Sicurezza portatile
Fra le discussioni più recenti nella mailing list di MisterAkko ve n’è una che riguarda la sincronizzazione dei file e l’utilizzo di servizi di sincronizzazione/condivisione come Dropbox e SugarSync (oltre a iDisk, servizio compreso nel pacchetto MobileMe). Fabio, che ha lanciato il tema, chiede se ci si fida di sistemi come questi, e se si è disposti ad affidare le proprie password e in generale i propri dati sensibili. Come spesso accade, chi risponde porta esempi personali e (se tutto va bene) la discussione si espande e si fa interessante.
Io sono un felice utilizzatore di Dropbox e non posso parlarne che bene. Tengo sincronizzati una serie di file e cartelle su cinque Mac e un iPhone. Da quando hanno lanciato l’applicazione gratuita per iPhone le cose sono davvero migliorate per me perché, fra le altre cose, posso tenere nella cartella condivisa alcuni file PDF con gli orari e i percorsi delle linee di autobus e metro di Valencia, e consultarli su iPhone quando sono fuori sede.
Nella discussione in lista sono venuti fuori alcuni metodi per la conservazione di password e dati sensibili. C’è chi si scrive le password su un foglietto da tenere nel portafoglio, c’è chi adopera e consiglia la classica chiavetta USB (magari più d’una, visto che è sempre più facile perdere questi oggetti che vengono costantemente miniaturizzati), c’è chi ha trovato molto efficace l’utilizzo di 1Password in combinazione con Dropbox.
Nelle mie esperienze dirette con altri utenti (Mac ma non solo), in genere saltano fuori due profili che stanno reciprocamente agli antipodi: da una parte l’utente facilone, distratto, senza backup recenti e che scrive password di login su post-it che appiccica al monitor (lo giuro, esistono ancora queste persone); dall’altra l’utente paranoico, con backup multipli, ridondanti e disseminati in più di un luogo, password su file cifrati salvati dentro immagini disco cifrate o partizioni fisiche cifrate, al punto che uno si chiede Ma cosa avrà mai da proteggere?
È chiaro che per l’utente paranoico qualsiasi soluzione meno paranoica sarà inefficace. In quest’ambito il giusto mezzo è difficile da trovare, e credo che non sia tanto una questione di strumenti usati per la sicurezza dei propri dati, quanto una questione di atteggiamento.
Il mio approccio era e rimane tuttora quello descritto in Strategie di backup. Sulla scia di quell’articolo mi sento di dire che, a mio avviso, l’atteggiamento più sano nei confronti della sicurezza digitale personale deriva essenzialmente:
- dall’importanza dei dati stessi: è essenziale saper distinguere nella maniera più autocritica possibile quel che è da considerarsi ‘vitale’, ‘insostituibile’, e raffinare le tecniche di backup/protezione di conseguenza;
- dalle probabilità reali che tali dati possano venire compromessi: sia a livello di integrità fisica degli stessi (se ne conserva un’unica copia su un vecchio disco rigido? se ne conserva un’unica copia su una chiavetta USB che non mettiamo mai nello stesso posto? Meglio provvedere), sia a livello di protezione dagli altri (chi può avere interesse a trafugare le mie password e certi file sensibili?)
In altre parole, se distinguiamo la sicurezza in due filoni principali — salvaguardia dei dati stessi e protezione dall’intercettazione di quei dati da parte di altre persone — le due domande da porsi sono rispettivamente 1) Quanto sono importanti questi dati per me? 2) Quanto sono importanti questi dati per gli altri? Le strategie di sicurezza si costruiranno rispondendo ai due quesiti e si differenzieranno a seconda di chi siamo, che vita facciamo, che lavoro eseguiamo, quanti e quali dati maneggiamo, e così via. Per quanto mi riguarda, vale sempre un concetto esposto nel mio articolo sulle strategie di backup:
Per me la sicurezza non significa sviluppare la strategia di backup più paranoica e ridondante possibile; se mai significa, forse paradossalmente, dipendere il meno possibile dai backup. Ovvero ridurre al minimo indispensabile la quantità di dati essenziali da conservare. Che oggi vuol dire renderla il più gestibile possibile.
Ovviamente argomenti come questo non sono mai semplici, e lungi da me il suonare semplicistico. Ma il buonsenso mi pare sempre un ottimo punto di partenza. Esempi sparsi:
1. Ad alcuni l’idea di scrivere le password personali più importanti su un foglio di carta e conservarlo gelosamente nel portafoglio sembra un’idiozia, ma oltre a essere consigliato da Bruce Schneier, uno dei maggiori esperti in sicurezza in circolazione, è un sistema più sicuro del farne una copia digitale in un file di testo e conservarlo in una chiavetta USB — per una semplice questione probabilistica: è più probabile smarrire la piccola chiavetta che non il portafoglio; analogamente è più facile che il portafoglio sia sempre con voi (e così le password), ed è più probabile dimenticarsi a casa la chiavetta.
Quindi, se la caratteristica principale che devono avere i dati sensibili è “stare con me ovunque, essere immediatamente reperibili”, il foglietto di carta può avere un certo vantaggio sul pendrive USB. Ma se l’idea dell’usare carta e penna sembra antidiluviana e fragile, allora di certo un servizio come Dropbox è migliore di una chiavetta USB, in quanto le informazioni trasferite sui server di Dropbox sono immediatamente disponibili su qualunque computer possa collegarsi a Internet (questo per la sincronizzazione e l’accesso da una macchina su cui non è installato il software Dropbox; perché per il resto Dropbox crea una copia locale dei file). E naturalmente si possono consultare anche da iPhone.
2. La criptatura dei dati è sicuramente una misura di sicurezza efficace, ma anche in questo caso il farne uso dipende da ciò che si vuole proteggere e dall’usabilità di questi dati se dovessero finire nelle mani sbagliate. Una serie di informazioni assolutamente slegate fra loro, da cui solo il legittimo proprietario può cavare qualcosa, si possono benissimo lasciare in chiaro. Nella mia esperienza ho visto utenti chiusi fuori dalle loro stesse misure di sicurezza, vuoi per un malfunzionamento hardware del dispositivo (copia e criptatura dei dati eseguita con successo ma un settore avariato del disco non ha permesso la conseguente decodifica), vuoi perché l’utente stesso ha fatto pasticci non conoscendo bene il software per la criptatura e poi non sa come venirne a capo (sì, lo so, sono tutti software piuttosto semplici, ma non completamente a prova di idiota, ahimé).
Allo stesso tempo mi è capitato giusto una settimana fa di trovare una chiavetta USB per terra, vicino al Politecnico di Valencia. Ho provato ad analizzarne i contenuti, più che altro per vedere se c’era la possibilità di risalire in qualche modo al proprietario. C’erano dei file PDF di dispense di architettura, qualche foto di edifici e modellini, e poi varie cartelle con file Word temporanei e/o corrotti, più una cartella contenente un file di testo con una serie di password e codici; da quel che ho capito, uno di questi codici serviva ad accedere al conto corrente online di questo tizio o tizia. Pessima sicurezza? Beh, sì, ma per aver smarrito la chiavetta, non per aver lasciato quei codici in chiaro — perché se non conosco il nome della persona, né quale sia la sua banca, né tantomeno il suo codice cliente, io di quella password o codice d’accesso non so che farmene.
3. La privacy è importante, ma non a scapito del buonsenso. Con il recente boom dei servizi remoti, spesso riuniti sotto la generica denominazione cloud computing, spessissimo assisto a gente preoccupata per la riservatezza dei dati che affidano a compagnie come Dropbox, Google, Amazon, ecc. Ogni tanto risalta fuori il discorso Gmail e Google come Grande Fratello orwelliano che può leggere la nostra posta e le nostre informazioni personali. Ha più senso preoccuparsi dell’integrità di quei dati, non che qualcuno li legga. Gli account Gmail attivi al momento saranno milioni, la quantità di informazioni che circolano su quegli account sarà dell’ordine delle centinaia di gigabyte. Dubito fortemente che vi sia qualcuno in Google che si prende la briga di aprire la nostra posta. Quel che dovrebbe preoccupare maggiormente è l’integrità di quelle informazioni, perché Google, semplicemente, non la garantisce. Se abbiamo uno o più account Gmail ai quali arrivano allegati importanti, farne sempre alcune copie in locale e metterli al sicuro, invece di preoccuparsi di fantomatiche eminenze grigie che potrebbero intercettarli.
Questi ovviamente sono solo alcuni spunti. Il discorso è complesso e ha molte facce e punti prospettici da cui osservare. Possiamo certamente estenderlo nei commenti.
Snow Leopard: diario di bordo (5)
Briciole del finesettimana
Raccolgo in questo post una serie di minuzie catturate nel finesettimana, senza ordine preciso.
1. In Mail è cambiata la scorciatoia per eliminare definitivamente i messaggi cancellati dai vari account, prima era ⌘-K, adesso è ⇧-⌘-⌫. Ci ho messo un po’ ad abituarmi, ma alla fine ritengo sia una scorciatoia migliore; da un lato ricalca il ⌘-⌫ che si usa ormai automaticamente nel Finder per spostare un file nel Cestino, dall’altro mi è vantaggiosa perché non coincide più con ⌘-K in Mailsmith, che serve per controllare se sono arrivati nuovi messaggi.
2. Ho notato che da Snow Leopard la gestione del suono in uscita presenta due livelli di volume separati. Se per esempio metto a zero il volume degli altoparlanti integrati del MacBook Pro e poi collego gli auricolari o gli altoparlanti esterni alla porta audio out e imposto il volume a una certa altezza, quando in un secondo momento stacco il jack degli auricolari o degli altoparlanti esterni, il volume torna all’altezza precedentemente impostata per gli altoparlanti integrati (nel mio esempio, zero). Prima il volume rimaneva sempre allo stesso livello, con effetti piuttosto sgradevoli (In una scala da zero a dieci, se metto il volume delle cuffie a 8 può essere tollerabile, specie se sono cuffiette piccole e di poca potenza; ma se sto ascoltando della musica a volume 8 in cuffia e decido di passare agli altoparlanti integrati del Mac o agli altoparlanti esterni amplificati, il volume a 8 è assordante).
3. A volte le icone sulla scrivania perdono la personalizzazione. Occorre entrare in Opzioni vista (⌘-J) e spostare un po’ il cursore per ingrandire/rimpicciolire, poi tornano a posto.
4. Aggiornamento Software offre in generale più informazioni ed è più vispo nel controllo post-aggiornamento.

In questa figura si può notare come Aggiornamento Software abbia rilevato la presenza di aggiornamenti che a installazione ultimata non obbligano a riavviare il Mac, e informa l’utente in maniera preventiva. Una piccola cortesia decisamente gradita.
5. Sempre parlando di Aggiornamento Software, certe localizzazioni in italiano dentro Mac OS X continuano a lasciarmi perplesso:

Che cosa vorrà mai dire “Informazioni su” 7 minuti? Appena arriva il prossimo aggiornamento, passo all’interfaccia in lingua inglese e vedo com’è l’originale.
6. Mi sembra che Mac OS X 10.6 sia più preciso nel visualizzare le icone relative ai server di rete. In figura si nota come vengano distinti i MacBook Pro unibody da quelli della vecchia generazione, così come le dimensioni dei MacBook Pro stessi (13 e 15 pollici). Da quel che ho potuto vedere, tutti i Mac desktop (vecchi e nuovi) vengono invece caratterizzati genericamente dall’icona di un monitor Cinema Display.
7. L’icona AirPort nella barra dei menu ora presenta un feedback più dettagliato.

– Durante il tentativo di connessione a una rete WiFi, le barre del segnale si animano.
8. Quando si perde il collegamento con un volume remoto montato sulla scrivania, il Finder di Snow Leopard finalmente reagisce con prontezza e offre una finestra di dialogo un po’ più utile rispetto alle versioni precedenti di Mac OS X:

9. Acquisizione Immagine presenta sempre un’interfaccia un po’ troppo spartana (ed è un peccato, perché da Mac OS X 10.5 è evidente che si tratti di un’applicazione che ha il suo potenziale), ma se non altro sta acquistando l’aspetto ormai classico di molti programmi Apple, con pannello riassuntivo sulla sinistra, contenuti nella finestra centrale, e comandi nella parte sottostante:
10. In Snow Leopard, se si attiva QuickLook sull’icona di un download parziale, si potranno vedere le informazioni aggiornate in tempo reale:

Quando ho catturato questa immagine era possibile vedere le dimensioni del file aumentare dinamicamente fino alla fine del download, così come la barra di progresso. Su Mac OS X Hints dicono che se il file è un immagine, si vedrà l’immagine in anteprima formarsi riga per riga, mentre se si tratta di un filmato si cominceranno a vedere i primi fotogrammi. Non è una funzione terribilmente utile, ma credo rientri sempre in un’idea di fondo di Snow Leopard che vedo implementata in molti luoghi dell’interfaccia, ovvero fornire all’utente più informazioni e un feedback più dettagliato. Il che non guasta mai.
Per adesso è tutto, ma ovviamente continuo a prendere appunti.
Snow Leopard: diario di bordo (4)
In questi giorni, pur scrivendo di altro, ho continuato a prendere appunti su Snow Leopard. Ma è difficile fare un discorso organico come avvenne a fine 2007, quando iniziai il diario di bordo di Leopard. Rispetto a Tiger, Leopard presentava svariate novità e l’esperienza d’uso aveva tutta una serie di differenze che saltavano immediatamente agli occhi. Con Snow Leopard i cambiamenti ci sono, ma il tutto è decisamente più sottile. Io cerco di essere un buon osservatore, e sto costruendo il diario di bordo annotando i dettagli che mi si presentano durante l’utilizzo del Mac. Per chi fosse interessato a un elenco delle nuove funzionalità rispetto a Leopard, le pagine dedicate a Snow Leopard sul sito Apple sono più che sufficienti.
Questioni di carattere
Per ora, nel passaggio a Snow Leopard l’unica seccatura degna di nota in cui mi sono imbattuto è in ambito font. Io utilizzo FontExplorer X per la gestione dei caratteri (lo lascio però impostato in modo da non spostare fisicamente i file dei font — diciamo che lascio credere a Libro Font di avere il comando, mentre in realtà tutte le operazioni di vista previa, importazione font e attivazione/disattivazione le compio in FontExplorer X), ma la versione gratuita (1.2.3) di questa applicazione non viene più supportata da Linotype, e sebbene il programma in sé funzioni sotto Snow Leopard, ne sconsiglio l’uso come gestore primario dei font.
Il problema che ho riscontrato è che i font attivati con FontExplorer X non venivano visti dalle applicazioni Apple, che si basano sul selettore font fornito dal sistema (il pannello che si apre selezionando Formato > Font > Mostra font (⌘-T) in TextEdit, per intenderci), e naturalmente nemmeno da Libro Font. Avevo già pensato di passare alla versione Pro di FontExplorer X: 79 Euro non sono pochi per un singolo programma, ma FontExplorer X Pro ne vale la pena: è molto più ricco e versatile, e poi la versione più recente al momento in cui scrivo (la 2.0.3) è compatibile con Snow Leopard.
Fatto il passaggio, aggiornato il database dei font, il problema pareva ripresentarsi anche con FontExplorer X Pro 2.0.3. Leggendo le note di rilascio si scopre che si tratta di un problema noto sotto Mac OS X 10.6/10.6.1, ma che fortunatamente è superabile:
I font attivati in FontExplorer X Pro non appariranno in nessuna delle applicazioni attive che fanno uso del pannello font di Apple. Tale pannello font verrà correttamente aggiornato dopo che l’applicazione incriminata sarà stata chiusa e riavviata.
Controllo totale
Un’applicazione che è stata potenziata in Snow Leopard è Condivisione Schermo. Ora, quando si sta controllando un altro Mac remotamente mediante Condivisione Schermo, tutti i comandi di navigazione (come il passaggio da un’applicazione attiva all’altra con ⌘-Tab, e i tasti con associate le funzioni di Exposé) adesso hanno effetto nella macchina remota. Perché abbiano effetto sul Mac che stiamo utilizzando, sarà necessario far passare Condivisione Schermo in secondo piano, per esempio facendo clic con il mouse al di fuori della finestra principale di Condivisione Schermo. Questo maggiore controllo è davvero gradito, perché ora i movimenti all’interno del Mac che stiamo controllando risultano più naturali. Sotto Leopard mi veniva spontaneo voler passare da un programma all’altro sul Mac remoto, e istintivamente facevo ⌘-Tab, con l’effetto di passare a un altro programma sul Mac in uso e vedermi ’sparire’ Condivisione Schermo da sotto il naso.
* * * * *
In ogni caso, a due settimane abbondanti dall’installazione di Mac OS X 10.6 devo dire che le mie preoccupazioni prima di installare erano eccessive: Snow Leopard si sta dimostrando meno capriccioso e imprevedibile di quanto la letteratura sul Web dava a intendere. A chi ha raggiunto queste pagine del mio blog e si sta chiedendo se Snow Leopard sia ‘più veloce’ di Leopard, rispondo con un ‘Ni’. Alcune applicazioni, come ho già avuto modo di notare, sono in effetti più reattive e i miglioramenti rispetto a Leopard sono indubbi. Il Finder, ora riscritto in Cocoa, è immutato nell’aspetto ma è molto più affidabile, stabile e vispo. Stesso discorso per Mail e Safari, quest’ultimo in particolar modo sembra proprio invulnerabile. A livello generale, comunque, non si nota uno scarto in velocità che faccia sembrare Leopard lento, per dire. È del tutto possibile che lo scarto sia maggiormente avvertibile su macchine meno prestanti. Io ho un MacBook Pro nuovo, con un processore a 2,66 GHz e 4 GB di RAM, quindi non so quanto faccia testo. (Peraltro mi chiedo che senso abbia parlare di velocità di un sistema operativo: la velocità è la nostra, e tutt’al più si può parlare di reattività delle operazioni e dei programmi, e da questo punto di vista siamo a un livello di immediatezza che certe differenze, in velocità bruta, si misurano solo con i benchmark e non so quanto abbiano senso nell’ambito dell’esperienza diretta, empirica).
iMac vecchio e nuovo
Oggi ho fatto un giro alla FNAC qui a Valencia per vedere se era arrivata qualcuna delle novità introdotte da Apple lo scorso 20 ottobre. Speravo di trovare il Magic Mouse e provarlo, ma ancora nulla. In compenso c’erano il nuovo MacBook bianco e l’iMac da 27 pollici. Ho solo qualche impressione veloce, perché il tempo era poco e c’era gente. Il MacBook bianco mi ha soprattutto colpito per la robustezza: solo appoggiandovi le mani sopra per scrivere un paio di indirizzi Web in Safari si nota l”effetto unibody’; quando usai il MacBook bianco di mio cognato durante il mio ricovero in ospedale a inizio anno ricordo i piccoli cigolii e una sensazione di certa fragilità muovendo lo schermo. Il nuovo MacBook sotto le mani dà una sensazione di ‘tutto pieno’ decisamente piacevole. Anche la tastiera mi sembra migliore: i tasti sono più fermi e danno meno l’impressione di uscire di sede e staccarsi da un momento all’altro.
L’iMac… beh, mi ha lasciato interdetto. Il design è impeccabile, e devo dire che pur non essendo un computer dalle piccole dimensioni, sinceramente mi aspettavo un ingombro maggiore. Comunque non potrei lavorare su questo Mac tenendolo alla stessa distanza a cui tengo il mio attuale monitor da 20 pollici. Lo schermo è vasto e luminoso, e mi ci perdo. Voglio condividere qualche foto che sono riuscito a scattare prima di incorrere negli sguardi ostili dei commessi. La cosa interessante è che il nuovo iMac da 27″ è stato collocato di fianco al vecchio iMac da 24″, e li ho fotografati insieme così ci si può fare un’idea degli ingombri e di certe differenze di design fra i due modelli che sarebbero un po’ più difficili da cogliere osservando i due iMac separatamente.

A sinistra il vecchio iMac 24'', a destra il nuovo iMac 27''. Gli ingombri non sono poi sensibilmente differenti. (Clic per ingrandire)
La foto è venuta scura, così l’ho schiarita un poco. Gli schermi sono davvero luminosi! E si può notare di quanto è stata ridotta la fascia anteriore di alluminio con il logo Apple.

L'assenza di cornice nel nuovo iMac 27''. È un dettaglio, ma che contribuisce a dare al nuovo iMac un aspetto ancor più sottile e leggero.
Un altro dettaglio che mi era sfuggito era la cornice esterna di alluminio, che prima circondava la lastra di vetro frontale, mentre con i nuovi iMac la cornice sparisce completamente e il vetro si estende fino agli estremi. Inoltre per quanto offre il nuovo iMac da 27″, devo ammettere che il prezzo è davvero contenuto: il modello esposto era il più economico (con Intel Core 2 Duo a 3,06 GHz), venduto qui in Spagna a 1.449 Euro. Nella prima foto si possono vedere i prezzi dei modelli da 24″ ancora in vendita: 1.299 e 1.399 Euro. A queste condizioni, il nuovo finisce con l’essere più conveniente.
Magic Mouse: sparate a vista
Da quando è stato annunciato il Magic Mouse sono stato estremamente attratto e interessato. Provengo, come molti, da un’esperienza non del tutto soddisfacente con il Mighty Mouse (principalmente a causa della maledetta pallina di scorrimento) e ho davvero voglia di passare a qualcos’altro. Come già commentavo all’uscita delle novità Apple una settimana fa, ritengo che l’eliminazione della pallina (e di qualsiasi parte in movimento) già di per sé è un tremendo passo avanti rispetto al Mighty Mouse. Non voglio però acquistare a scatola chiusa e sto aspettando di poter provare il Magic Mouse dal vivo prima di esprimere giudizi definitivi e soprattutto prima di fare acquisti impulsivi. Diciamo che il dettaglio che più mi rende guardingo non è tanto l’implementazione del multi-touch, quanto la forma più abbassata e schiacciata del mouse, e non vorrei che il Magic Mouse finisca con l’essere inadatto alla mia mano o al modo in cui afferro un mouse. Nel frattempo leggo con interesse le impressioni e le recensioni di chi lo ha già provato.
Ed è appunto interessante la recensione di Macworld.com pubblicata ieri. Ancor più interessante della recensione sono i commenti, ed è questo che mi ha spinto a scrivere il pezzo che state leggendo.
La fauna dei commentatori è un affascinante campione statistico: un sacco di gente apparentemente boccia il Magic Mouse sulla carta, ancor prima di averlo provato. Le motivazioni? C’è chi dice che l’aspetto è troppo stiloso e che Apple ancora una volta è tutta estetica e zero utilità. Che il Magic Mouse è tutto fuorché ergonomico (ribadisco: giudizio dato senza nemmeno toccare l’oggetto). Che è un passo indietro rispetto al Mighty Mouse perché ha meno pulsanti programmabili e meno funzioni. Che quelle gestualità su un mouse sono una sciocchezza. Ma poi il raggio si estende: secondo alcuni il Magic Mouse è l’ennesimo fallimento di Apple in quest’ambito, dopo il Mighty Mouse, il mouse rotondo, e per il fatto di aver insistito per troppo tempo con mouse a un solo tasto. Ironico per un’azienda che ha rivoluzionato l’interfaccia utente proprio diffondendo l’idea del mouse come dispositivo di input per eccellenza; tanto che i primi Macintosh non avevano nemmeno i tasti cursore, in modo da spingere l’utente a puntare e fare clic usando il mouse.
Quanto un mouse sia utile ed efficiente è difficile da misurare in maniera oggettiva. Ogni utente ha le sue abitudini e ha alle spalle una storia differente di utilizzo del mouse. Dalle mie osservazioni e dalla mia esperienza posso dire che in genere gli utenti più insoddisfatti e critici nei confronti dei mouse Apple sono quelli che si sono formati con i PC Windows. Nel mondo PC i mouse a due pulsanti sono comparsi molto prima, così come i mouse multi-pulsante e con la rotellina di scorrimento. Nel mondo Mac si è dovuto attendere fino al Mighty Mouse (agosto 2005) per avere un mouse ‘evoluto’. Altri utenti che trovano i mouse Apple insufficienti ai loro bisogni sono coloro che utilizzano per lavoro applicazioni professionali di gestione audio/video, le quali abbondano di comandi raffinati e complessi e di conseguenza necessitano di una serie sterminata di scorciatoie da tastiera e di comandi che è decisamente più comodo avere sul mouse, pertanto è preferibile utilizzare un mouse multi-pulsante.
La mia provenienza è diametralmente opposta. L’ultimo PC Windows che ho usato con frequenza aveva un mouse Compaq a due pulsanti e nulla più. Per il resto sono cresciuto con i mouse Apple a un solo tasto e, pur trovandone alcuni più comodi di altri (il mouse ADB a goccia sopra tutti), non ho mai avuto problemi. La mia mano e le mie abitudini si sono via via adattate alle nuove forme dei modelli successivi, e sono stato forse l’unico, a suo tempo, a gradire il famigerato mouse rotondo che debuttò con gli iMac G3 una decina d’anni fa. (Questo dimostra come sia soggettiva la relazione con i mouse e come dipenda anche da fattori fisici, ossia dalla forma delle mani: io ho il palmo piccolo e le dita lunghe e affusolate, pertanto non ho mai appoggiato completamente il palmo sul dorso del mouse. Se lo facessi, costringerei le dita a movimenti più faticosi e forzati. Per questo non ho mai avuto problemi con il mouse rotondo, visto che lo afferravo ‘a tenaglia’ fra pollice e anulare+mignolo della mano, e premevo il pulsante con indice+medio, il tutto tenendo il polso sollevato dal tavolo. Questa postura, che forse a molti sembrerà scomoda, in realtà non ha mai caricato l’articolazione del polso e non ho mai sofferto di problemi derivati da stress in quella zona).
Viste le mie abitudini con i mouse Apple, non stupirà il fatto che io non abbia per nulla bisogno di un mouse multi-pulsante. Quando comprai il Mighty Mouse tre anni fa, una delle prime cose che feci fu disabilitare i pulsanti laterali perché si trovavano esattamente nel punto in cui afferro il mouse, e quindi continuavo ad attivare Exposé involontariamente. Stesso dicasi per il pulsante centrale (ossia quello ottenuto dalla pressione della pallina di scorrimento). A tutt’oggi utilizzo il Mighty Mouse semplicemente a due pulsanti, e grazie al pessimo design della pallina, sono tornato a scorrere facendo clic sulle barre di scorrimento (oppure facendo passare due dita sul trackpad, un gesto davvero comodo). Tornando al Magic Mouse, non è peregrino ritenere che le funzioni e le gestualità di cui è dotato soddisfino la maggior parte degli utenti comuni — quelli, per intenderci, che non usano applicazioni che necessitano di gestualità esoteriche da compiere con il mouse. Insomma, è un mouse: clic sinistro, clic destro, scorrimento, sfogliare pagine usando due dita. Sono gestualità basilari con le quali l’utente medio può svolgere la maggior parte delle interazioni con l’interfaccia del Mac senza problemi.
Molti però criticano il Magic Mouse e lo vedono come un passo indietro perché supporta meno funzionalità del Mighty Mouse stesso, ed è dotato di un numero minore di pulsanti o aree programmabili e personalizzabili dall’utente. Questo è vero, ma ho una mia teoria a riguardo.
Il Magic Mouse è unico nel suo genere, è il primo mouse ad avere quasi l’intero dorso sensibile al tocco. Un aspetto comune a tutte le recensioni o impressioni che ho letto o sentito è che il clic sinistro o destro erano molto naturali, con un ottimo feedback del mouse e un bel clic meccanico, con una corsa minore rispetto al Mighty Mouse, quindi con maggiore reattività. Con le gestualità il discorso cambiava: se molti trovano abbastanza intuitivo scorrere col dito al centro del mouse per simulare la presenza di una rotellina, tutti hanno dovuto abituarsi un po’ prima di riuscire nella gestualità più complessa di sfogliare spostando due dita verso sinistra o verso destra. Quel che ho dedotto da questa osservazione è che è del tutto probabile che Apple introduca nuove gestualità in maniera graduale. Non c’è niente di più programmabile di un’area uniformemente sensibile al tocco che non ha punti predefiniti (pensiamo al trackpad). Pensiamoci: come sarebbe stata l’accoglienza del Magic Mouse se Apple lo avesse caricato di gesti complessi? Fai questo per ruotare l’immagine, fai quest’altro per lo zoom sul dettaglio, poi doppio tap al centro del mouse per rimpicciolire (o metteteci la funzione che volete), scorrendo con tre dita verso il basso si ottiene Exposé, eccetera. Il Magic Mouse avrebbe dato l’impressione (specie agli utenti normali) di essere un mouse troppo difficile da usare, con tutti quei gesti da fare e da ricordare. Avrebbe forse intimidito gli utenti. Credo che Apple voglia innanzi tutto che la gente familiarizzi con il Magic Mouse. Poi, quando ne avrà venduti a sufficienza, basteranno gli aggiornamenti software per aggiungere nuove funzioni e gestualità. Il tutto sarà più graduale e l’utente avrà l’impressione di aver acquistato un oggetto che si rende ancor più utile col passare del tempo.
Say Hello to iPod

Due giorni fa è stato l’ottavo compleanno di iPod, introdotto il 23 ottobre 2001. Un dispositivo rivoluzionario, dall’interfaccia essenziale e innovativa, che all’epoca vantava capacità interessanti: un disco rigido da 5 GB, una connessione FireWire 400 per una veloce sincronizzazione della libreria iTunes, 10 ore di riproduzione musicale continua, e dimensioni contenute: 101,6 x 61,8 mm, spessore 19,9 mm, peso 184,2 grammi. Il display era da 2 pollici e l’interfaccia era in bianco e nero (come omaggio alla storia del Macintosh, il font utilizzato era Chicago, lo stesso font delle versioni di Mac OS fino alla 7.6.1). La ruota era meccanica: la toccavi e si spostava davvero sotto le dita. Ricordo come mi sembrava piccolo e compatto: per fare un confronto, l’ultimo iPod Classic introdotto il mese scorso ha una capacità di 160 GB, arriva a 36 ore di riproduzione musicale continua (con batteria a piena carica), e le sue dimensioni sono: 103,5 x 61,8 mm (leggermente più alto del primo iPod e di identica larghezza), spessore 10,5 mm (ha perso più di 9 mm!) e pesa 140 grammi, più di 44 grammi più leggero del progenitore. Il display è a colori da 2,5 pollici.
Ieri sera stavo cercando tutt’altro materiale nei miei vecchi backup, e ho ritrovato un filmato che probabilmente scaricai dal sito Apple 8 anni fa. È un video in cui si parla del primo iPod, e intervengono un Philip Schiller più giovane e in forma, Jonathan Ive, e persino Jon Rubinstein, che è passato a Palm nel 2006 e ora ne è a capo, più alcuni musicisti che fanno da testimonial a quel nuovo strano dispositivo per riprodurre musica digitale. Non ho la possibilità di incorporarlo in questa pagina, ma dovreste poter vederlo facendo clic qui. Dura circa 7 minuti. È interessante notare come lo stile di direzione e presentazione dei video promozionali di Apple non sia cambiato poi tanto in questi anni. Buona visione.
La mentalità del gregge
Al momento in cui scrivo, Herd Mentality (La mentalità del gregge) è l’articolo più recente di John Gruber, il quale tira in ballo un argomento su cui stavo rimuginando da qualche tempo. Lui ne parla in maniera efficace, e voglio estrapolarne alcuni stralci che credo meritino attenzione e discussione. Premetto specificando la mia identità di pensiero con Gruber su questo tema, e che condivido la sua analisi.
La conformità è un istinto molto potente. L’unione fa la forza. Bisogna essere diversi per essere migliori, ma la diversità fa paura.
Per cui è normale che esista un certo livello di mentalità del gregge in ogni industria. Ma credo che questo tipo di mentalità sia particolarmente pronunciato, a livelli patologici, nell’industria dell’hardware PC. Era alla radice di un eterno dibattito in cui i sapientoni di turno sostenevano che Apple dovesse licenziare il sistema operativo Mac ad altri costruttori di PC, oppure che Apple dovesse abbandonare Mac OS del tutto e mettersi a costruire PC Windows. A prima vista, queste due storiche sciocchezze appaiono contraddittorie: secondo la prima, Apple dovrebbe convertirsi in un’azienda di software, mentre la seconda sostiene la visione di una Apple produttrice di solo hardware. Ma nella sostanza vogliono dire la stessa cosa: che Apple dovrebbe smettere di essere diversa, e agire come qualunque altro costruttore di PC (e vendere computer su cui gira Windows) oppure agire esattamente come Microsoft (e vendere licenze per il suo sistema operativo).
Nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti. Ma è la stessa mentalità del gregge che ha spinto l’ondata di opinioni secondo cui È necessario che Apple entri nel mercato dei ‘netbook’, la cui validità ho sbugiardato qualche giorno fa. Avrei potuto fornire altre decine di link a roba del genere. Il succo del discorso però è lo stesso: tutti quanti stanno producendo netbook, per cui anche Apple dovrebbe farlo. Perché? Perché lo fanno tutti.
Quando scrive che ‘nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti’ summenzionati, il buon Gruber è probabilmente ignaro del dibattito italiano in ambito Mac, un dibattito da Bar Sport che tuttora impera e arriva ad abissi di tristezza impensati. Sempre, costantemente, a ogni introduzione di novità da parte di Apple, una frangia di eterni scontenti si sente in dovere di alzarsi metaforicamente in piedi e pontificare su ciò che Apple dovrebbe fare, produrre, cambiare. Ormai con queste persone non mi confronto più, perché è come cercare di disinnescare le credenze di una setta religiosa. E poi c’è un ostacolo di fondo: queste persone fraintendono sempre la mia posizione, ritenendo che io ‘difenda’ Apple in maniera ugualmente acritica.
Si cerca di portare il discorso su dati inequivocabili per dimostrare che, forse, Apple sa bene e più di tutti che cosa sta facendo e quali strategie commerciali impiegare. I dati oggettivi sono quelli di vendita: Apple è reduce da un trimestre fiscale favoloso, in cui degno di nota è il numero di Mac venduti, più di tre milioni in tre mesi. Durante un periodo di recessione a livello mondiale, e soprattutto prima del trimestre delle feste natalizie. Apple continua a fare cifre record trimestre dopo trimestre. Ma queste persone, a fronte di ciò, scuotono la testa e dicono, sostanzialmente, che le forti vendite non sono certo sinonimo di qualità. Il loro argomento è: se così fosse, guarda quanti PC Windows ci sono in circolazione.
È un’argomentazione fallace, perché Apple e gli altri costruttori di PC (+ Windows) sono arrivati ai grandi numeri da due origini e storie completamente diverse. E il fattore imprescindibile in queste due storie è Microsoft. La parola a Gruber:
Credo che vi sia una ragione molto semplice che spiega il perché la mentalità del gregge è così patologica nell’industria dei PC: Microsoft. Anzi, una volta era ancora peggio. Una decina di anni fa l’intera industria dei computer, in ogni suo aspetto, era dominata da una mentalità del gregge che suonava così: Supportate Microsoft e seguitene l’esempio, altrimenti verrete calpestati. Ciò non è più vero nell’ambito del software applicativo. Il Web, e Google in particolar modo, hanno posto fine a questa tendenza.
Ma l’unica area in cui Microsoft continua a regnare suprema è nei sistemi operativi per PC. I costruttori di PC hanno un handicap: non possono allontanarsi dal gregge nemmeno se lo volessero. Le loro scelte a livello di sistema operativo sono: (a) installare la stessa versione di Windows che utilizzano tutti gli altri costruttori; oppure (b) allegare le stesse distribuzioni Linux open source che ogni altro costruttore di PC potrebbe includere ma che nessun cliente vuole comprare.
È chiaro che, davanti a questa scelta forzata, non si può fare un discorso qualitativo. A mio avviso, però, il fatto che si vendano oggi più Mac che in tutta la storia di Apple, significa che finalmente il grande pubblico ha pian piano imparato a distinguere. A non farsi condizionare troppo come in passato, a fare scelte più oculate. Pensiamoci un momento: che fa vendere oggi tanti Mac non può essere altro che la loro superiorità qualitativa. Le strategie di vendita di Apple non sono drasticamente cambiate rispetto a dieci anni fa. Penso al sito Web di Apple, che mantiene lo stesso palinsesto da dieci anni. I prodotti vengono presentati sostanzialmente allo stesso modo. Gli spot pubblicitari non sono aumentati.
L’elemento vincente, rispetto alla Apple dei Mac beige di 12 anni fa, è l’avvicinamento al pubblico attraverso quella strepitosa catena commerciale che sono gli Apple Store. Oggi i Mac per il pubblico non sono inavvicinabili com’erano anni fa. Si entra in un negozio Apple (o si va al punto Apple dentro un centro commerciale o un negozio che vende anche altri prodotti) e i Mac sono lì, da provare, soppesare, valutare. Si possono avere informazioni dai commessi, ci si può efficacemente documentare su Internet. Oggi i Mac sono abbordabili in senso fisico ed economico. Chi acquista Mac ne riconosce l’affinità alle proprie esigenze, la semplicità e la qualità. Questo avvicinamento all’utente è il cardine fondamentale, che prima non esisteva. Non a caso la frase che ho sentito pronunciare più spesso a chi è passato a Mac dopo anni di PC Windows è Se solo me ne fossi reso conto prima, quanti grattacapi mi sarei risparmiato.
Gruber prosegue snocciolando altri spunti interessanti:
La capacità di Apple di produrre hardware innovativo si intreccia inestricabilmente con la sua capacità di produrre software innovativo. iPhone è un esempio ancora migliore del Mac.
Ai pezzenti che sostengono che Apple dovrebbe regalare a tutti il proprio sistema operativo e permettere che giri anche sul catorcio più economico dotato di tastiera e schermo continua a sfuggire il concetto, molto semplice, che se Apple si mettesse davvero a farlo chiuderebbe bottega nel giro di poco tempo.
Non è solo il fatto che Apple è diversa rispetto agli altri costruttori di computer. È che Apple è l’unica azienda che può essere diversa, perché è l’unica che possiede il proprio sistema operativo. Parte della mentalità del gregge dell’industria informatica è il presupposto che nessun altro possa realizzare il sistema operativo di un computer — che tutti possano costruire un computer ma che soltanto Microsoft possa produrre il sistema operativo. Dovrebbe essere piuttosto imbarazzante per aziende come Dell e Sony, che hanno molto denaro e forti identità aziendali, il fatto che siano entrambe costrette a vendere computer con la stessa copia di Windows installata dagli altri marchi minori.
E conclude dicendo che:
I sistemi operativi non sono semplici componenti di una macchina come la RAM o la CPU: sono l’elemento più importante dell’esperienza utente. A parte Apple, non esiste alcun costruttore di PC che controlla la parte più importante dei computer che fabbrica. Immaginate come sarebbe migliore l’industria informatica se vi fossero più aziende di computer a cimentarsi nella realizzazione del proprio sistema operativo e ad alzare gli standard attuali.
Io concludo dicendo che Apple ha finalmente saputo giocare a suo estremo vantaggio la carta della diversità, che nell’epoca buia degli Anni Novanta era l’elemento che l’aveva relegata a essere azienda di nicchia. Mi auguro che Apple continui così, perché questa sua diversità, alla fine, va a vantaggio di tutti, persino di quelli che non lo comprendono.
Novità Apple: una veloce disamina
Giulio, un lettore del mio blog, alla luce delle novità introdotte ieri da Apple mi scrive una breve email, chiedendomi simpaticamente “I nuovi Mac: un suo commento in proposito?”. In questi giorni il tempo è un po’ limitato, ma proverò a rispondere passando rapidamente in rassegna le novità e le mie impressioni a riguardo. Una considerazione generale, per iniziare: sono tutte belle novità, ed è difficile non esserne soddisfatti. Certo, gli eterni incontentabili ci sono sempre, ma per definizione sarà sempre impossibile farli contenti.
I nuovi iMac — Bizzarre le dimensioni degli schermi, 21,5 e 27 pollici, ma si tratta forse degli iMac migliori visti sinora. Sul design nulla da dire: linee sobrie e rigorose, e più essenziali di così si muore. Sui miglioramenti interni va notato come Apple stia diventando più generosa che in passato, specie per dotazione RAM, potenza del processore e supporti di archiviazione dati. L’iMac di punta, il modello da 27″ con processore Intel Core i5 quad core a 2,66 GHz, non si può definire un prodotto consumer, ma direi più ’semi-pro’ oppure ‘per professionisti che non possono permettersi un Mac Pro + monitor esterno’.
In generale, con l’introduzione di quest’ultima generazione di iMac, mi pare evidente come Apple li stia spingendo sempre più sul versante semiprofessionale, una strada iniziata con gli iMac G5 e via via perfezionata; da un punto di vista visivo, il passaggio dalle plastiche bianche all’alluminio è un importante scarto percettivo: è difficile guardare gli iMac di oggi e pensare che siano prodotti consumer. Dirò di più: Apple mi sembra stia percorrendo un cammino che porta all’eliminazione dei confini di categoria. L’importante è avere sulla scrivania un computer di ottima qualità e di potenza non indifferente, ma che abbia anche un prezzo abbordabile. Inutile stare a cincischiare se si tratta di un prodotto ‘consumer’, ‘prosumer’ o quel che volete. Mai come ora il rapporto prezzo/prestazioni di un Mac è stato vantaggioso. I processori sono veloci, i dischi rigidi capaci, la memoria più che sufficiente, i display di ottima qualità (lo iMac da 27″ ha persino un ingresso video, in modo che si possa utilizzare come monitor esterno), il tutto praticamente agli stessi prezzi degli iMac precedenti. E per il famigerato utente medio sono un bell’investimento, in quanto sono destinati a durargli a lungo.
Ah già, non hanno il Blu-Ray. Liberi di dissentire, ma secondo me è ancora presto per il Blu-Ray incorporato, e Apple vuole procedere con cautela prima di inserire una tecnologia che magari si rivela un passo falso a medio termine (sto considerando il Blu-Ray dal punto di vista della scrittura dei dati e dell’utilizzo di dischi BD a scopo di backup, non come supporto per la visione di contenuti in alta definizione; quella credo abbia poco senso sugli schermi relativamente piccoli dei computer, a eccezione forse dell’iMac da 27 pollici, il quale appunto può essere usato come monitor in combinazione con un lettore Blu-Ray dedicato, per esempio).
Il nuovo MacBook — Design e qualità costruttiva senza dubbio migliorati rispetto al precedessore. Ovviamente non ne ho ancora toccato uno dal vivo, ma non è difficile giungere a questa conclusione. Con il nuovo corpo unibody in policarbonato non credo si avranno quelle antipatiche rotture e crepe sulla parte superiore del case, dove si appoggiano i polsi. Il nuovo MacBook è poi più robusto e leggero, ha un display a tecnologia LED, un processore più veloce, supporta RAM più veloce, ma soprattutto ha una batteria ad alte prestazioni e costa come prima. Anche qui direi niente male.
Ah già, è stata eliminata la porta FireWire 400. Del resto non c’è più nemmeno la USB 1. Provocazioni a parte (però pensiamoci: la FireWire 400 sta alla FireWire 800 come USB 1 sta a USB 2, prima o poi andava pensionata) mi pare chiaro che esistesse l’esigenza di differenziare il MacBook Pro 13″ in maniera più netta dalla sua controparte economica. E continuo a pensare che il grosso dell’utenza a cui si rivolge il MacBook bianco non ha un uso vero e proprio per quella FireWire 400.
Il nuovo Mac mini — La cosa più interessante è l’offerta Server. Un Mac mini senza unità ottica — lo spazio è stato destinato a un secondo disco rigido — con Mac OS X 10.6 Server in dotazione, il tutto sotto i mille euro. Non mi sembra una cattiva idea per chi vuol farsi un serverino economico e che occupa poco spazio. Faccio notare che una copia di Mac OS X 10.6 Server con licenza client illimitati costa da sola 499 Euro. Altra nota interessante: nella pagina del sito Apple statunitense dedicata al nuovo Mac mini in versione server è presente un’offerta, purtroppo limitata agli Stati Uniti, che permette di richiedere una copia di valutazione gratuita di Mac OS X 10.6 Server. L’offerta si rivolge alle piccole aziende, alle organizzazioni no-profit, agenzie governative e al settore educazione, e mi sembra una bella idea per spingere verso una maggiore adozione di Mac OS X in ambito aziendale e business.
Il Magic Mouse — È più forte di me: quando leggo ‘Magic Mouse’ penso a Topolino vestito da mago nel film Fantasia… A parte gli scherzi il nuovo mouse Apple mi pare finalmente indovinato. Certo, la prova del fuoco è afferrarlo, vedere come sta nella mano, usarlo, e mi riservo ulteriori commenti a quando lo proverò davvero. Ma il fatto che non ci sia più la palletta microscopica per lo scorrimento è già un motivo valido per buttare il Mighty l’Apple Mouse tradizionale e acquistare il Magic Mouse a occhi chiusi. L’eliminazione della palletta è importante non solo per un fatto di gusti personali: con il nuovo Magic Mouse spariscono definitivamente le parti in movimento e i punti in cui può penetrare lo sporco e compromettere la funzionalità del mouse. Con Magic Mouse immagino che le pulizie occasionali saranno per la parte esterna e, al limite, intorno al vano batterie sul fondo. Con la tecnologia multi-touch lo scorrimento sarà sempre fluido e la precisione non sarà in balìa di una pallina che si sporca dopo qualche ora di utilizzo.
Parlando di multi-touch, sono d’accordo con Neven Mrgan (vedere questi suoi due tweet di ieri): per le gestualità implementate sul Magic Mouse, a mio avviso multi-touch è un termine improprio e sicuramente non è la stessa cosa di iPhone o del trackpad dei portatili Apple, in cui è possibile effettuare gesti toccando due punti distinti della superficie sensibile. Per ora quel che può fare il Magic Mouse è saper distinguere fra gesti eseguiti con uno o due dita. Non è escluso però che il nuovo mouse abbia incorporato il supporto per gestualità più complesse (per lo zoom e la rotazione delle foto, per esempio) che verranno sbloccate e implementate via software in futuri aggiornamenti.
Comunque ho proprio intenzione di acquistarlo e non credo che mi darà problemi anatomici. Sono uno dei pochi che non ha mai avuto problemi a usare il famigerato mouse rotondo in dotazione con i vecchi iMac G3!
One more thing — Ah sì, c’è anche un nuovo Apple Remote, ora in alluminio e con un design allungato che ricorda i nuovi iPod nano. Ora venduto separatamente (dimenticavo: il nuovo MacBook bianco è privo di porta infrarossi e, quindi, anche di telecomando) al prezzo di 19 Euro.
Snow Leopard: diario di bordo (3)
Guadagno di spazio, con il trucco.
Per oggi ho solo una noticina veloce, e per giunta affronto un tema che non è mai stato il mio forte, la matematica. Se mi sbaglio, qualcuno più ferrato mi correggerà.
Nella pagina del sito Apple che riassume i perfezionamenti di Snow Leopard si dice, fra le altre cose, che Snow Leopard occupa meno della metà dello spazio della versione precedente, lasciandoti circa 7 GB di spazio libero in più. E infatti uno dei primi dettagli che ho notato dopo il passaggio a Mac OS X 10.6 è stato il considerevole aumento dello spazio libero sul disco interno del mio MacBook Pro: da 238 GB liberi mi sono ritrovato con ben 259 GB liberi. Snow Leopard è effettivamente più leggero, se non altro perché il grosso del sistema operativo è ora privo di codice PowerPC. Ma occorre calcolare anche un altro fattore: con Snow Leopard cambia il sistema di riferimento di quel che siamo abituati a considerare un gigabyte (GB).
Come afferma chiaramente la Wikipedia alla voce Gigabyte:
[...] Un gigabyte (ma il discorso si estende a tutti gli altri multipli del byte) nella pratica comune può assumere 2 diversi valori:
1.000.000.000 byte = 10003 = 109 byte = 1 miliardo di byte
in questo caso il gigabyte è definito come 1 miliardo di byte ed è così utilizzato nelle telecomunicazioni, nell’ingegneria ma anche da molti produttori di hardware nelle specifiche tecniche delle loro apparecchiature.
1.073.741.824 byte = 10243 = 230 byte = 1 gibibyte
In questo caso il gigabyte ha lo stesso valore del gibibyte, che è uno standard definito dalla Commissione Elettrotecnica Internazionale (IEC), che esprime 1.073.741.824 byte senza nessuna ambiguità e dovrebbe quindi essere utilizzato al posto del gigabyte per indicare tale quantità di dati. Oggigiorno questo viene fatto sempre più spesso in campi come l’ingegneria informatica, nella programmazione e in quasi tutti i sistemi operativi.
Fino a Mac OS X 10.5, Apple si è riferita al Gigabyte in quella seconda accezione, ossia 1 GB = 1024 MB. In Snow Leopard, invece, 1 GB = 1000 MB. Un effetto di questo cambiamento è che ora i file sembrano più ‘pesanti’ di prima. Avevo una cartella con dei filmati da 350 MB l’uno. Dopo il passaggio a Snow Leopard la dimensione di quegli stessi file viene indicata come 375 MB circa. Non cambia il peso del file, ma, se posso dire così, a cambiare è l’unità di misura.
Seguendo il ragionamento, anche lo spazio libero sembrerà molto di più. Avevo 238 GB liberi, ora il sistema mi dice che ne ho 259, ma è cambiata l’unità di misura e in realtà è improprio pensare che io abbia guadagnato 21 “GB”, perché i 238 erano gibibyte e i 259 attuali sono gigabyte. Guardiamo la citazione dalla Wikipedia. Prima avevo 238 x 1.073.741.824 byte = 255.550.554.112 byte, adesso ho 259 x 1.000.000.000 byte = 259.000.000.000 byte. Pertanto i byte guadagnati sono ’solo’ 3.449.445.888, ossia 3,45 GB (gigabyte — come li indicherebbe Snow Leopard), oppure 3,21 GB (gibibyte — come li indicherebbe Leopard).
Morale, il guadagno c’è, ma meno di quanto appaia a prima vista.
[Aggiornamento: Da quel che mi è stato fatto notare nei commenti, non mi sono spiegato in maniera precisa sulle ragioni della leggerezza di Snow Leopard. Questo perché in realtà spiegare il perché Snow Leopard è più leggero di Leopard non era l'argomento principale del mio intervento. Ammetto che la frase Snow Leopard è effettivamente più leggero, se non altro perché il grosso del sistema operativo è ora privo di codice PowerPC può dare adito a fraintendimenti, e quindi preciso dicendo che le ragioni della perdita di peso di Snow Leopard sono diverse. Le principali: 1) Il codice PowerPC è stato eliminato da tutti gli eseguibili. 2) La maggior parte dei file non eseguibili sono conservati in formati compressi. 3) Compressione per-file dinamica a livello di filesystem HFS+. 4) Eliminazione di localizzazioni inutili, compressione dei file NIB contenuti nei bundle di ogni applicazione, eliminazione dei file designable.nib, che a quanto pare si tratta di rimanenze inutili che dovevano già essere eliminate in Leopard e che possono occupare anche uno spazio considerevole. Secondo uno sviluppatore, solo in Mail.app ce ne sono più di 1.400, a occupare quasi 200 MB; infatti Mail 3.x in Mac OS X 10.5 occupa quasi 290 MiB (281.404.816 byte), mentre Mail 4.x in Mac OS X 10.6 occupa soltanto 77,5 MB (64.372.482 byte).]






