tecnologia per favorire la vendita di e-book, essa dava a Microsoft un enorme vantaggio potenziale con ogni genere di dispositivo dotato di schermo. Ma ebbe anche l’effetto di infastidire altri gruppi all’interno di Microsoft che si sentivano minacciati dal nostro successo.

Alcuni ingegneri del gruppo Windows mentirono sostenendo che [ClearType] mandava in tilt lo schermo quando venivano impiegati certi colori. Il capo della divisione Office disse che i caratteri si vedevano sfuocati e gli dava il mal di testa. Il vicepresidente del settore dei dispositivi portatili fu ancora più brusco: avrebbe supportato e utilizzato ClearType, ma solo a patto che il progetto e i relativi programmatori venissero trasferiti sotto la sua direzione. Il risultato fu che malgrado [ClearType] ricevette grande favore di pubblico, malgrado il progetto fu promosso internamente, malgrado i brevetti e quant’altro, passarono dieci anni prima che una versione completamente funzionante di ClearType venisse finalmente incorporata in Windows.

Un altro esempio: quando stavamo costruendo il Tablet PC nel 2001, l’allora vicepresidente della divisione Office decise che il concetto non gli piaceva. Il tablet richiedeva l’uso di uno stilo, e lui preferiva di gran lunga le tastiere alle penne e pensò che i nostri sforzi erano destinati a fallire. Anzi, per essere certo che fallissero, si rifiutò di modificare le popolari applicazioni Office per adattarle al tablet. Pertanto, se si desiderava inserire un numero in un foglio di calcolo, o correggere una parola in un messaggio email, bisognava scriverlo in un’apposita finestra pop-up, la quale trasferiva le informazioni a Office. Un sistema seccante, goffo e lento.

Per cui, ancora una volta, malgrado il nostro tablet avesse ricevuto un supporto entusiastico da parte dei vertici amministrativi e fosse costato centinaia di milioni di dollari per lo sviluppo, ne fu sostanzialmente permesso il sabotaggio. Ancora oggi non è possibile utilizzare Office in modo diretto su un Tablet PC. E pur sapendo con certezza che sarebbe apparso un tablet Apple quest’anno, la divisione tablet in Microsoft è stata eliminata.

[...] Parte del problema [di ciò che non funziona in Microsoft] è la sua preferenza storica verso lo sviluppo di software (altamente redditizio) senza mettersi a costruire hardware (altamente rischioso). Questo aveva economicamente senso quando la compagnia venne fondata nel 1975, ma ora rende le cose molto più difficili quando si tratta di creare prodotti strettamente integrati e dal design meraviglioso come iPhone o TiVo.

Come fa giustamente notare Gruber, Vi immaginate il capo del gruppo iWork in Apple che dichiara arbitrariamente che non vi saranno versioni di Keynote, Pages e Numbers per iPad perché a lui non piace il concetto?

Non ho granché da aggiungere a commento di quanto ho tradotto, se non che è un’altra conferma del livello di disorganizzazione e di competizione interne a Microsoft, che possono raggiungere parossismi tali da soffocare anche quelle mosse tecnologiche e quelle innovazioni potenzialmente vincenti. Estesa e dalla struttura decentralizzata, Microsoft è — per tornare alla mia immagine in apertura — un gigante che procede a fatica perché ogni suo arto è pilotato da un gruppo diverso. Apple ne è l’antitesi — una struttura centralizzata e piramidale, snella e con una sola cabina di comando. Ma soprattutto Apple non soffre di crisi di identità, crisi in cui Microsoft si trova oggi immersa fino al collo.

Tanto per fare un ultimo accenno al recente dibattito sul futuro dell’informatica, con questo tipo di cultura aziendale e conflitti interni, quale apporto, quale spinta veramente innovativa possiamo aspettarci da Microsoft? Google, ovviamente, è un altro discorso.

Written by Riccardo Mori

7 febbraio 2010 alle 2:26 am

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L’iPad e la nuova informatica: altre riflessioni

con 28 commenti

Alcuni dei commenti ricevuti agli articoli precedenti mi hanno lasciato il dubbio: provare a rispondere in maniera articolata a chi è intervenuto, oppure scrivere un altro pezzo e proseguire così la discussione? Ho riflettuto e, com’è evidente da ciò che state leggendo, ho optato per la seconda alternativa. Sono cosciente che da quando è stato presentato iPad il Web è letteralmente impazzito fra reazioni, commenti, reazioni ai commenti, dissertazioni per provare che iPad è il male (un prodotto deludente, un flop in attesa di concretizzarsi, una moda passeggera, l’ennesimo inganno di Apple verso consumatori inebetiti dai falsi bisogni, ecc.) o il bene (iPad è un segnale che preannuncia una virata dell’informatica personale, che nei prossimi anni andrà semplificandosi e sarà più ‘umana’ e alla portata di utenti meno esperti, ecc.).

Ma almeno in questa sede, vorrei continuare a pensare a voce alta e a condividere le mie riflessioni prima che la discussione sfugga di mano.

Questo recente commento di Xanderoby sintetizza con una certa chiarezza una corrente di pensiero che altri condividono (l’ho visto qui, in commenti ricevuti in privato, e altrove sul Web) in reazione all’iPad ma specialmente all’articolo di Steven Frank e a chi la pensa come lui:

Posso dirti che, personalmente, mal digerisco novelli guru che profetizzano chissaché sulla base di analisi monche del contesto.
Posso dirti che, in mia modestissima opinione, iPad e dispositivi affini non sono altro che ennesimi dispositivi in cerca di funzioni e rivoluzioni, ma che in fondo non fanno che ampliare la tribalizzazione hardware dei dispositivi web-oriented, senza necessariamente produrre rivoluzioni, al più blande mode passeggere.
Posso dirti che, in contesti ben più reali che le iperboliche piroette di chi deve lucrarci, esser insultato (si vada dal “Vecchio Mondo” al “Quelli strani siamo noi” passando per un “Chi non ha capito cos’è iPad”) solo per aver un atteggiamento d’attesa sul fenomeno del momento mi indispone alquanto.
Questo comportamento, più che le psichedeliche visioni dei Futuribili, è il problema di chi per decenni ha convissuto con “gli strani” ed oggi (ma anche ieri, con iPhone e altri prodotti) sommessamente dissente.

È una posizione rispettabilissima, e in risposta cercherò di spiegare ulteriormente la mia, dato che si avvicina di molto a quella di Steven Frank.

Anzitutto vorrei riprendere alcuni concetti chiave dell’articolo di Steven Frank (se volete rileggerlo, ecco il link alla mia traduzione):

  1. Le possibili trasformazioni future dell’informatica personale a cui allude Frank sono, appunto, possibili. Nessuno, né io né Steven Frank stesso, le dà per assodate. Non si tratta di una predizione vuota. Si tratta di mettere alcune carte in tavola, pensare a ciò che iPad potrebbe rappresentare, intravedere una direzione che è sciocco non considerare, e costruttivamente fare qualcosa in tale direzione; leggendo la parte finale dell’articolo, a me sembra chiaro che la sua posizione non sia tanto iPad è il futuro, punto e basta, ma, appunto, che iPad sia uno stimolo — rivolto ai programmatori, ai tecnici — per cercare di sviluppare un’esperienza informatica nuova e più accessibile.
  2. iPad, nell’articolo di Frank, è un pretesto per riflettere su qualcosa di più ampio, ma ho l’impressione che molti lo abbiano preso alla lettera. È ingenuo pensare che l’informatica del Nuovo Mondo sia fatta da cloni dell’iPad, o che qualsiasi computer in un prossimo futuro abbia un’interfaccia touch a prescindere dalle dimensioni del dispositivo, e che tutti lavoreremo come Tom Cruise in Minority Report.
    Il discorso non è circoscritto alla tecnologia touch, ma si estende ragionando sull’interfaccia utente, su ciò che finora ha funzionato per una minoranza di utenti ma che non è stato sufficiente per permettere una familiarizzazione semplice e immediata (non mediata) con il computer da parte della maggioranza delle persone. In questo senso, l’interfaccia di iPhone, iPod touch e iPad dimostra che eliminando, o meglio oscurando, certe inutili (sottolineo, per i profani e i non-tecnici) complicazioni dell’interfaccia e di concetti astratti ormai cristallizzati (file, cartelle, directory), è possibile creare un’esperienza utente più amichevole, e abbassare la curva di apprendimento.
  3. Se questa rivoluzione avverrà o meno dipende da tutta una serie di variabili nient’affatto scontate, ma nell’articolo di Frank non sta scritto da nessuna parte che iPad è la via, la verità e la vita. Tutt’al più sta scritto che iPad è una proposta credibile, che Apple viene lasciata in un certo senso a fare da cavia, e che Apple, nella posizione in cui si trova, difficilmente avrà da perderci.

Inoltre occorre però tenere presente un elemento per me assai importante: le parole di Frank non sono quelle di un novellino, e il dibattito che ha scatenato non lo ha scatenato soltanto fra blogger e utenti più o meno esperti. Non dobbiamo dimenticare i programmatori e gli sviluppatori. Frank è uno di loro, e altri si trovano in accordo con lui. E sono queste persone che, alla fine, possono contribuire fattivamente a impostare certe direzioni nell’informatica prossima futura. Se a loro un dispositivo come iPad entusiasma, al punto di creare nuove applicazioni (nella doppia accezione di ‘programmi’ e ‘utilizzi’) per iPad e per i dispositivi touch di prossima generazione, è chiaro che avranno una certa influenza sia sul successo economico di iPad e affini, sia sugli sviluppi tecnologici. Altro che ‘blande mode passeggere’.

È ovvio che Apple con iPad cerchi il successo commerciale sulla scia di iPod (2001) e iPhone (2007), e che non è un’azienda di beneficenza, e che qualcuno ci lucra; ma, lucrare per lucrare, almeno arriva una proposta che può beneficiare anche l’utente qualsiasi, e a mio avviso è sempre meno peggio che continuare a perpetuare un’informatica fatta di interfacce inutilmente complesse per l’utente medio e per i compiti che deve/vuole effettuare con un computer; un’informatica con la quale una minoranza di esperti continua a trovarsi a proprio agio e che non vede motivo di cambiare. Entità come Microsoft hanno lucrato per anni con questo modello. E il fatto che la piattaforma Linux, malgrado esista da anni e si sia notevolmente evoluta e semplificata negli ultimi tempi, continui a non avere la diffusione sperata fra i comuni mortali, è un altro indizio della visibile spaccatura fra utenti esperti e utenti comuni, e del fatto che sia necessario fare un passo avanti verso un’interfaccia e un’informatica più accessibili.

Un altro che si trova in accordo con Steven Frank è Fraser Speirs, anch’egli sviluppatore Mac e iPhone, che nel suo articolo Future Shock, citato a più riprese nelle alte sfere del dibattito tanto quanto Steven Frank, esprime il suo punto di vista con chiarezza:

Per anni [noi tecnici] abbiamo creduto di dover semplificare maggiormente l’esperienza informatica per il cosiddetto ‘utente medio’. Trovo difficile arrivare a una conclusione diversa dall’ammettere che abbiamo totalmente fallito nell’impresa.

Sospetto che, segretamente, a noi tecnologi è sempre piaciuta l’idea che i Normali dipendessero da noi per il nostro sciamanismo tecnologico. [...]

Spesso l’effetto di regressione infantile provocato dall’alta tecnologia sugli adulti mi intristisce. Dall’avere controllo sul loro mondo, essi vengono proiettati indietro in un mondo puerile e medievale in cui appaiono dei gremlin a tormentarli per poi scomparire, contro i quali le uniche risorse sono la magia, gli incantesimi e l’aiuto dello stregone locale.

Con iPhone OS come rappresentato da iPad, Apple si propone di fare qualcosa, e intendo proprio fare qualcosa per ovviare alla situazione invece di limitarsi a chiacchierare e a dire che farà qualcosa; e questo ha fatto uscire di testa tanta gente.

Non il mondo intero, però. Le persone sconfitte dalla complessità e dai fallimenti tecnologici hanno subito capito che cosa sta succedendo. Così come lo hanno inteso quelli fra noi che hanno spiegato con pazienza, giorno dopo giorno, a un figlio o a un collega di lavoro che il motivo per cui non c’è il comando Stampa nel menu Archivio è perché, sebbene il documento Pages sia a pieno schermo, è il Finder a essere l’applicazione in primo piano, e non ha finestre aperte.

I Visigoti sono alle porte della città. Esigono di poter accedere al software, di essere in controllo di come sperimentare le informazioni. Magari a loro non piacerà la nostra arte eccelsa e la nostra cultura tecnica, e magari non sempre condividono il nostro senso estetico, ma sono quelle persone che abbiamo dichiarato di servire per 30 anni, al contempo rendendone la vita difficile nei modi più vari. E inoltre essi sono molti, molti più di noi.

Tante persone parlano del reality distortion field (campo di distorsione della realtà) di Steve Jobs, e non nego che quell’uomo abbia una capacità di convincimento quasi ipnotica. Tuttavia vi è un altro campo di distorsione della realtà in azione, e coinvolge tutti coloro che sbarcano il lunario grazie all’industria tecnologica. Quel campo di distorsione ci fa dire che i computer sono eccezionali, che funzionano alla grande, e che solo gli imbecilli non sono in grado di utilizzarli.

L’industria tecnologica avrà convulsioni di shock del futuro per un po’ di tempo. Molti si aggrapperanno alla loro idea pre-27 gennaio di ciò che occorre per eseguire del ‘lavoro vero’; si aggrapperanno all’idea che il ‘vero lavoro’ è la parte che ha strettamente a che vedere con il computer.

Non è così. Il Lavoro Vero non è formattare i margini del documento, installare i driver della stampante, caricare il documento, rifinire le diapositive di PowerPoint, avviare l’aggiornamento del software o reinstallare il sistema operativo.

Il Lavoro Vero è insegnare a un bambino, curare un paziente, vendere una casa, individuare i difetti di una strada, riparare l’auto al bordo della strada, registrare le ordinazioni al ristorante, progettare una casa e organizzare una festa.

Pensate ai milioni di ore di sforzi umani spesi per prevenire e risolvere i problemi causati da sistemi informatici completamente aperti. Pensate alla fatica che hanno fatto molte persone per acquisire delle capacità del tutto ortogonali alle loro passioni e alla loro professione, solo per poter finire il proprio lavoro con esito.

Se iPad e i suoi successori renderanno tutte queste persone libere di concentrarsi su ciò che sanno fare al meglio, ciò cambierà la percezione del rapporto con il computer, da qualcosa da temere a qualcosa da abbracciare con entusiasmo. Trovo difficile credere che la perdita di certi processi in background non sia un prezzo che val la pena pagare per avere dispositivi più amichevoli e meno intimidatori.

Concludo ribadendo l’aspetto che a me sembra fondamentale: se questo dibattito post-iPad serve a far capire a molti programmatori che la maggior parte delle persone ha bisogno di un’informatica più accessibile, ben venga, e quelli fra loro che riterranno opportuno muoversi nella direzione iPad, lo faranno, contribuendo essi stessi a modificare il panorama informatico. E chi vorrà continuare a utilizzare interfacce più complesse continuerà a poterlo fare, proprio come avviene in tanti altri ambiti in cui chi ha maggiore esperienza può usufruire di strumenti più complessi e sofisticati rispetto al comune utilizzatore.

Written by Riccardo Mori

4 febbraio 2010 alle 3:14 pm

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Dove andiamo con iPad

con 8 commenti

Il mio post precedente, in cui ho tradotto un articolo per me interessantissimo di Steven Frank, ha attirato molta più attenzione di quanto prevedessi, e voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto i complimenti per il servizio reso; sono contento, in primo luogo perché non ho perso tempo invano, e poi perché ho indirettamente contribuito al dibattito di qualità su iPad.

Ovviamente in questi giorni ho avuto io stesso modo di riflettere ulteriormente su iPad, sulle sue implicazioni e sulla discussione che ha generato sul Web, nonché sulle reazioni all’articolo medesimo di Steven Frank. Ahimé, cari lettori, vi aspetta un’altra lunga lettura. Abbiate pazienza.

1. Rivoluzione in sordina

Anzitutto trovo impagabile la reazione di chi ha sostenuto che, in fondo, l’oggetto presentato da Apple il 27 gennaio non sia nulla di straordinario e non capiscono tutto il sensazionalismo intorno a esso. Faccio solo notare che tutto quel sensazionalismo è stato montato da chiunque e in ogni luogo, meno che da Apple. L’unica cosa che Apple ha reso noto pubblicamente era l’evento organizzato per il 27 gennaio, e che avrebbe presentato un prodotto nuovo, “la nostra ultima creazione” come lo definiva l’invito.

Tutto il mondo, alla vigilia dell’evento, si aspettava l’oggetto che avrebbe rivoluzionato l’informatica. Molti si aspettavano un botto e sono rimasti delusi da quello che è sembrato il semplice ‘pop!’ di un turacciolo. Ebbene, credo che iPad sia davvero un dispositivo che rivoluzionerà l’informatica (quella personale, almeno), solo che non l’ha fatto con un botto, ma aprendo piccole crepe in un muro. Crepe che stanno già allargandosi a pochi giorni di distanza e due mesi prima della commercializzazione ufficiale di iPad. Tutta la discussione, l’abbondanza di articoli, le decine di messaggi che hanno fatto aumentare considerevolmente il traffico di tutte le mailing list che seguo, sono ovvi indicatori di queste crepe.

2. Tutto scorre, e fa paura

Il dibattito appare polarizzato su due fronti:

  1. C’è chi è entusiasta di iPad, che ha capito che può rivoluzionare in positivo l’esperienza informatica degli utenti, che ha capito che iPad può essere un oggetto semplice per fare cose magari complicate. C’è chi ha capito che iPad è importante non per quel che è oggi, non per come è fatto oggi, ma per l’impronta che darà domani, per la direzione che vuole intraprendere. C’è chi ha capito che iPad non è un oggetto immutabile e incapace di evolvere.
  2. Poi c’è un gruppo di persone, guarda caso tutte appartenenti a quella categoria che nel suo articolo Steven Frank chiamava utenti del Vecchio Mondo informatico, che sono visibilmente atterrite da iPad, da quel che rappresenta e soprattutto da quel che temono possa rappresentare per il futuro dell’informatica: una sostanziale involuzione. Vedono la semplicità concettuale, la chiusura hardware e lo stretto controllo di Apple lato software come una minaccia alla loro libertà e abilità di pasticciare, programmare, hackerare, personalizzare. Temono, in altre parole, che presto il computer come lo hanno conosciuto loro scompaia, lasciando il posto a dispositivi ’stupidi’ e immodificabili. Temono che questo possa frenare la curiosità di possibili futuri programmatori e ricordano con nostalgia i tempi di Commodore e Apple ][, macchine aperte e totalmente hackerabili, macchine che potevano fare di tutto e che invitavano alla sperimentazione.

Secondo me l'errore è appunto nel vedere iPad come dispositivo incapace di evolvere e di trasformarsi nel tempo. E siamo davvero tornati al 2007, quando apparve iPhone. Gli mancavano funzionalità e caratteristiche considerate essenziali: il 3G, i messaggi multimediali, il copia-incolla, la possibilità di effettuare il Tethering, ecc. In meno di tre anni sono arrivate tutte, e altro ancora. È arrivato lo SDK, la piattaforma si è aperta allo sviluppo di terze parti, sono arrivate migliaia di applicazioni; alcune di esse hanno esteso le funzioni dell'apparecchio, hanno sopperito a mancanze nella dotazione di software di serie, hanno migliorato compiti che iPhone poteva già fare, hanno contribuito alla percepibile evoluzione di iPhone in un intervallo di tempo relativamente corto.

La piattaforma Touch è destinata a evolvere paurosamente. Come scrivevo nei commenti all'articolo precedente, oggi l'App Store è in gran parte un mercato delle pulci, con tante bancarelle che propongono applicazioni di ogni tipo e molte di esse sono poco più che scherzetti e distrazioni sciocchine che lasciano il tempo che trovano. Ebbene, non sono per niente convinto che App Store rimarrà in questo stato quando iPad comincerà a diffondersi sul mercato. Quando nasceranno e aumenteranno le applicazioni ottimizzate per iPad, secondo me si produrrà uno scarto qualitativo rispetto al software disponibile per iPhone e iPod touch. Nasceranno applicazioni più sofisticate e professionali, che svilupperanno ed estenderanno ancora di più quelle potenzialità che pensiamo di aver indovinato semplicemente guardando il keynote del 27 gennaio. Sono convinto che si formerà un 'App Store Per iPad' nel quale troveremo programmi che esaltano l'interfaccia di iPad e sfruttano le sue peculiarità rispetto a iPhone.

Perché chi afferma che 'iPad non è altro che un grosso iPhone' a mio parere non ha capito iPad? Perché il fatto stesso che iPad abbia uno schermo da 9,7" e non da 3" è il nocciolo della questione e la radice di tutte le differenze di iPad rispetto a iPhone. Lo schermo più grande crea quella che a me piace definire 'reazione a catena di funzionalità'. Le maggiori dimensioni implicano una differente qualità e design costruttivi, i quali portano a un modo di maneggiare e manipolare iPad diverso da quello di iPhone; questo aspetto, a sua volta, implica una serie di applicazioni in cui iPad può rivelarsi più usabile di iPhone. Perché lo schermo più grande da un lato rende più efficaci applicazioni già esistenti per iPhone -- Mappe, Contatti, Calendario, per fare i primi tre esempi che mi vengono in mente; due dei quali sono software guarda caso modificati e adattati per funzionare ancora meglio su iPad -- dall'altro permette la creazione di programmi e applicativi che sarebbero improponibili su iPhone o iPod touch, date le ridotte dimensioni dei loro display.

A questo proposito, l'elemento più innovativo che ho notato seguendo il keynote è stata la presentazione della suite iWork espressamente ripensata per iPad. Le versioni di Keynote, Pages e Numbers per iPad sono eccezionali. È evidente che non sono state create delle brutte copie delle tre controparti che girano su Mac OS X. Sono state rifatte praticamente da zero. Se aggiungiamo il fatto che iPad può sfruttare anche una tastiera fisica, mi sembra facile intuire che cosa accadrà: oltre a sviluppatori iPhone OS che creeranno versioni per iPad delle loro applicazioni, iPad attirerà l'attenzione degli sviluppatori Mac, i quali, viste le dimensioni più generose di iPad e la possibilità di effettuare certi compiti con una comodità più da computer che da smartphone, saranno stimolati a creare versioni iPad del loro software per Mac OS X, sulla scia di quanto Apple ha fatto con iWork. Un primo segnale in questo senso sono le parole di Ken Case, CEO di Omni Group:

iPad ci sta davvero entusiasmando, e vogliamo rendere disponibili per iPad tutti i nostri prodotti il più presto possibile. Certo, avevamo già fatto tutta una serie di piani importanti per il 2010, con il rilascio di molti prodotti già anticipati da tempo, ma riteniamo che iPad sia troppo importante. Così importante, infatti, da spingerci a cambiare quel che avevamo pianificato, così da introdurre cinque nuove applicazioni per iPad.

Avete capito bene, cinque. Vogliamo portare su iPad tutti i nostri cinque programmi per la produttività: OmniGraffle, OmniOutliner, OmniPlan, OmniFocus, e OmniGraphSketcher.

Si tratta di un'impresa di grande portata e non possiamo fare tutto in una volta. Abbiamo iniziato a lavorare a versioni di OmniGraffle e OmniFocus per iPad non appena lo SDK è stato reso disponibile mercoledì pomeriggio, e speriamo di cominciare a metter mano a OmniGraphSketcker per iPad entro le prossime settimane.

3. Cosa resterà del multitasking?

Oggi leggo il commento di Simone, dove dice:

ma la cosa veramente orribile è questa:
“Un modo gestito di spostare i processi in background. Gli utenti del Nuovo Mondo stanno già sperimentando i benefici dell’incremento prestazionale e di autonomia della batteria offerti dall’incapacità di eseguire un task in background. Intanto gli utenti del Vecchio Mondo si stanno strappando i capelli.”

Qui si afferma che l’origine di tutti i problemi dell’informatica odierna è il multitasking e che svolgere un compito alla volta sia la soluzione di tutti i mali.

Non è esattamente così. Steven Frank sta soltanto spiegando come l'incapacità di eseguire processi in background (generati da applicazioni di terze parti, sottolineo, visto che alcune di quelle presenti di serie in iPhone possono farlo eccome) offra dei benefici tecnici, ma da nessuna parte sta scritto che il multitasking sia una cosa negativa da un punto di vista procedurale e di interazione uomo-macchina.

I problemi dell'informatica odierna sono altri. A tale scopo trovo assai centrato un post ancora più recente di Steven Frank, che è una sorta di appendice al precedente:

Sono davvero stanco del concetto (anche quando viene presentato in maniera satirica) secondo cui chiunque non sia in grado di padroneggiare un computer debba essere per forza un ritardato mentale. Il personal computer del 2010 è difficile da capire per i novizi e per quelle persone che hanno difficoltà a familiarizzare con concetti astratti. I Mac, i PC, tutti i computer presentano quell'ostacolo. Gente, siamo noi, noi siamo i bizzarri che comprendono cose come la partizione dei dischi, le espressioni regolari, le immagini disco virtuali, il task-switching e lo scripting delle shell -- l'eccezione siamo noi.

E quindi, mentre noi ci vantiamo delle nostre abilità nel creare interfacce 'semplici da usare' per le nostre applicazioni, milioni di persone stanno ancora cercando di capire come estrarre la nostra meravigliosa impeccabile applicazione dal suo archivio ZIP o dall'immagine disco virtuale. O di capire dove si trova la cartella Download. O magari anche di capire che diamine sia una 'cartella'. Se noi [programmatori, utenti esperti] non fossimo stati presenti a ogni stadio dell’evoluzione del personal computer sin dai giorni del DOS e di AppleSoft, scommetto che sarebbero concetti oscuri e fuorvianti anche per noi.

Per quanto continueremo a far ingrassare questo metaforico albatros della compatibilità all’indietro? Dobbiamo veramente continuare a confondere e frustrare milioni di persone solo perché un gruppo sparuto di persone non riescono proprio a fare a meno della loro scrivania virtuale a quattro direzioni?

Se voi, Signore e Signora Intelligentoni Esperti In Computer avete almeno la metà dell’intelligenza che vantate di avere, sono certo che non vi creerà alcun problema reimparare qualche nuova convenzione a livello di interfaccia utente, non importa quanto radicata.

Sin dai tempi dell’Apple ][, del Commodore 64 e dell'Atari 400, tutto quel che abbiamo fatto è stato aggiungere, aggiungere e aggiungere. Sempre più funzioni per vendere sempre più computer. Non ci siamo mai fermati per togliere qualcosa. Questo perché abbiamo paura di abbandonare ciò a cui siamo abituati per passare a qualcos'altro che potrebbe anche rivelarsi migliore. Migliore per tutti, non soltanto per una ristretta percentuale di utenti.

E sono abbastanza sicuro che tutto questo non sia solo una vaga fantasia che sta prendendo forma nella mia testa. Ho avuto esperienza diretta di persone che, sin da quando le conosco, hanno sempre fatto fatica a eseguire i compiti più rudimentali con un computer; bene, quelle stesse persone dopo aver preso in mano un iPhone si sono trovate a proprio agio nel giro di ore, se non addirittura di minuti. Per coloro che non conoscono e non sono già avvezzi all'uso dei computer, i dispositivi del Nuovo Mondo informatico sono più semplici da comprendere e da utilizzare.

Quindi, per rispondere a Simone e a chi, leggendo la mia traduzione dell'articolo di Frank nel post precedente, abbia avuto i suoi stessi dubbi, i problemi dell'informatica di oggi non hanno nulla a che vedere con il multitasking di per sé; se mai sono da individuare nella corsa continua ed esponenziale a infarcire i computer di funzionalità, la cui conseguenza è stata una progressiva complicazione dell'interfaccia utente. Per cui oggi, malgrado ogni sistema operativo vanti un'interfaccia 'intuitiva', in realtà non è proprio così, almeno per chi è a digiuno di computer.

iPad porta avanti una filosofia già in embrione con iPhone e iPod touch: la semplificazione dell'interfaccia, l'immediatezza d'uso, la realizzazione di un ambiente operativo in cui gli elementi parlano direttamente all'utente, che indovina senza gran sforzo come muoversi fra le applicazioni. La tecnologia touch ha contribuito moltissimo verso questa maggiore immediatezza e semplificazione, perché ha eliminato un piano di astrazione, quello di dover muovere una freccia (il puntatore) usando un attrezzo 'esterno', accessorio: il mouse. Nella piattaforma touch non c'è la mediazione del mouse e del puntare e cliccare. Tocchiamo, spostiamo, ingrandiamo, apriamo, chiudiamo, selezioniamo con le dita. Tutto è più naturale e comprensibile.

Questo però non significa che sotto la superficie le cose siano altrettanto semplici. È vero, oggi iPhone, iPod touch e iPad non offrono un multitasking vero, ma non è detto che la situazione rimanga in stallo anche domani. Tutti gli utenti esperti intimiditi dalla semplicità (o meglio, dal semplicismo) di iPad, si stanno formando un'idea fallace nella testa: l'idea che in un futuro prossimo tutti i computer siano uguali e funzionino esattamente come l'iPad di oggi.

Dobbiamo distinguere due tipi di multitasking: quello umano e quello della macchina. Funzionano in modi apparentemente simili, ma ci sono delle differenze. Per una macchina, detto in maniera semplice, il multitasking è la possibilità di gestire più processi contemporaneamente. Per l'uomo è sì la capacità di fare più di una cosa nello stesso momento, ma nel rapporto con il computer siamo generalmente concentrati su un processo in primo piano e godiamo della possibilità di passare rapidamente a un processo in background grazie al multitasking del computer. In altre parole, sul mio Mac adesso sono aperti tre browser, due client di posta elettronica, un client Twitter, un editor di testo, un programma per prendere note e questa stessa applicazione con cui sto scrivendo l'articolo. Il Mac gestisce tutti questi processi, ma io al massimo posso ascoltare musica o una persona che mi sta parlando mentre scrivo l'articolo (e sono così concentrato su quel che sto scrivendo che probabilmente non sarei nemmeno un buon ascoltatore). Mentre scrivo, con MarsEdit a tutto schermo, non sto contemporaneamente navigando il Web, scrivendo un'email, leggendo Twitter, prendendo appunti e traducendo un testo. Il mio Mac è sufficientemente potente da farmi passare a un'altra applicazione con un colpo di ⌘-Tab. Questo è un multitasking fra virgolette.

Nell'interazione uomo-macchina quel che è importante è che il passaggio da un'applicazione all'altra sia percepito come istantaneo. Se il mio Mac mi permettesse di aprire a tutto schermo solo un'applicazione alla volta, ma avesse una potenza di calcolo tale che, sempre battendo un tasto o una combinazione di tasti, chiudesse l'applicazione che sto usando ora (salvando tutte le modifiche ai documenti) e aprisse l'altra istantaneamente, per me utente il concetto di multitasking rimarrebbe intatto da un punto di vista percettivo. Apple ha sviluppato un processore dedicato per l'iPad. È un segnale.

4. La comunione dei dati

Una direzione possibile e auspicabile verso un'informatica personale più umana sarebbe, a mio avviso, il ritorno al modello in cui al centro si trovano i dati e i documenti, non le applicazioni. Esempi di questi modelli sono il sistema operativo del Lisa nel 1983 e il Newton OS del 1993-1998. Sistemi in cui l'utente rimane focalizzato sul proprio lavoro e non sui vari ferri del mestiere. Rileggiamo questo estratto dall'articolo di Steven Frank:

[Occorre trovare]:

  • Un modo per scambiare informazioni con altri dispositivi. I dispositivi del Nuovo Mondo si imparano facilmente e sono molto usabili perché non espongono il filesystem agli utenti e perché sono delle “isole di dati”. Non stiamo lavorando più con ‘file’ ma stiamo ancora lavorando con grumi di dati che sarebbe importante poter scambiare e condividere. Forse è la rete il fattore vincente qui. O magari unità flash di cui non vediamo i contenuti. Per quanto ne so, il Newton è stato il primo dispositivo in commercio al quale bastava dire “metti questa applicazione e tutti i dati che ho creato con essa su questa scheda rimovibile” senza mai vedere un singolo file o cartella. Il grosso tallone di Achille era che solo altri Newton potevano comprenderne il formato.
  • Un modo per condividere dati fra le applicazioni. Un qualcosa come la Clipboard, il blocco appunti, ma più grande. Non si tratta di un filesystem, ma di un modo per dire “porta questo oggetto dati da questa applicazione a quest’altra”. Ho creato un’illustrazione nella mia applicazione di disegno, e ora voglio passarla a quest’altra applicazione per ritagliarla e applicare filtri.

Una volta che iPad, in una sua futura incarnazione, o in un futuro aggiornamento del software, permetta alle applicazioni di condividere i dati fra di esse, e abbia un processore di adeguate capacità, ecco che non sarà nemmeno necessario che implementi il multitasking come su un normale Mac o PC. Gli utenti saranno in grado di utilizzare più applicazioni per manipolare i dati, che a quel punto saranno al centro della nostra attenzione e le applicazioni saranno come degli strumenti, delle estensioni, che ci permetteranno di gestirli, di raffinarli e di trattarli in un flusso di lavoro non dissimile da quello a cui gli utenti più esperti sono già da tempo abituati e svolgono a occhi chiusi sui loro computer Mac, Windows o Linux. La maggior facilità e immediatezza dell’interfaccia touch, tuttavia, renderà l’esperienza digitale molto più accessibile a chi non è pratico di computer e non ha tempo o voglia di comprenderne il funzionamento, le funzioni, le sottigliezze.

Si prefigurano tempi interessanti.

Written by Riccardo Mori

2 febbraio 2010 alle 5:30 pm

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Il Vecchio Mondo e il Nuovo Mondo dell’informatica

con 30 commenti

Un po’ sopraffatto dal marasma di sciocchezze lette e sentite all’indomani dell’introduzione di iPad, ho trovato rifugio e conforto in alcuni pezzi interessanti. Mi ha colpito in particolar modo la lunga riflessione di Steven Frank (uno dei fondatori di Panic), che a differenza di altri interventi tutti prevedibilmente focalizzati sull’oggetto iPad, si concentra maggiormente sul ruolo che dispositivi come iPhone, iPod touch e ora iPad, possano avere sull’evoluzione dell’informatica personale negli anni a venire. Mentre meditavo sull’impatto di iPad, sono arrivato a considerazioni molto simili alle sue, e per questo voglio proporre la traduzione integrale del suo contributo. Come per il post precedente, vi chiedo di avere pazienza e di leggere con calma; a mio parere sono riflessioni che meritano considerazione.

Devo parlarvi di computer. L’annuncio di iPad ha avuto un certo impatto su di me, è stato qualcosa di simile all’effetto delle montagne russe, e ho cercato di non scrivere nulla in merito fino a quando non avessi almeno un indizio su che cosa stava alla base di quella reazione.

Prima di tutto devo ricordare che su questo blog parlo esclusivamente a titolo personale e il mio punto di vista non riflette necessariamente quello della mia azienda o dei miei colleghi di lavoro.

Il fatto è che parlare di uno specifico hardware (come iPad o iPhone o il Nexus One o il Droid) significa non capire il punto che sto cercando di dimostrare. È una cosa molto più importante di porte USB, moduli GPS o fotocamere frontali. O gigabyte, gigahertz, megapixel, risoluzione dello schermo, dimensioni fisiche, form factor; insomma, lo hardware in generale, tutte queste cose sono irrilevanti in questa trattazione. Pertanto cercherò di evitare del tutto di parlare di questo genere di specifiche.

Stabiliamo invece alcuni termini nuovi: Old World e New World computing, ossia rispettivamente Informatica del Vecchio Mondo e Informatica del Nuovo Mondo.

Introduzione

Il personal computing, ovvero l’informatica personale (avere un computer in casa vostra o in tasca) come fenomeno generale è giovane. Per come lo conosciamo oggi, ha meno di mezzo secolo. È più giovane della TV, della radio, delle auto e degli aerei; è più giovane di molte persone, infatti.

In quell’intervallo di tempo così breve siamo passati da macchine che leggevano schede perforate, a terminali interattivi a linea di comando, a interfacce con mouse e finestre; ognuno di questi stadi ha rappresentato un cambio di paradigma. Molte persone ragionevoli, la maggioranza delle quali sono blogger, osservano questa storia e dicono “Guardate che progresso! Di sicuro l’interfaccia composta da scrivania + finestre + puntatore del mouse non può essere l’apice evolutivo — che cosa verrà dopo?”

Quel ‘dopo’ è arrivato, ed era talmente irriconoscibile per molti di loro (me compreso) che tutti lo abbiamo guardato e ci siamo chiesti “E questo che cazzo è?”

Il Vecchio Mondo

Nel Vecchio Mondo i computer sono macchine polivalenti, che fanno di tutto. Sono in grado di occuparsi di centinaia di migliaia di compiti, a volte tutti allo stesso tempo. Li acquistiamo per pochi soldi, li riempiamo di tutto il software che ci pare, e poi la paghiamo cara: instabilità, degrado delle prestazioni, virus, e curve di apprendimento ripide. I computer del Vecchio Mondo possono fare praticamente di tutto, ma si portano appresso il fardello di 30 anni di cambiamenti rapidi e non pianificati. Tutte le macchine Windows, Linux e Mac OS X rientrano in questa categoria.

Il Nuovo Mondo

Nel Nuovo Mondo i computer si focalizzano sui compiti. Leggiamo le email, navighiamo il Web, ci divertiamo con un gioco, ma non facciamo tutto contemporaneamente. Le applicazioni sono distinte, a compartimenti stagni, molto stagni. Di conseguenza i computer del Nuovo Mondo non hanno bisogno di antivirus, le loro batterie durano di più, vanno in crash assai di rado; ma i loro utilizzatori hanno perduto un certo grado di libertà. I computer del Nuovo Mondo presentano una facilità d’uso senza precedenti, e si avvantaggiano di decenni di ricerca in ambito di interazione uomo-macchina. Sono immediatamente comprensibili, veloci, stabili, e assolutamente concentrati sull’80% della famosa regola dell’80/20.

Il Nuovo Mondo è migliore del Vecchio Mondo? Nulla è mai solo bianco o solo nero.

I Floppy Disk

Un aneddoto: quando venne presentato il primo iMac, Apple tracciò una linea nella sabbia, e disse: d’ora in avanti non produrremo più un computer dotato di lettore di floppy. L’intera industria se la fece nei pantaloni così tanto e così fragorosamente che forse la reazione si avvertì persino nello spazio profondo.

Ma siete pazzi? Ho speso tutti questi soldi per un lettore di floppy! Tutto il mio software si trova su dischetti floppy! È un suicidio! Nessuno vi seguirà, nessuno sopporterà l’affronto!

Avanti veloce fino a oggi — Non mi viene in mente una sola cosa utile fattibile con un floppy disk. Posso andare al supermercato e comprare un CD, un DVD, o una chiavetta USB che è più veloce, più piccola e conserva dati per una quantità mille volte superiore, e generalmente costa meno di quanto costava ai tempi una scatola di floppy. O, ancora meglio, possiamo semplicemente passarci i dati attraverso la rete.

Per arrivare dove siamo adesso, certo, abbiamo dovuto buttare parte del nostro investimento in hardware. Abbiamo dovuto riorganizzarci. È stato necessario adattamento e un po’ di sacrificio. Il risultato finale — e credo che su questo siamo tutti d’accordo a prescindere dalla piattaforma che utilizziamo — è di vari ordini di grandezza più comodo, pratico, facile da usare, e commisurato alle capacità di immagazzinamento di informazioni oggi necessarie.

Rimanere ancorati ai floppy ci avrebbe risparmiato la scomodità di tale transizione, ma a che prezzo sul lungo termine?

Niente è mai solo bianco o solo nero. Intraprendere quella transizione aveva un costo, ma anche un beneficio.

Cambiare non era del tutto una buona cosa. Rimanere fermi non era del tutto qualcosa di sbagliato. Ma vi era un rapporto giusto/sbagliato tale che, alla lunga, si è dimostrato vantaggioso per tutti. Nell’immediato sembrava così insormontabile, così assurdo, che molte persone solitamente intelligenti lo ritenevano inconcepibile.

Per essere una specie notoriamente adattabile all’ambiente in cui si trova, noi umani siamo davvero refrattari al cambiamento. Specialmente quel tipo di cambiamento che ha a che vedere con lo spendere denaro.

Le automobili

Per la sua analogia, John Gruber ha usato l’esempio del tipo di trasmissione delle automobili, che è appropriato. Quando ho imparato a guidare, mio padre insisteva che imparassi su un’auto con cambio manuale, così sarei stato in grado di guidare qualsiasi veicolo. Credo sia stata una cosa saggia e utile.

Ma pur avendo imparato in quel modo, oggi guido una macchina col cambio automatico. Niente è mai bianco o nero: forse sacrifico un po’ di efficienza nei consumi e un certo livello di controllo dell’auto in situazioni avverse che in genere non incontro mai. In cambio, il mio cervello è libero di concentrarsi sulla strada davanti a me, sul luogo che intendo raggiungere, sul modo di evitare ostacoli (strategia), non su dettagli come la scelta del miglior rapporto di marcia possibile (tattica).

Un cambio manuale è migliore di uno automatico? No. Un cambio automatico è migliore di uno manuale? No. Non è questo il punto. Una domanda più consona: una strada popolata di conducenti che non sono distratti dagli arcani meccanismi di funzionamento delle loro auto, è più sicura? Probabilmente sì. E ciò ha un valore. Forse un valore che supera in importanza il valore offerto da un cambio manuale se lo estendiamo a tutti i conducenti di un veicolo su scala mondiale.

Cambio della guardia

Quando penso alla fascia d’età delle persone che rientrano nella categoria dell’Informatica del Vecchio Mondo, il grafico è grosso modo una curva a campana con la Generazione X (ehilà!) posizionata all’incirca nel centro. Per me è qualcosa di estremamente affascinante: gli utenti del Vecchio Mondo sono circondati da utenti del Nuovo Mondo che sono sia più giovani che più anziani di loro.

Alcuni miei parenti di una certa età hanno ricevuto ultimamente dei cellulari del Nuovo Mondo. Ho visto mentre scaricavano di loro spontanea volontà decine di applicazioni — un’operazione che avrebbe trasformato qualsiasi altro telefono in un aggeggio lento, dal crash facile, e succhia-batterie. Ma così non è stato. Non vengo più chiamato per offrire assistenza per questi dispositivi, perché il loro utilizzo si spiega da solo, l’interfaccia è intuitiva, e di solito le cose non vanno a rotoli come accadeva sui loro dispositivi del Vecchio Mondo.

Gli utenti del Nuovo Mondo non hanno motivo di usare cautela quando si tratta di riempire di applicazioni il loro dispositivo. Perché dovrebbe guastarsi qualcosa? Noi utenti del Vecchio Mondo, invece, siamo stati intimiditi al punto che per noi un’operazione del genere porterà sicuramente dei problemi. E ci stupiamo quando tutto va bene.

Ma il Nuovo Mondo spaventa a morte moltissimi utenti del Vecchio Mondo. Perché avviene una cosa del genere?

Le esigenze di una minoranza

Quando venne introdotto iPhone, me ne innamorai all’istante, ma la mancanza di un SDK mi frustrava. Quando venne introdotto lo SDK fui contentissimo, ma il processo di approvazione delle applicazioni da parte di Apple mi frustrava. Quando tutta una serie di problematiche di alto profilo è andata accumulandosi, come è noto, mi sfogai e mi scagliai contro l’intera situazione proprio qui sul mio blog. Annunciai l’inizio del mio boicottaggio dei dispositivi basati su iPhone finché non fossero avvenuti dei sostanziali cambiamenti e sicuramente, sicuramente non avrei mai acquistato altri prodotti basati su iPhone in futuro. Passai ad altri dispositivi, tutti un po’ più amichevoli nei confronti dell’utenza del Vecchio Mondo.

Il tutto è durato un mese.

Malgrado fossi estremamente frustrato dalle restrizioni, proprio quelle stesse restrizioni rendevano quel dispositivo del Nuovo Mondo una macchina dalle grandi prestazioni, estremamente stabile e affidabile; un dispositivo che non mi intralciava e mi permetteva di portare a compimento le mie cose.

Niente è mai solo bianco o nero.

Gli utenti del Vecchio Mondo sono particolarmente sensibili verso certi aspetti assolutamente non problematici per gli utenti del Nuovo Mondo. Abbiamo conosciuto i computer partendo dalle interiora. Molti di noi si sono appassionati ai computer esattamente perché si potevano modificare, erano aperti e senza restrizioni. Ci preoccupa che questi dispositivi del Nuovo Mondo possano soffocare, impedire la crescita di una prossima generazione di programmatori. Ma qualcuno può provare che tutto questo stia veramente succedendo? Non so voi, ma io mi guardo intorno e non ho mai visto così tante persone portarsi appresso dei computer palmari come in questo momento. Se anche una piccola percentuale di queste persone è interessata minimamente al funzionamento intrinseco di tali aggeggi, allora avremo eccome una nuova generazione di programmatori.

Il motivo per cui sto cominciando a pensare che il Vecchio Mondo sia destinato a soccombere è perché siamo circoscritti da entrambi i lati dal Nuovo Mondo, e quelle persone nate oggi, post-iPhone e post-iPad, non sapranno mai (e forse non gliene importerà nulla) come funzionavano le cose una volta. Proprio come adesso a nessuno importa nulla dei floppy, e nessuno è costretto a sapere come funziona un cambio manuale, se non vuole saperlo.

Se sommiamo tutti quelli più vecchi dell’inizio dell’Informatica del Vecchio Mondo, e ogni individuo che ancora deve nascere, otterremo una quantità di persone nettamente superiore a quanti ora rappresentano il Vecchio Mondo informatico.

E per tutta quella quantità di persone, secondo voi, che cosa sarà più importante? Un dispositivo facile da usare e a prova di crash, oppure un intrico complesso di barre strumenti, menu e finestre perché è questo che sostiene un’oligarchia di software totalmente fossilizzata nel proprio modello?

Cari compagni del Vecchio Mondo, mi duole dirvelo, ma siamo una minoranza. La questione non è “sparirà la metafora della scrivania?”. La questione è “perché la metafora della scrivania ci ha messo tutto questo tempo a sparire?”

Ma… ma io sono un professionista!

Questo è un bel giocattolo per i novizi, ma come diamine posso usarlo per farci del lavoro SERIO? Dopotutto sono un UTENTE MEGA PRO ESPERTO! A ME SERVONO ASSOLUTAMENTE LE BARRE STRUMENTI, LE FINESTRE, E…

OK, fermiamoci un istante.

Innanzi tutto, stabilirei la nascita dell’Informatica del Nuovo Mondo al 2007, con l’introduzione di iPhone. Si potrebbe, volendo, farla iniziare un poco più indietro, con la nascita delle prime applicazioni “Web 2.0″ al principio degli anni 2000. Ma in ogni caso si tratta di un fenomeno nuovissimo. Se i computer in generale sono giovani, l’Informatica del Nuovo Mondo è appena uscita dal grembo.

Ha davanti a sé un certo periodo di sviluppo e crescita.

Vi esorto a guardare alla questione in termini di quel che volete davvero ottenere e non secondo le modalità con cui eravate abituati a operare.

Facciamo un esempio banalissimo: diciamo che mi occupo di video digitale, e ho la necessità di codificare enormi quantità di dati video in qualche formato avanzato, e inviare il tutto a qualche server altrove. Non potrei mai farlo su un iPad! Giusto?

Beh, no, oggi probabilmente no. Ma sarebbe possibile farlo su un futuro computer del Nuovo Mondo?

Ricordatevi che l’hardware è un non problema: le memorie flash cresceranno fino a memorizzare terabyte di dati. I processori continueranno a moltiplicare in potenza, come hanno sempre fatto. Schermi, batterie, tutto migliorerà dandogli abbastanza tempo.

Per come la vedo io, molte di queste situazioni in stile “MA IO SONO UN ESPERTO!” possono essere risolte effettuando poche modifiche essenziali:

  • Un modo gestito di spostare i processi in background. Gli utenti del Nuovo Mondo stanno già sperimentando i benefici dell’incremento prestazionale e di autonomia della batteria offerti dall’incapacità di eseguire un task in background. Intanto gli utenti del Vecchio Mondo si stanno strappando i capelli. NON POSSO FARE MULTITASKING, giusto? Ritengo che debba esistere un ragionevole punto medio. Magari i processi potrebbero richiedere degli intervalli in background al sistema operativo. Magari un utente può attivare/disattivare la possibilità di far girare processi in background. Non so. Ma credo che possa esserci una situazione intermedia che non sacrifica quel che abbiamo guadagnato finora a scapito di parte della flessibilità a cui eravamo abituati.
  • Un modo per scambiare informazioni con altri dispositivi. I dispositivi del Nuovo Mondo si imparano facilmente e sono molto usabili perché non espongono il filesystem agli utenti e perché sono delle “isole di dati”. Non stiamo lavorando più con ‘file’ ma stiamo ancora lavorando con grumi di dati che sarebbe importante poter scambiare e condividere. Forse è la rete il fattore vincente qui. O magari unità flash di cui non vediamo i contenuti. Per quanto ne so, il Newton è stato il primo dispositivo in commercio al quale bastava dire “metti questa applicazione e tutti i dati che ho creato con essa su questa scheda rimovibile” senza mai vedere un singolo file o cartella. Il grosso tallone di Achille era che solo altri Newton potevano comprenderne il formato.
  • Un modo per condividere dati fra le applicazioni. Un qualcosa come la Clipboard, il blocco appunti, ma più grande. Non si tratta di un filesystem, ma di un modo per dire “porta questo oggetto dati da questa applicazione a quest’altra”. Ho creato un’illustrazione nella mia applicazione di disegno, e ora voglio passarla a quest’altra applicazione per ritagliarla e applicare filtri.

Solo affrontando queste tre problematiche (e ammetto che non si tratta di un’impresa semplice), credo che anche i compiti più raffinati e specializzati possano essere alla portata di un dispositivo del Nuovo Mondo.

Una scommessa sul futuro

Apple definisce iPad una ‘terza categoria’ che sta fra i telefoni e i computer portatili. Sono sempre più dell’idea che è soltanto una maniera per renderlo appetibile al pubblico durante la transizione alla ideologia del Nuovo Mondo che avverrà nei prossimi 10-20 anni.

Proprio come con i floppy disk, il resto dell’industria è assolutamente felice di lasciare ad Apple il ruolo di pioniere. È una scommessa. Ma se Apple vince la scommessa (e per adesso è sulla buona strada), si troverà anni e anni avanti rispetto alla concorrenza. Se Apple perde la scommessa, beh, non si trova in debito e sta seduta su una montagna di soldi che sembra Fort Knox. Può benissimo cadere in piedi.

La scommessa è, grosso modo, che il futuro dell’informatica:

  • presenterà un modello di UI basato sulla diretta manipolazione di oggetti di dati
  • renderà il filesystem del tutto invisibile all’utente
  • favorirà la facilità d’uso e la riduzione della complessità rispetto a una flessibilità assoluta
  • favorirà i vantaggi per l’utente finale più che per lo sviluppatore o per altri produttori
  • sarà basato su applicazioni native create per uno scopo preciso e applicazioni Web universalmente accessibili

Tutto sommato sembra un risultato realizzabile, e non è nemmeno tanto malvagio.

Ma noi del Vecchio Mondo dobbiamo imparare ad accettare il fatto che molte delle cose a cui siamo abituati stanno sparendo. Forse non se ne andranno subito, ma spariranno.

L’industria intera passerà all’Informatica del Nuovo Mondo? Non prima che Apple dimostri il proprio successo con questo tipo di approccio. Pertanto ritengo che difficilmente vedremo la nuova informatica applicata universalmente a tutti i dispositivi prima dei prossimi vent’anni.

Ma il keynote di mercoledì mi ha comunicato che questa è la direzione in cui Apple si sta muovendo. Fate i vostri piani di conseguenza.

Quanto ci vorrà per completare il passaggio dal Vecchio al Nuovo Mondo? Secondo me la fine sarà vicina quando sarà possibile realizzare una nuova applicazione per iPad su un iPad. Quando sarà possibile farlo comodamente senza dover ricorrere a un tradizionale computer da scrivania, i giorni dell’Informatica del Vecchio Mondo saranno ufficialmente contati.

L’iPad come dispositivo in sé non rappresenta necessariamente il futuro dell’informatica o del personal computer. Ma come ideologia credo di sì. Con il senno di poi, obiezioni come “Perché dovrei comprare questo dispositivo quando ho già un telefono e un laptop?” sembreranno sciocche come quando si diceva “Perché dovrei comprare un iPod se offre meno spazio di un Nomad?”.

Written by Riccardo Mori

30 gennaio 2010 alle 5:16 pm

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Prime considerazioni sull’iPad

con 18 commenti

© 2010 Apple, Inc.

Che giornata, ieri. Mi sembra superfluo aggiungere che iPad mi ha sorpreso in tanti modi. Analogamente, i primi commenti negativi di gente poco entusiasmata dal dispositivo non mi hanno sorpreso affatto. O forse sì, almeno alcuni, per l’intrinseca insensatezza. Ma come di consueto, cercherò di procedere con ordine. Mettetevi comodi, perché sarà una lettura lunga. Mi scuso in anticipo, ma ci sono davvero troppe cose da dire su iPad, e queste sono solo riflessioni preliminari. Più avanti mi piacerebbe poter avere un iPad per scrivere una recensione come si deve, ma sarà difficile che mi venga concesso.

Il nome

Come accadde quando Apple introdusse il primo MacBook Pro, ho avvertito un certo sapore amaro in bocca alla conferma che il nuovo tablet Apple si chiamava davvero iPad. Sicuramente un giorno mi piacerà, da qui a sei-sette mesi mi sarà entrato sottopelle, come appunto è avvenuto con il nome ‘MacBook’ in sostituzione dell’ottimo ‘PowerBook’. Fra i vari nomi che erano stati menzionati nella kermesse sensazionalistica pre-iPad, i miei preferiti erano Canvas e iBook. Una parte di me però non era molto convinta che Apple avrebbe riutilizzato un termine già legato a un precedente prodotto hardware. Ma iPad mi sembra una scelta debole, è un nome scialbo, che un dispositivo così a mio parere non si merita. Perché è un dispositivo decisamente forte. Un’altra ragione per cui non credevo che si sarebbe chiamato iPad, oltre alla ovvia somiglianza con iPod, è l’uso dell’ormai (per me) stantio prefisso “i”. Se guardiamo la linea dei prodotti Apple, i computer (da scrivania e portatili) hanno tutti un nome che inizia per Mac — MacBook, Mac Pro, Mac mini — mentre i dispositivi tascabili iniziano per i — iPhone, iPod. Notevole eccezione è iMac, la cui origine è legata all’uso del prefisso “i” per indicare il Mac con Internet e per differenziarlo dal primo Mac(intosh). Poi c’è un dispositivo che fa categoria a sé stante, AppleTV (o TV), che potrebbe definirsi oggetto per il multimedia domestico.

Sarà per come vedo io questa distinzione di linee prodotto, ma mi aspettavo che iPad avesse il prefisso Apple, e un nome come ApplePad (o Pad) quasi l’avrei gradito di più. Però è chiaro che se vediamo l’iPad come fratello maggiore della piattaforma touch di dispositivi portatili, ammetto che il prefisso i ha senso. Però, ripeto, non riesco ancora a digerire questo nome. Mi sembra una scelta priva di immaginazione e, come ho detto, non rende giustizia alla bellezza del dispositivo. (Per non parlare del fatto che continuo a scrivere “iPod” invece di “iPad”, e che frasi come “L’eleganza dell’applicazione iPod di iPad” mi sembrano tremende!).

L’aspetto

L’aspetto di iPad, invece, mi ha convinto da subito. Il design non sarà ‘innovativo’ come han subito strepitato alcuni (vorrei davvero sapere che diamine si aspettavano), ma è estremamente coerente con la produzione Apple degli ultimi tempi. La ricetta è quella: alluminio, vetro, cornice nera, schermo lucido. Trasmette austerità ed eleganza. Permette una notevole robustezza costruttiva. Impreziosisce l’oggetto, che appare appunto tutt’altro che a buon mercato (di qui lo stupore all’annuncio dei prezzi, di almeno 200 dollari più bassi delle più rosee previsioni). Una piccola eccezione, se posso permettermi, riguarda le icone visibili nella schermata Home all’accensione/risveglio di iPad. Trovo la griglia troppo grande. Le icone sembrano elementi sperduti in tutta quell’area a video. Ovviamente averle fatte grandi il doppio sarebbe stato altrettanto fuori luogo. Semplicemente, mi piacerebbe che iPad visualizzasse almeno il doppio delle icone in una schermata. Il Dock, soprattutto, con quelle quattro iconcine come su iPhone e iPod touch, mi appare mezzo vuoto, asettico. È questo dettaglio, credo, il maggior responsabile dell’aria da ‘iPod touch gigante’ che trasmette iPad di primo acchito. Per intenderci, è lo stesso effetto che mi dà il vedere il corpo di un gigante che però mantiene il volto, le mani e i piedi delle stesse dimensioni di una persona normale.

Quella piccola scenografia sul palco della presentazione, con poltrona e tavolino, è stata importante. Vedere iPad in mano a Steve Jobs durante la demo è stato molto interessante, in primo luogo per avere un’idea precisa degli ingombri, e poi per comprendere la maneggevolezza di iPad mentre lo si utilizza. È evidente come, malgrado si tratti essenzialmente di una tavoletta di alluminio e vetro senza parti anatomiche o ergonomiche, il dispositivo possa essere impugnato con sicurezza e maneggiato con agilità. A chi si è lamentato dello spessore ‘eccessivo’ della cornice nera intorno allo schermo, faccio notare che quando si impugna iPad i pollici devono poter appoggiare sulla superficie senza interferire con lo schermo sensibile al tocco, per evitare di premere un pulsante o spostare un controllo virtuale accidentalmente. Da quello che ho visto nel video della presentazione e nel materiale presente sul sito Apple, quella cornice nera è dello spessore giusto per garantire un’impugnatura efficiente.

Le funzioni

Anche qui è tutto piuttosto semplice, e il discorso di Jobs non sembra fare una piega: ultimamente è nata l’esigenza di offrire un tipo di dispositivo portatile che si collochi, per dimensioni e funzionalità, nel punto medio fra smartphone e computer portatile. Questo dispositivo, per avere una ragione d’esistere, deve saper svolgere una serie di compiti basilari — navigare il Web, gestire la posta elettronica, le foto, i filmati, la musica, potersi divertire con qualche gioco e, perché no, leggere libri e documenti in formato elettronico. Ma, sottolinea Jobs, deve poter svolgere queste funzioni in maniera ottimale, anzi migliore degli smartphone da una parte e dei computer portatili dall’altra; altrimenti non ha senso progettarlo, costruirlo e commercializzarlo. iPad è la risposta di Apple a tale questione. E da quel che si può vedere nella dimostrazione e dalle impressioni di chi ha potuto provarlo (come l’immancabile John Gruber), iPad svolge benissimo tutte quelle funzioni.

Ma iPad, a mio avviso, non è soltanto la somma delle sue funzioni di base. Come spero di comunicare con questo articolo, il grosso punto di forza di iPad sono le decine di possibili utilizzi, di possibili applicazioni che può avere nella vita quotidiana. Sono le possibilità di espansione e di penetrazione di iPad a renderlo una genialata e a farlo diventare, secondo me, il terzo colpaccio dopo iPod e iPhone.

L’interfaccia utente

Com’era prevedibile, iPad non è un Mac, quindi non è stato fatto (grazie al cielo) nessun tentativo di infilare un Mac OS X completo su un dispositivo del genere. Era logico supporre che la scelta sarebbe caduta sulla piattaforma touch, cioè su iPhone OS. Prima di vedere iPad, le mie perplessità sull’implementazione dell’interfaccia di iPhone in un oggetto grande almeno quattro volte tanto, erano legate proprio alle gestualità multi-touch. Come rendere efficienti su uno schermo da quasi 10 pollici certi gesti rapidi e naturali sullo schermo da 3 pollici di iPhone e iPod touch? Mi chiedevo: se l’interfaccia di iPad sarà un ingrandimento di quella di iPhone, non è che diventerà più scomodo maneggiare controlli, interruttori, pulsanti virtuali altrettanto ingranditi, allungati, stiracchiati? Beh, da quel che ho visto pare proprio di no. Perché da un lato certi controlli hanno mantenuto le stesse dimensioni che hanno su iPhone (come per esempio il cursore per sbloccare lo schermo di iPad), e dall’altro (perché non ci ho pensato prima?) bisogna tener presente che gran parte delle operazioni vengono fatte reggendo iPad con una mano e operando sullo schermo con l’altra nella massima libertà. Quindi, per esempio, il gesto di sfogliare un elenco di nomi, che su iPhone si fa con una mano sola (il palmo sorregge iPhone, il pollice scorre), su iPad si fa con due mani, altrettanto naturalmente e in maniera nient’affatto faticosa (almeno così mi pare da quel che è possibile vedere nella demo). Un po’ come reggere la tavolozza di un pittore, o una cartelletta, o un libro.

Ma l’interfaccia utente non è un semplice ingrandimento di quella di iPhone. Ci sono una serie di dettagli e rifiniture che mostrano con evidenza come certe parti di essa siano state riprogettate e adattate su misura a iPad. Safari, Mail e iTunes sono gli esempi più evidenti. Certi elementi di Safari e Mail mi piacciono persino di più delle controparti di Mac OS X. Con Mail, in particolar modo, trovo che sia stato fatto un lavoro eccezionale. Contatti e Calendario sono due applicazioni completamente diverse rispetto a iPhone, e guadagnano tremendamente in usabilità. Calendario mi fa gola con la sua somiglianza a un’agenda o planner cartacei, e mi ricorda vagamente l’applicazione Dates del Newton. Nella vista mensile si hanno davvero sott’occhio i vari impegni e appuntamenti. Spero segretamente che l’aspetto di queste applicazioni venga copiato e inserito in Mac OS X 10.7.

La presentazione della suite iWork adattata per iPad è stato un altro grande momento di stupore per me. Se non bastano le immagini sul sito Apple, segnalo la cronaca visiva dell’evento pubblicata da Engadget, oppure ovviamente di guardare il filmato QuickTime messo prontamente in linea da Apple. iPad rimane principalmente un dispositivo per fruire contenuti, più che per crearne — e lo schermo più grande e brillante garantisce una fruizione ancora migliore — ma la disponibilità delle tre applicazioni che costituiscono la suite iWork (Keynote, Pages, Numbers) permette anche la creazione e la rifinitura di documenti e progetti; e anche qui mi permetto di sottolineare l’ottimo lavoro svolto per ripensare l’interfaccia di questi tre programmi, nati per Mac OS X, e adattarla a un dispositivo con tecnologia multi-touch e tastiera virtuale (anche se può benissimo servirsi di una fisica), a un dispositivo che può cambiare l’orientamento dello schermo, particolare che richiede un’interfaccia flessibile e ugualmente utilizzabile. Se vi sembrano sciocchezze, vi prego di fermarvi a rifletterci su per qualche istante.

Sotto il cofano

Un’altra importante novità di iPad è montata nella scheda logica: il nuovo processore Apple A4, sviluppato da Apple e, anch’esso, realizzato su misura per iPad. Viaggia a 1 GHz e anche qui, a chi avesse dubbi sulle prestazioni, rimando alle impressioni di Gruber (vedere il link poco sopra, nella sezione Funzioni). Per chi non se la cava con l’inglese, riassumo: nei 20 minuti che Gruber ha avuto per provare iPad, la velocità del dispositivo è stata praticamente l’elemento più notevole. La velocità si percepisce uniformemente in qualsiasi punto dell’interfaccia e svolgendo qualsiasi compito: le applicazioni sono veloci, lo scorrimento è veloce, il rendering delle pagine Web è veloce. È la riprova, per chi fosse tuttora ancorato alle prestazioni misurate in megahertz o gigahertz puri, che la velocità del clock della CPU è relativa, e che quel che più conta sia l’avere un insieme di hardware e software che lavorano armoniosamente come una grande squadra. È per questo che, per bella che sia l’identità open source di una piattaforma come Android, continuo a credere che un sistema ‘chiuso’ e proprietario abbia dei vantaggi importanti per quanto riguarda la coerenza del software, lo sfruttamento ottimale delle caratteristiche hardware, la robustezza del sistema e l’omogeneità dell’interfaccia.

L’impatto

iPad è la risposta di Apple a due segmenti di mercato: ai netbook da una parte, ai lettori di eBook dall’altra. La mia è una sensazione e non voglio neanche chiamarla analisi, perché iPad è stato appena annunciato, ma ho il forte presentimento che iPad sbaraglierà netbook e lettori di eBook, in tempi relativamente brevi.

I vantaggi di iPad rispetto al netbook: lo schermo superiore, la qualità costruttiva, l’avere un sistema operativo realizzato per svolgere al meglio una serie precisa di compiti, l’usabilità, il multi-touch, il fatto che possa essere utilizzato con tastiere di dimensioni standard (e scommetto che persino quella virtuale è organizzata meglio di quella di un netbook, oltre a essere comunque più grande), il fatto che possa essere utilizzato come lettore di eBook, la versatilità unita a dimensioni contenute e alla connettività con il Mac (che resta il computer principale) e, prima che me ne dimentichi, il prezzo, estremamente aggressivo e competitivo. iPad è, a questo proposito, il prodotto Apple con il prezzo in assoluto più accessibile, considerando ciò che offre. Un altro vantaggio (ma questa è opinione personalissima) è che non è un PC con una qualche versione stiracchiata di Windows. Ah, e non dimentichiamo nemmeno il parco software, che di partenza è praticamente tutto l’App Store, più le applicazioni iWork create su misura da Apple.

Per quanto riguarda i vantaggi rispetto ai lettori di eBook, e al Kindle in testa, parto da un’obiezione che ho letto da qualche parte (non ricordo più se in chat su IRC o su Twitter o su qualche blog): obiezione che suona più o meno così: Ma come, si è fatto un gran parlare della tecnologia e-Ink, del fatto che sia migliore per la vista e per la lettura di testi elettronici, del fatto che l’assenza del colore e dello schermo retroilluminato siano un vantaggio di molti lettori di eBook dedicati, e adesso arriva Apple con l’iPad — che non ha tecnologia e-Ink, ecc. ecc. — e vorrebbe spuntarla? È un’obiezione sensata, a cui rispondo volentieri. Dirò che, a prescindere dalla bontà di iBook (la nuova applicazione per leggere libri elettronici) e dell’iBook Store (il nuovo servizio di vendita di testi elettronici, in collaborazione con 5 grandi nomi dell’editoria internazionale), iPad ha già in partenza due enormi vantaggi rispetto al Kindle (per fare un esempio preciso del lettore di eBook che sta avendo più successo). Il primo vantaggio è che iPad non si limita alla lettura di eBook ma è un dispositivo polivalente in grado di fare di più e in maniera più divertente di qualsiasi Kindle e similari. Il secondo vantaggio, come nel caso dei netbook, è il prezzo. Il modello base di iPad costa 499 dollari; il Kindle DX (la versione ‘grande’ del Kindle), che non ha schermo a colori, non ha lo schermo sensibile al tocco, ed è estremamente più limitato nelle funzionalità, costa 489 dollari. Ora, io non sono un genio del marketing, ma se dovessi scegliere non avrei esitazioni, a meno di essere un vero fanatico della tecnologia e-Ink.

Quindi, se da una parte è indubbia la superiorità tecnologica di e-Ink, dall’altra iPad potrebbe benissimo spuntarla per la sua superiorità pratica. Steve Jobs non ha mai nascosto il suo scetticismo nei confronti di dispositivi dedicati, specie i lettori di eBook. In un’intervista con Pogue, Jobs disse: Sono certo che dispositivi dedicati ne vedremo sempre, e possono senz’altro avere dei vantaggi nello svolgere bene un solo compito. Ma credo che i dispositivi polivalenti e multi-funzionali avranno la meglio, perché ho l’impressione che la gente non abbia tanta voglia di investire denaro in un dispositivo dedicato. Difficile dargli torto, a condizione ovviamente che il dispositivo polivalente sia in grado di svolgere bene i vari compiti per i quali è stato ideato. Da quel che vedo, iPad mi sembra un ottimo candidato.

L’appetibilità

Mentre osservavo le immagini che Engadget caricava in diretta durante l’evento, stavo pensando al tipo di utenza a cui può rivolgersi iPad. È veramente variegata: dai soliti noti, come l’utente che vuole qualcosa di leggero, versatile, ben fatto e piacevole da usare, a categorie di persone meno ovvie. Pensavo per esempio a persone come i miei genitori: per loro, che sono praticamente a digiuno di sistemi moderni (mio padre ha usato dei PC quando lavorava in azienda, più il Macintosh Classic che gli prestai per fare videoscrittura leggera e bilancio familiare), un Mac sarebbe troppo e non sfrutterebbero tutte le sue potenzialità; in più dovrei mettermi a spiegare loro tutta una serie di operazioni di base per familiarizzare con Mac OS X. Un iPad sarebbe tutta un’altra cosa: l’interfaccia intuitiva e la bassa curva di apprendimento renderebbero l’esperienza molto meno frustrante sin dalle prime battute, e le dimensioni maggiorate rispetto a un iPod touch permetterebbero loro di navigare il Web, usare la posta elettronica e leggere libri molto meglio che su un dispositivo da 3 pollici. Pensate alla vostra rete di conoscenze: amici, ma anche familiari, parenti, ecc.: sono quasi certo che troverete almeno una persona per la quale iPad sarebbe l’approccio perfetto alla vita digitale odierna. Per questo ho l’impressione che se ne venderanno a vagonate.

Gli accessori

Prima di elencare alcune delle obiezioni che ho captato nelle ore successive all’introduzione di iPad, voglio sottolineare una cosa che iPad ha fin da subito: un’ottima gamma di accessori. Oltre a un dock per tenerlo sollevato come fosse una cornice digitale (e, volendo, per usarlo come tale), Apple ha prodotto un dock con tastiera fisica integrata (iPad supporta tastiere fisiche: sia quella creata apposta per lui, sia, udite udite, le tastiere Bluetooth di Apple) e una custodia protettiva che si può ripegare in vari modi per tenere inclinato iPad, sia per vedere foto e filmati, sia per scrivere con maggiore comodità quando si usa la tastiera virtuale. Potete vederli in fondo a questa pagina sul sito Apple. Inoltre è disponibile anche un iPad Camera Connection Kit (visibile in fondo a quest’altra pagina), che consiste di due adattatori: uno per collegare la fotocamera via USB, l’altro è un lettore di schede SD. Sul sito Apple si menziona la gestione di foto e filmati, ma sarei curioso di vedere se è possibile importare anche file di testo e PDF, usando quindi la scheda SD come fosse una chiavetta USB.

“Bello, però non ha…”

  • …Il supporto di Flash: Ingenuo chi se lo aspettava. Personalmente sono molto contento che non l’abbia. Se c’è una cosa che ha dimostrato iPhone è che è possibile avere una buona esperienza di navigazione del Web anche senza questa tecnologia, che pur avendo i suoi meriti, il fatto di essere completamente in mano ad Adobe è un grosso ostacolo per il Web, che dovrebbe essere composto da tecnologie aperte e rispettose degli standard. Il Web è un contesto in cui l’apertura e la non-proprietarietà sono punti di forza e che vanno sostenuti. Come ha più volte sottolineato John Gruber, Apple si trova molto meglio in una situazione in cui la qualità di un suo prodotto dipende interamente da essa. Non può fermarsi e aspettare i comodi di Adobe; non può rischiare di offrire un MobileSafari le cui prestazioni sono azzoppate da un Flash non perfettamente ottimizzato per il sistema.
  • …La videocamera frontale: È vero, non ce l’ha. In effetti non sarebbe male usare iPad per videoconferenze e chat video. La mia idea? Apple tasta il terreno e valuta le reazioni all’iPad. Se c’è l’esigenza, la prossima iterazione di iPad avrà iSight incorporata. Mi pare una mossa da ABC del marketing.
  • …La fotocamera sul retro come iPhone: Giuro che ho sentito anche questa obiezione. Vi immaginate la comodità di scattare foto sollevando iPad a mezz’aria e tenerlo con due mani come se stessimo sbandierando cartelli di protesta a una manifestazione? Andiamo, la fotocamera su iPad è una baggianata.
  • …La possibilità di telefonare: Vedi sopra. Telefonare e ricevere telefonate, con l’iPad? Sul serio? La scomodità e impraticità della cosa sono sufficientemente lapalissiane o devo stare anche a spiegarlo?
  • …Il multitasking: Su questo non ho letto nulla di definitivo, e non è escluso che il veloce processore A4 possa permettere ad applicazioni di terze parti di girare in background. Per ora, vista la demo, ho l’impressione che iPad ne abbia ancor meno bisogno dell’iPhone, nel senso che mi sembra un dispositivo nato per fare una cosa alla volta, a pieno schermo, senza altre interferenze. È chiaro che le applicazioni Apple hanno una corsia preferenziale per operazioni in background e interoperabilità, e che magari verrà posto l’accento ancor di più sulla tecnologia Push per le notifiche di applicazioni di terze parti. Per il momento credo che iPad sopperisca a questa presunta mancanza di multitasking con la velocità di funzionamento, nettamente superiore a iPhone. In ogni caso può essere che la maggior potenza del processore e la maggiore quantità di RAM (Apple non la specifica, ma non mi stupirei se fosse dell’ordine di 512 MB) permettano l’implementazione del multitasking in seconda battuta.

Mi sono sicuramente dimenticato di altre obiezioni, ma per quello ci sono i commenti. Concludo queste prime riflessioni dicendo che sono molto stupito anche dall’autonomia della batteria: 10 ore di operazione continuata non sono niente male (un mese in stand-by: non male neanche questo). Ma, ribadisco, il dettaglio che farà fare il botto a iPad è il prezzo. Vista la qualità, le capacità, e tutto quanto, ero sicuro che il modello base sarebbe partito da almeno 700 Euro. Felice di essermi sbagliato.

Written by Riccardo Mori

28 gennaio 2010 alle 7:11 pm

Pubblicato in Benvenuto in Macintosh, iPad

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iWeb capriccioso

con un commento

In questo ultimo giorno di quiete prima della tempesta che sarà l’evento Apple di domani, provo a distogliere l’attenzione da qualsiasi dispositivo che lontanamente assomigli a un tablet, e a raccontare un episodio che mi è accaduto qualche settimana fa e di come ne sono venuto fuori; magari può servire a qualcuno in una situazione analoga.

L’anno scorso iniziai un progetto in iWeb per pubblicare un piccolo sito (essenzialmente un indice dei luoghi ove trovare i miei lavori sul Web, e una vetrina per propormi nella mia veste di traduttore professionista) nello spazio Web che offre Apple a chi come me è iscritto a MobileMe. All’epoca la mia macchina principale era ancora il PowerBook G4 con Mac OS X Leopard, e utilizzavo iWeb ‘08. Fra impegni e problemi di salute, il progetto è rimasto nel congelatore per un bel po’, e ho deciso di riprenderlo in mano lo scorso novembre. Nel frattempo sono passato al MacBook Pro, a Snow Leopard, e a iWeb ‘09.

Non so esattamente se il colpevole sia Snow Leopard o iWeb ‘09, ma sta di fatto che quando sono andato a riaprire il progetto, iWeb ha cominciato a chiudersi inaspettatamente ancor prima di visualizzarlo. L’errore che ricevevo era iWeb quit unexpectedly while using the SFWordProcessing plugin, ossia iWeb si è chiuso mentre tentava di utilizzare quel fantomatico plug-in SFWordProcessing. E non c’era mezzo di riaprire iWeb.

Dopo qualche indagine sulla rete, ho scoperto che il colpevole era uno dei font compresi in Mac OS X, Hoefler Text, che per qualche ignoto motivo è (diventato) indigesto a iWeb. Disattivandolo in Libro Font, tutto è tornato alla normalità e ho potuto riprendere a lavorare al mio progetto (il quale faceva uso del tema “Carta stratificata”, che si serve appunto di Hoefler Text come font di default). È stato necessario, ovviamente, procedere a sostituire tutto il testo formattato con quel font scegliendone un altro.

Spero che con i prossimi aggiornamenti di Snow Leopard gli inconvenienti con i font vengano risolti. Di tanto in tanto incappo in qualche serio conflitto di potere fra Libro Font (che non uso come gestore di font) e FontExplorer Pro.

Written by Riccardo Mori

26 gennaio 2010 alle 1:27 pm

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La sostenibile leggibilità del blog

con 5 commenti

Da alcuni giorni sto sperimentando la recente integrazione di Typekit con WordPress. Amando la tipografia, ho pensato fosse buona cosa abbellire un poco il mio blog con delle lievi modifiche visuali. Ho cambiato il font dei titoli degli articoli e quello utilizzato per le citazioni di stralci di testo scritti da altri. L’idea non si limitava a una questione estetica: mi sembrava necessario utilizzare un modo per differenziare con chiarezza le citazioni. È vero che WordPress, in presenza del tag blockquote mette dei bei virgolettoni e indenta i paragrafi citati in modo chiaro, ma nei casi di citazioni estese preferisco l’aiuto di un font diverso da quello standard del tema grafico che ho scelto per Autoritratto con mele, in modo che il lettore abbia sempre chiaro di chi sia la ‘voce’, per così dire.

Parlando di queste modifiche che ho apportato mediante Typekit, in un commento all’articolo precedente Koolinus annota:

Il problema con le font è che non sai mai quel che trovi lato utente… questo che ti linko è un estratto del testo citato che tanto ti piace visto su un Windows 7 con l’ultima beta di Chromium. (Non ho office installato quindi la dotazione di font è abbastanza minimale). Abbastanza ‘urendo’, no?

Non è esattamente una bellezza, siamo d’accordo. Prima che si pensi che mi sia messo a pasticciare impulsivamente con il giochetto nuovo, quando stavo scegliendo i font per titoli e citazioni, verificavo la leggibilità del blog sulle ultime versioni stabili di Safari, Camino, Firefox, Chrome, OmniWeb, Opera, iCab, Stainless su Mac, e Chrome e Firefox su PC (Windows XP). Ho trovato i risultati abbastanza soddisfacenti, nel senso che le uniche due situazioni che mi si sono presentate sono state:

  1. Il browser visualizzava esattamente i font da me scelti (scenario ottimale);
  2. Il browser visualizzava gli elementi cambiati del blog (titoli e citazioni) con font differenti, ma al tempo stesso diversi dal font di default del blog, e comunque leggibili (scenario accettabile quando la priorità è la differenziazione del testo, più che l’abbellimento fine a se stesso).

Avendo letto i forum di supporto di Typekit sono a conoscenza che il rendering delle librerie di font messe a disposizione da Typekit è problematico in ambiente Windows (Internet Explorer e Firefox 3.5.x pare non visualizzino i font scelti), e chiaramente non pretendevo che tutti i visitatori del blog vedessero perfettamente i font da me scelti; mi bastava che vedessero font diversi e che il testo rimanesse leggibile. Nell’immagine fornita da Koolinus si nota una situazione che differisce dalle due da me incontrate: abbiamo un font che è molto simile a quello che ho scelto per le citazioni, ma tracciato malamente dal browser, il che lo rende meno leggibile.

Quelli di Typekit sono ovviamente al corrente di questi problemi, e vediamo se riusciranno ad aumentare la compatibilità con tutti i browser. A me interessa sapere se vedete bene il testo su Autoritratto con mele o se ci sono grossi problemi di leggibilità. Io, specie dopo il tempo investito a fare prove, sono piuttosto riluttante a tornare indietro, ma ritengo doveroso fare un piccolo sondaggio, anche perché non posso essere un sostenitore dell’usabilità e poi ipocritamente infischiarmene proprio sul mio territorio. Ribadisco, non mi interessa sapere se vedete i font da me scelti in tutta la loro eleganza, ma se vedete citazioni e titoli degli articoli disegnati con un font diverso dal testo principale e leggibile. Se la maggioranza ha problemi di visualizzazione e leggibilità, disattiverò le modifiche e il testo tornerà come prima.

Written by Riccardo Mori

25 gennaio 2010 alle 12:27 am

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Comando-S

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Circa un anno fa, John Gruber scrisse un articolo molto interessante, intitolato Untitled Document Syndrome, ovvero Sindrome del documento senza titolo. Ieri mi è capitato un fastidioso imprevisto che mi ha fatto ricordare l’incipit di quell’articolo:

Scenario: vi viene un’idea riguardo a qualcosa, aprite un documento nuovo nell’applicazione più appropriata, e poi ci lavorate per ore prima di rendervi conto che non avete ancora salvato il documento. Quando succede, solitamente ridacchiate fra voi: Hah, mi sa che è meglio salvare questa cosa. A volte, però, è un disastro, perché vi rendete conto di questa dimenticanza quando l’applicazione va in crash o quando salta la corrente.

Negli anni la versione disastrosa mi è capitata alcune volte. Quel che mi pare davvero strano, tuttavia, è che di tanto in tanto mi accorgo di ricascarci. La chiamo ‘Sindrome del documento senza titolo’, perché quando mi colgo in flagrante, noto che mi succede quasi sempre con una finestra di un nuovo documento senza titolo, e non con un file già esistente con modifiche non salvate. Tutti i salvataggi dopo il primo non richiedono altro che un veloce Comando-S (⌘-S)

Ieri, come dicevo, mi è successa esattamente la versione disastrosa dello scenario raccontato da Gruber. In mattinata avevo iniziato un lavoro di traduzione: aperto il testo originale inglese in BBEdit 8.2.6, gli affiancavo una finestra con un nuovo documento senza titolo in cui battere la traduzione italiana. Preso dal lavoro, dopo qualche ora ero arrivato circa al 40% del totale da fare. Mi sono fermato, sono andato a farmi una doccia e a prepararmi per andare alla biblioteca del Politecnico di Valencia, dove avrei continuato a lavorare sul MacBook Pro per poi tornare a casa con mia moglie.

La cronaca del disastro, al rallentatore, è come segue. Pronto per andare, mi avvicino alla scrivania per scollegare il MacBook Pro dalla postazione desktop. Invece di dare il comando di stop dal menu Mela — come faccio sempre prima di staccare alimentazione, cavo Ethernet, cavo video che va al monitor esterno, cavi USB vari — nella fretta metto in stop il MacBook Pro chiudendo il coperchio. Facendo così, il Mac ha creduto che volessi continuare a usare il monitor esterno con il Mac chiuso (si dice anche ‘modalità clamshell’), quindi il monitor LCD esterno si è riacceso. Staccando i vari cavi, compreso l’adattatore mini DisplayPort – VGA, il MacBook Pro è infine andato in stop. Tutto bene, in fondo — almeno così credevo.

Sfortuna ha voluto che in biblioteca non c’era un luogo tranquillo dove mettermi (mi ero dimenticato che al Politecnico è epoca di esami, e gli studenti sovraffollano le varie biblioteche di dipartimento), e ho detto a mia moglie che, avendo bisogno di concentrazione, preferivo tornare a casa. Giunto nel mio studio, prendevo il MacBook Pro dallo zaino e lo ricollegavo a tutte le periferiche sulla scrivania. Solo che, a causa del modo in cui avevo messo a dormire il portatile prima, quando ho ricollegato il monitor esterno mi è accaduto quello spiacevole (e tuttora irrisolto) inconveniente di cui avevo parlato in questo articolo — il MacBook Pro si è spento.

Quando l’ho riavviato, ho riaperto le applicazioni che erano attive al momento dello spegnimento improvviso (ognuna, a suo modo, maledicendomi e protestando: i browser lamentavano sessioni chiuse inaspettatamente, Mailsmith si lagnava di alcuni lievi errori di scrittura su certe caselle di posta, che andavano quindi ricostruite, eccetera). Ho lanciato BBEdit e ho cercato il mio file nei documenti recenti, ma c’era soltanto il documento con il testo originale inglese. A quel punto mi è sceso un brivido lungo la schiena: non avevo salvato la controparte italiana. Ho frugato con Spotlight e Find Any File nelle cache e nei documenti nascosti creati durante la giornata, ma niente da fare. Una mattina di lavoro buttata alle ortiche. Colpa di un momento di sbadataggine unito a una certa dose di sfortuna (perché non avrei perso nulla se solo avessi risvegliato dallo stop il Mac in biblioteca: mi sarei accorto del documento senza titolo e lo avrei salvato seduta stante), ma è anche compito delle applicazioni dare un minimo di protezione all’utente in casi come questo, come sostiene anche Gruber nell’articolo citato.

Nello specifico, non mi sento di dare la colpa a BBEdit. Se mai l’episodio mi ha ricordato che forse è giunto il momento di fare l’aggiornamento alla versione 9 del programma; la quale, fra le tante altre belle cose, possiede proprio una funzione ’salvagente’. Ne parla Gruber sempre in Untitled Document Syndrome:

[...] [G]li sviluppatori di applicazioni basate su documenti dovrebbero proteggere gli utenti da se stessi. Il nostro lavoro dovrebbe essere salvato anche se non viene salvato il documento stesso. Separiamo la gestione di elementi nel file system dall’idea che quel che abbiamo scritto o disegnato o editato debba essere ’sicuro’. BBEdit 9 ha una buona implementazione di tale funzione. Una volta ogni minuto, il programma memorizza in maniera silenziosa e invisibile una copia di ogni finestra di documento aperta. Se BBEdit va in crash o viene terminato in maniera anomala (per esempio se l’intero sistema va in crash), la prossima volta che si avvia BBEdit, esso ricupererà il nostro lavoro fino all’ultimo stato auto-salvato. Perciò, alla peggio, avremo perduto gli ultimi 59 secondi del lavoro. Non si tratta di effettuare un auto-salvataggio dei file nel file system — la funzione di autosave di BBEdit ripristina anche le finestre di documenti ’senza titolo’ che non sono mai stati salvati come file. Non vedo proprio perché ogni applicazione non debba proteggere il nostro lavoro in modo simile.

Appunto. MarsEdit, l’ottimo programma che utilizzo per scrivere i miei articoli e pubblicarli online ha una funzione analoga, e non ho mai perso un post non salvato. Il già citato Notational Velocity ha una memoria persistente per le note create, e non esiste il comando ‘Salva’. Proprio come accade sul Newton con ogni applicazione. Nei prossimi giorni cercherò di stilare un elenco delle applicazioni che proteggono l’utente in questo senso. Nel frattempo il mio banale consiglio è quello di salvare frequentemente, anzi salvare subito il documento vuoto senza titolo, per evitare che un imprevisto qualsiasi lo faccia svanire nel nulla.

Written by Riccardo Mori

21 gennaio 2010 alle 9:51 pm

Pubblicato in Benvenuto in Macintosh, Sicurezza

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Appunti non sparsi

con un commento

Esistono diverse applicazioni per iPhone che servono a prendere appunti e scrivere note veloci. Io sono abituato diversamente, e per il grosso delle mie annotazioni utilizzo ancora carta e penna, o al limite il mio Newton MessagePad 2100. Di conseguenza, sin da quando ho acquistato iPhone, non ho mai avuto l’esigenza di ricorrere a un’applicazione diversa da quella di serie in iPhone OS. Dalla versione 3.0 del sistema operativo, poi, le note create con l’applicazione di default vengono sincronizzate con Mail attraverso iTunes, per cui non ho avvertito nemmeno l’esigenza di cercare un software alternativo che offrisse il plus della sincronizzazione degli appunti.

Tuttavia ho sempre guardato con interesse un’applicazione, Simplenote, incuriosito dalle recensioni positive di Macworld.com, John Gruber, e altri illustri del panorama Mac. I pregi di Simplenote sono presto elencati: interfaccia semplice e intelligente, uso di uno sfondo bianco e del carattere Helvetica al posto del Marker Felt dell’applicazione di default (pare una sciocchezza, ma ho letto che a molti non piace l’interfaccia dell’applicazione Note e tantomeno la scelta di quel font), possibilità di sincronizzazione via Web creando un account Simplenote, più altre funzionalità (backup automatico, invio di note per email, feed RSS, eliminazione degli annunci, ecc.) che ora vengono offerte a chi sottoscrive un abbonamento premium (3,99 Euro all’anno come prezzo di lancio, poi dovrebbe essere il doppio).

Sì perché la novità di questi giorni è che Simplenote per iPhone è diventata un’applicazione gratuita. Prima, se non vado errato, costava 1,59 Euro — un prezzo non elevato ma che nel mio caso non incentivava l’acquisto, visto che mi andava più che bene utilizzare l’applicazione di sistema. Come mai il passaggio da software a pagamento a software gratuito? Ne parlano gli autori in una lettera agli utenti pubblicata sul loro sito:

Simplenote sta andando bene; anzi, molto bene. Abbiamo ricevuto recensioni fantastiche e abbiamo notato un buon incremento di utenti di recente. Tuttavia, negli ultimi due mesi, mentre stavamo dedicando tutti i nostri sforzi a spargere la voce e pubblicizzare Simplenote, abbiamo iniziato a raggiungere i limiti di crescita ottenibili da una semplice applicazione a pagamento per prendere note.

Il nostro obiettivo è quello di fornire l’applicazione di note di testo migliore in circolazione per prezzo, qualità e supporto ai clienti. Stiamo già garantendo ottima qualità e supporto, ma finora lo svantaggio più grosso è stato il prezzo.

Alcuni di voi non saranno d’accordo. Di tanto in tanto ci viene detto che dovremmo addirittura aumentare il prezzo di Simplenote. Ma questi suggerimenti di solito provengono da persone come John Gruber, molto esperte tecnicamente, e più che felici di pagare per un servizio online che migliora la loro vita in maniera percepibile.

Però consideriamo l’applicazione gratuita Note, che Apple include nel software di iPhone, come la nostra concorrente principale. Molti dei milioni di utenti che la utilizzano hanno probabilmente solo una vaga idea del processo di sincronizzazione e di quanto possa essere utile per loro. Ed è difficile competere con un software gratuito. Facendo diventare Simplenote un’applicazione anch’essa gratuita, eliminiamo la grande barriera che divide Simplenote da tutti coloro che hanno l’abitudine di prendere appunti e che potrebbero trarre vantaggi dalla sincronizzazione facile e veloce da noi offerta.

Riassumendo: dal 15 gennaio Simplenote per iPhone è gratis. Se non si sottoscrive l’abbonamento premium di cui sopra (chi vuole abbonarsi può farlo direttamente dall’interno dell’applicazione), l’applicazione inserirà degli annunci pubblicitari nell’elenco delle note. Tali annunci non sono particolarmente invasivi; il metodo e gli annunci sono simili a quelli utilizzati da client Twitter come Twitterrific o Tweetie per Mac in versione gratuita. Chi ha acquistato Simplenote quando era un’applicazione a pagamento non vedrà mai gli annunci pubblicitari inseriti fra le note.

Io l’ho scaricata ieri e intendo provarla in questi giorni. Come dicevo, le mie abitudini in fatto di prendere appunti sono diverse. Su iPhone uso Note (la cui interfaccia non mi dispiace affatto, peraltro) e tengo sincronizzati gli appunti con Mail. Sul Mac, invece, vista la sua flessibilità, utilizzo Notational Velocity. Ammetto di non aver mai dato grossa importanza alla sincronizzazione di questo genere di dati, più che altro perché le note che prendo con iPhone mi servono su iPhone, ossia in movimento, essendo note di rapida consultazione; e le note e gli appunti che stilo ed elaboro sul Mac mi servono sul Mac, visto che in genere si tratta di stralci piuttosto lunghi, bozze di articoli, copia-incolla di frammenti di documentazione che mi interessano, traduzioni parziali, eccetera.

Ma avere i dati sincronizzati su più dispositivi è sempre buona cosa, Dropbox docet. E lasciarsi imprigionare dalle proprie abitudini non sempre è buona cosa. Una volta creato un account con Simplenote e attivata la sincronizzazione, le note prese con iPhone saranno disponibili anche sul sito di Simplenote. Dopo aver effettuato il login ci si trova di fronte un’applicazione Web del tutto simile a quella dell’applicazione Simplenote per iPhone, e si potranno consultare le note create su iPhone oppure crearne di nuove, che verranno sincronizzate con iPhone. Semplice e comodo, e molto in stile Dropbox.

Chi fosse allergico all’interfaccia Web e preferisse un programma dedicato per Mac, ha alcune scelte interessanti a disposizione:

  • Nottingham, un’applicazione molto simile a Notational Velocity. Sincronizza note prese con Simplenote e importa note e file di testo creati con Evernote.
  • JustNotes, un’applicazione con una finestra principale simile a un pannello flottante, che si può far apparire e sparire con un clic sull’icona nella barra dei menu (o nel Dock, a seconda dei gusti).
  • DashNote, dedicato ai minimalisti e a chi non vuole troppe finestre aperte ad affollare la scrivania, non si tratta di un’applicazione ma di un widget di Dashboard semplice ed elegante.
  • Per chi stesse usando l’applicazione Web Simplenote come programma stand-alone grazie a Fluid, segnalo l’esistenza di Simplenote Restyled, uno userscript per avere un’interfaccia grafica ancora più accattivante e con funzioni aggiunte.

Per conoscenza, le ho installate tutte e tre, ed è difficile scegliere. Tutte sono spartane ed efficienti e la loro interfaccia è discreta e non intrusiva. Forse DashNote è il più immediato da usare, visto che una volta installato in Dashboard è richiamabile premendo solo un tasto (o con un gesto sul trackpad), ma lascio decidere a chi è interessato. Fra l’altro, sulla home page di Notational Velocity è scritto che tra breve verrà aggiunto il supporto a Simplenote, quindi è assai probabile che la mia scelta definitiva sarà rimanere con questo software sul Mac e usare Simplenote su iPhone.

Written by Riccardo Mori

18 gennaio 2010 alle 3:04 pm

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Ambiguità e usabilità

con 4 commenti

Ieri notte è accaduto un evento fortunatamente rarissimo per me: la connessione Internet è mancata per un’ora e mezza. In sei anni da che abbiamo aperto un contratto per la fornitura di banda larga con il provider Ono, le interruzioni del servizio avvenute a monte si contano sulle dita di una mano. Avevo la necessità di consultare un paio di dizionari online, e di scaricare una serie di documenti, ed ero in panne. Poi ho pensato che potevo collegarmi a Internet collegando iPhone via Bluetooth e sfruttando il tethering (Movistar ha offerto questo servizio sin dal primo giorno e senza costi aggiuntivi, quindi perché non approfittarne, ora che ne avevo bisogno?).

Da quando ho acquistato il MacBook Pro lo scorso luglio non l’ho mai collegato in tethering con iPhone. Il MacBook Pro conserva ancora i dati di abbinamento creati a suo tempo sul PowerBook G4 perché ho migrato tutte le informazioni con Assistente Migrazione al MacBook Pro. Pertanto, a scanso di equivoci, ho preferito ri-abbinare MacBook Pro e iPhone. Eseguo tutti i passaggi della facile procedura (avevo parlato di tethering in questo articolo), ma all’inizio mi scontro con un ostacolo seccante: non si riesce a stabilire un collegamento Bluetooth fra Mac e iPhone. Qualche controllo: il Mac è visibile via Bluetooth? Sì. iPhone è visibile? Sì: la visibilità è automatica quando si accende Bluetooth. Sono fuori campo? Direi di no, visto che giacciono a non più di 50 cm di distanza fra loro. Boh. Dopo qualche giochetto di spegni/accendi il Bluetooth sul Mac prima e su iPhone poi, finalmente l’abbinamento (pairing) avviene. Attivo il tethering su iPhone, dal menu Bluetooth sul Mac seleziono iPhone > Collegati al network. Su iPhone appare l’indicazione che il tethering è attivo, ma il Mac non si collega ad alcun sito.

All’inizio penso: magari è il server del sito che ha problemi. Ma poi ne provo altri (in genere collegarsi a Google è un ottimo indicatore: se non ci si riesce a collegare è difficile che il problema sia Google), niente da fare. Perplesso, ricontrollo tutti i passaggi e non trovo nulla di strano. Da iPhone si naviga in Internet tranquillamente, quindi non è un problema del provider della rete cellulare. In Preferenze di Sistema > Network tutto è come deve essere. In Preferenze di Sistema > Bluetooth anche.

Dopo diversi giri a vuoto, mi accorgo che si è fatto davvero tardi, e un po’ indispettito decido di lasciar perdere e di tornarci su stamattina, a mente fresca.

Infatti scopro l’arcano: il diavolo è davvero nei dettagli.

Riprendo il troubleshooting, e la prima cosa che decido di provare è collegare iPhone in tethering con il PowerBook G4. La procedura ha successo al primo tentativo. Interessante. Comincio a pensare che qualcosa non vada con il Bluetooth del MacBook Pro. Ma prima faccio un raffronto delle impostazioni in Preferenze di Sistema > Network e Preferenze di Sistema > Bluetooth su entrambi i Mac. Scopro che in Preferenze di Sistema > Bluetooth, selezionando iPhone e facendo clic sul pulsante Avanzate, la voce Condividi la mia connessione Internet con altri dispositivi Bluetooth è attivata sul PowerBook G4 ma disattivata sul MacBook Pro. Spuntando la casellina anche sul MacBook Pro e riprovando la procedura di collegamento, tutto funziona e riesco a collegarmi a Internet usando la rete 3G di iPhone mediante tethering.

Una sciocchezza, d’accordo. Roba da principianti, e concedo anche questo, con l’attenuante che erano le 3:30 del mattino ed ero proprio stanco. Avevo visto l’opzione disattivata in quel pannello, ieri notte, ma al principio non l’avevo attivata. Sapete perché? Perché leggendo il testo di accompagnamento, non aveva senso. Lungi da me il trasformare una mia svista in un problema di usabilità, però vorrei far notare come quelle parti dell’interfaccia utente che dovrebbero servire a spiegare delle opzioni ‘avanzate’, a volte incorrono in ambiguità che possono dare il risultato opposto.

Consideriamo il pannello Bluetooth > Avanzate in Preferenze di Sistema:

Pannello Bluetooth-avanzate.png

Prima di premere il pulsante Avanzate, ho selezionato il mio iPhone nell’elenco dei dispositivi in Preferenze di Sistema > Bluetooth. Ora leggiamo l’ultima opzione in basso:

Condividi la mia connessione Internet con altri dispositivi Bluetooth

e sotto, in carattere più piccolo: Questo consente ad altri dispositivi Bluetooth di utilizzare la connessione Internet del computer utilizzando il servizio PAN.

Uno che si fidasse esclusivamente di quel che sta scritto, sarebbe facilmente portato a credere che, attivando questa opzione, si possa collegare un dispositivo Bluetooth e condividere la connessione Internet del Mac. Ossia l’opposto di quel che stavo cercando di ottenere. Poi ho ripensato al fatto che nell’elenco dei dispositivi Bluetooth era selezionato iPhone. Il passaggio da compiere — a mio avviso tutt’altro che immediato — per capire il senso di dover attivare questa opzione, è che il “computer” in questione è iPhone, non il Mac. Temendo una delle frequenti pessime traduzioni italiane dell’interfaccia di Mac OS X, sono andato a vedere l’originale inglese, ma è altrettanto ambiguo: This allows other Bluetooth devices to use this computer’s Internet connection using the PAN service. È evidente che il termine computer è usato in modo generico, questo perché in effetti è possibile condividere la connessione Internet via Bluetooth fra computer. Ma la frase è scritta male, e si serve dei termini dispositivo e computer in maniera fuorviante e che può generare confusione.

Se dipendesse da me, avrei riscritto la frase così: Questo consente ad altri dispositivi dotati di Bluetooth di utilizzare la connessione Internet fornita dal presente dispositivo. Forse stilisticamente non sta bene ripetere dispositivo nella stessa frase, ma a mio parere si guadagna in chiarezza. Addirittura un buon programmatore potrebbe fare in modo di far apparire il nome del dispositivo Bluetooth selezionato al posto di “questo computer” o “questo dispositivo”. Così, se il mio iPhone si chiama RixPhone, l’opzione diventerebbe: Questo consente ad altri dispositivi Bluetooth di utilizzare la connessione Internet di RixPhone utilizzando il servizio PAN. Decisamente meglio.

Ripeto, sono il primo a dire che si tratta di questioni di lana caprina, ma mi immedesimo nell’utente che non conosce a fondo l’interfaccia di Mac OS X, che non ha tempo né voglia di addentrarsi nei dettagli, che vuole che le cose si impostino e funzionino rapidamente, e che si trova in parti dell’interfaccia che non vede tutti i giorni e che quindi si limita a seguire alla lettera quel che trova scritto. Ritengo che l’interfaccia debba essere il più chiara possibile per essere usabile. Anche quella già migliore di Mac OS X. Usabilità non sempre significa avere gli elementi grafici in ordine e disposti in maniera amichevole e intuitiva per l’utente; è fondamentale l’attenzione ai dettagli anche nei messaggi e nelle spiegazioni che dovrebbero servire, appunto, a chiarire il funzionamento di certe parti del sistema.

Written by Riccardo Mori

13 gennaio 2010 alle 3:11 pm