Tutt’altro che obsoleti
Da un po’ di tempo seguo una triade di blog che trattano di tecnologia e minimalismo: Minimal, Minimal Mac e mnmlist. I primi due hanno un’impronta (oltre che un nome) molto simile: sono essenzialmente dei tumblelog che riportano spunti, consigli, esempi di vita digitale (e non) all’insegna del minimalismo. Si possono trovare fotografie di desktop Mac ordinati e asettici, di ambienti di lavoro spartani e ariosi, mini-recensioni di programmi atti a semplificare il flusso di lavoro e a ridurre il ‘rumore di fondo’ della nostra (im)produttività, nonché estratti e segnalazioni di articoli altrui che rientrano in questa filosofia del Less is more, ossia il meno che diventa un più, un valore, un vantaggio. Il tutto punteggiato da citazioni e aforismi di pensatori, designer, blogger, eccetera.
Di tanto in tanto mi imbatto in citazioni e pezzi che non condivido affatto, come questo, tratto dal post di un tal Justin Lowery:
La gente vuole usare la propria musica in modi che funzionano oggi, non con i sistemi di vent’anni fa. I CD sono roba di vent’anni fa. Sono obsoleti sotto qualunque aspetto, e devono sparire. Adesso. La gente condivide la musica. Cercate di farvene una ragione. Barnes & Noble lo ha capito nell’industria del libro, e ha introdotto il Nook. Gli utenti di questo lettore di eBook possono condividere i libri, legalmente. Possono prestare un libro a un amico per due settimane, e alla fine delle due settimane, il libro torna indietro al legittimo proprietario, via wireless. È genialità pura. Se l’industria della musica se ne uscisse con idee come queste, tutti saremmo molto più contenti. Purtroppo per tutti [le case discografiche] preferiscono pagare avvocati per milioni di dollari invece che dare gli stessi soldi a sviluppatori software in modo che costruiscano un sistema che funziona davvero. Se l’industria musicale investisse in idee innovative (e nella loro implementazione) il denaro con cui foraggia i propri studi legali, sarebbe molto molto più ricca di adesso, e nel frattempo riuscirebbe anche a salvare la propria reputazione. [...]
Come si è capito, si tratta di parte di uno sfogo diretto alle case discografiche. Al di là del fatto che quel che funziona nell’industria libraria non è detto che sia altrettanto efficace in quella musicale e viceversa. Al di là del fatto che continuo a ritenere il modello dell’iTunes Store un sistema che risponde almeno in parte allo sfogo e alle richieste di questo tizio. La parte che mi ha più irritato e che non condivido è la prima: La gente vuole usare la propria musica in modi che funzionano oggi, non con i sistemi di vent’anni fa. I CD sono roba di vent’anni fa. Sono obsoleti sotto qualunque aspetto, e devono sparire. Adesso. La gente condivide la musica. Cercate di farvene una ragione.
Ma chi l’ha detto che i CD sono obsoleti? Chi l’ha detto che devono sparire? La gente ha sempre condiviso la musica, a prescindere dal supporto su cui veniva registrata e prodotta. Ho riportato questo frammento perché purtroppo il tizio rappresenta tutta una categoria di consumatori spiccioli, categoria in crescita esponenziale e che io informalmente chiamo la Generazione iPod. Intendiamoci, sono contento del successo dell’iPod e del boom della musica digitale. Il passaggio da CD ai file, e dal doversi portare appresso una dozzina di CD insieme al proprio Discman all’avere un oggettino piccolo come lo iPod nano o shuffle nel quale stanno tranquillamente centinaia o migliaia di brani, è stato sicuramente un passo avanti in quanto a comodità, e non lo nega nessuno. In quanto a qualità sonora e a qualità dell’ascolto, invece, trovo che siano stati fatti uno o due passi indietro.
Ma è un segno dei tempi. Oggi, in quest’epoca della quantità indiscriminata, della velocità e del consumo, molte persone non ascoltano più la musica; la sentono e basta. La sentono facendo altro, spesso molte altre cose insieme. La musica è un sottofondo, un ingrediente di questa maionese impazzita di multitasking che i tempi e la società in un certo senso ci impongono. La qualità della musica, dei supporti, e degli strumenti con cui la si fruisce, importa relativamente. Sto ovviamente generalizzando, non potrei fare altrimenti; so che là fuori esiste uno zoccolo duro di audiofili dalle invidiabili capacità di discernimento acustico.
Io non sono un purista, non possiedo un impianto stereo esoterico da migliaia di Euro, non ho una stanza dove chiudermi e ascoltare la mia collezione di vinili. Ma sono cresciuto con un’educazione musicale differente, con l’abitudine per esempio di dare alla musica un suo spazio nella mia giornata. Ascoltare un disco, specie una novità appena comprata, per me è sempre stato un piccolo rito, come per altri può essere il tè, il caffè, il fumare il sigaro o la pipa; insomma, il ritagliarsi un’oasi di tranquillità in cui dedicarsi a quella sola attività. Nel mio caso, ascoltare musica. Senza fare altro. In cuffia, o attraverso le casse dello stereo. E utilizzando un impianto hi-fi, non il computer e i miseri altoparlanti a esso collegati. È un rito che, bene o male, mi ha sempre accompagnato fin da quando ero molto piccolo: ricordo che non avevo ancora 3 anni e già mettevo i 45 giri nel piatto della fonovaligia dei miei genitori e mi sedevo vicino ad ascoltare i dischi. I nomi degli artisti e i titoli delle canzoni mi dicevano poco o nulla, ma avevo imparato ad associare le musiche che preferivo ai colori delle etichette dei dischi, e a volte delle copertine, così sapevo sempre che cosa mettere.
Col passare degli anni e con il diminuire del tempo a disposizione per queste cose nell’arco della giornata, anch’io sono diventato in gran parte un ‘consumatore’ di musica, e fra iTunes e Spotify ho un rapido e comodo accesso a una quantità di musica inimmaginabile solo cinque anni fa. E per ‘consumare’ e condividere vanno benissimo. Ma, tornando alla citazione che ha dato l’impulso a questo articolo, la gente non solo vuole condividere la musica. Certa gente, fra cui il sottoscritto, continua a voler ‘possedere’ la musica e a volere qualcosa di solido per le mani, come il CD. Ma non è soltanto questo: qualsiasi file musicale, a parte forse certi formati lossless, se la sogna la qualità audio di un CD. Eh sì, ci sono persone a cui la qualità ancora importa. Il CD rappresenta inoltre una garanzia di maggior durevolezza: un archivio musicale solo digitale deve essere costantemente salvaguardato con backup e copie ridondanti, perché è alla mercé dell’integrità dei dischi rigidi o delle memorie flash. Il primo CD che ho acquistato nel 1986 è ancora lì, fresco come il giorno in cui lo comprai, e lo posso ancora ascoltare senza problemi oggi, 23 anni dopo.
Il Dizionario Garzanti, alla voce obsoleto riporta questi sinonimi: disusato, antiquato, superato. Oggi probabilmente i CD si usano meno, e come ho già detto sono meno pratici dei file MP3, AAC, e dei lettori musicali come iPod, ma mi pare improprio considerarli obsoleti, perché sotto il profilo qualitativo di certo non lo sono. È un po’ triste che, a volte, a decretare l’obsolescenza siano più le abitudini e le tendenze, che non parametri come la qualità intrinseca delle cose. Che il futuro della musica sia la progressiva immaterialità non ci piove, ma a me piacerebbe anche che si arrivasse a ottenere una qualità tale da far dimenticare i CD, e non solo un compromesso qualità-praticità. Mi piacerebbe che la musica digitale progredisse in maniera più simile alla fotografia digitale, che negli esempi più eccelsi sta arrivando a ottenere risultati che non fanno venir voglia di tornare alla pellicola, per dire.
Google Chrome OS: primissime riflessioni
Lo scorso 19 novembre, Google mi ha fatto un regalino interessante per il mio compleanno: ha presentato una prima idea dei lavori in corso su Chrome OS. Non ho letto moltissime reazioni altrui alla presentazione, a parte il solito Gruber e qualcun altro, e per quanto riguarda il materiale su Google Chrome OS mi sono limitato a quel che Google ha messo a disposizione, in special modo le pagine di Chromium OS, più questo video in cui viene presentata l’interfaccia utente.
Quanto sto per scrivere sono solo reazioni e riflessioni basate sullo stato attuale del progetto, e visto che Chrome OS ha ancora davanti circa un anno di sviluppo prima di essere pronto per la commercializzazione, è tutto da prendere con beneficio di inventario.
La mia impressione generale su Chrome OS è positiva, nel senso che la mera esistenza di un progetto del genere è una boccata d’aria fresca nel panorama attuale dei sistemi operativi, che mi pare piuttosto stagnante. Scendendo nei particolari, non posso fare a meno di notare come per me gli aspetti positivi e negativi di Chrome OS siano essenzialmente due facce della stessa moneta. Vediamo un po’.
1. La prima cosa da evidenziare è che Chrome OS non vuole essere un sistema operativo completo come Windows o Mac OS X. È un sistema progettato fin da subito per essere installato su hardware specifico (netbook e simili), hardware da non considerarsi come principale. L’idea del netbook è quella di avere una seconda (o terza) macchina ultraportatile molto comoda da avere sempre con sé per effettuare una serie specifica e limitata di compiti (essenzialmente navigare il Web, leggere la posta, sfogliare qualche documento o anche eBook, passare in rassegna un po’ di foto digitali…). Come i netbook non pretendono di sostituire il Mac o PC principali, Google si prefigge lo stesso obiettivo sul fronte del software. Chrome OS deve quindi essere veloce, leggero (per non affaticare troppo i processori a bassa potenza dei netbook), e fare poche cose ma bene e con eleganza.
Un simile approccio è sensato e permette di costruire il prodotto guardando avanti, invece di preoccuparsi di realizzare un altro mastodonte come Windows che deve essere compatibile con un numero impressionante di macchine, supportare programmi di oggi, ieri e dell’altroieri, e via dicendo.
L’altra faccia della medaglia, però, è il rischio di focalizzarsi su una nicchia di prodotti che potrebbe trovarsi parecchio cambiata da qui a un anno. È vero che Google può benissimo modificare, adattare e riplasmare Chrome OS strada facendo, ma continuo a ritenere la fascia dei netbook un settore fragile e capriccioso. Uno degli intenti — lodevoli — di Google è proprio quello di rafforzare questo settore, offrendo una migliore integrazione hardware/software e rendendo così meno frustrante per l’utente medio tutta l’esperienza del computerino ultraportatile; al tempo stesso mi chiedo, non è che l’autunno del 2010 sia un po’ troppo tardi per debuttare?
Una grossa incognita che ha la potenzialità di scombussolare completamente il contesto è il famigerato tablet Apple. Lo so, al momento è tutta speculazione, ma supponendo che Apple presenti un simile dispositivo prima dell’estate prossima, e supponendo che abbia l’impatto che ci si aspetta da un simile prodotto, Google potrebbe trovarsi nella posizione di dover fare degli aggiustamenti e delle correzioni di tiro al progetto Chrome OS in modo da tener conto dell’innovazione che invariabilmente introdurrà Apple nel settore. D’accordo, questa è una bella serie di ’se’ e ‘forse’, ma in sostanza la mia osservazione è che Google, progettando Chrome OS per essere un sistema operativo ottimizzato e mirato a una fascia specifica di computer, rischia di creare un prodotto a spettro limitato e poco flessibile.
In altre parole: Google vuole rafforzare e potenziare la ‘piattaforma netbook’ in modo che superi certi limiti attuali (fra cui: interfaccia utente non eccelsa, variegata e dipendente da altri sistemi operativi — Windows e Linux — che non offrono versioni veramente ottimizzate per i netbook); quel che spero non accada è che Chrome OS finisca, in un certo senso, col cadere vittima dei limiti che vuole superare, che finisca con l’essere un sistema operativo di nicchia e non estendibile ad altre soluzioni.
2. Tutto nella nuvola. Una delle caratteristiche più prevedibili di un ambiente operativo (mi sembra che la definizione sia più calzante per Chrome OS) prodotto da Google è la forte dipendenza dalla cosiddetta ‘nuvola’, ovvero la stragrande maggioranza delle informazioni che l’utente gestisce — la posta elettronica, i documenti creati con Google Docs, ecc. — saranno conservate in server remoti. Come riportato da questo articolo di Macworld, Sundar Pichai, vice presidente del Product Management di Google, alla presentazione di Chrome OS ha detto che la semplicità di Chrome OS deriva anzitutto dalla sua interfaccia basata sul browser; ogni applicazione è quindi un’applicazione Web e non sono presenti programmi di tipo desktop. Gli utenti non devono installare programmi, né software, né preoccuparsi degli aggiornamenti, nulla. È una Web app, è un link, è un URL, ha detto Pichai.
Se un utente smarrisce il suo netbook con Chrome OS, o subisce un furto, può tranquillamente acquistarne un altro, autenticarsi e accedere immediatamente a tutte le proprie applicazioni e informazioni, così come a qualsiasi impostazione precedentemente personalizzata, perché tutto sarà basato sulla ‘nuvola’, ha continuato Pichai.
Sempre citando l’articolo di Macworld, per quanto riguarda la sicurezza Chrome OS mette ogni applicazione in quella che Google definisce ’security sandbox’ (ossia un’area circoscritta); alle applicazioni vengono levati gli estesi privilegi d’accesso che tipicamente hanno nei sistemi operativi convenzionali. Così facendo si limita anche la loro possibilità di fare danni in caso vengano compromesse dal malware. Se Chrome OS rileva un problema di sicurezza, la procedura che segue è il riavvio. Chrome OS si esegue totalmente entro il modello di sicurezza del browser, che è molto diverso da come funzionano attualmente i sistemi operativi tradizionali, ha detto Pichai.
I netbook con Chrome OS non supporteranno dischi rigidi, si dice nell’articolo, solo dischi a stato solido, e i dati verranno continuamente sincronizzati fra il computer e la ‘nuvola’.
Questo sistema, pesantemente orientato al cloud computing, riduce il computer con Chrome OS praticamente allo stato di un terminale senza cervello, e i benefici elencati sono senza dubbio interessanti: sincronizzazione immediata dei dati (immaginate di avere tutto il sistema dentro una cartella come Dropbox); minor rischio per l’integrità dei dati in caso di smarrimento, furto, o guasto del netbook; meno preoccupazioni per l’utente per quanto concerne il mantenimento della macchina (sono tutte applicazioni Web, quindi ogni aggiornamento di una o più parti di Chrome OS viene presumibilmente fatto a monte, nella ‘nuvola’, e il singolo netbook sincronizza la situazione in locale e quindi si aggiorna in automatico).
Anche qui, il rovescio della medaglia è proprio nella grande dipendenza dalla ‘nuvola’ e nel fatto che i dati vengono conservati in remoto. Sarà che provengo da un uso pluriventennale dei computer, sarà che ho da sempre il pallino di archiviare e fare backup locali, ma l’idea di non avere direttamente sottomano le mie cose a me mette ansia. È storia di un mese fa il mezzo disastro che è accaduto ai clienti di T-Mobile muniti di smartphone Sidekick, che per un problema di backup occorso a Danger (il provider del servizio, un’azienda che appartiene a Microsoft), hanno perduto parte delle informazioni personali sincronizzate appunto attraverso la ‘nuvola’. Certo, sono io il primo ad avere più fiducia in Google che in una compagnia di Microsoft, ma la possibilità di un guasto tecnico a monte c’è sempre, e il fatto che non sia mai successo nulla di grave a Gmail, Google Docs e affini, non vuol dire che non possa accadere. Della mia posta Gmail conservo una copia in locale, e mi auguro che Chrome OS, quando sarà terminato, potrà permettere il salvataggio dei dati offline.
Oltre alla dipendenza dai servizi della ‘nuvola’, c’è anche il discorso della dipendenza dall’essere collegati a Internet. Sto pasticciando con un’installazione di Chrome OS in una macchina virtuale usando Sun VirtualBox, e noto che all’avvio di Chrome OS viene presentata una maschera di login. Si accede ovviamente con un account Google, ma la differenza con un login in Mac OS X è che in Mac OS X ci si autentica in un account locale, mentre in Chrome OS il login è al proprio profilo Google remoto. Questo significa che se non c’è rete, o se c’è un problema qualsiasi di connessione, non si entra nel sistema. Come dicevo, lo sviluppo è solo agli inizi, e il prodotto finale potrebbe benissimo essere totalmente diverso, però ritengo che si debba dare all’utente la possibilità di lavorare anche in locale, magari su copie temporanee dei dati che poi vengono sincronizzate quando la connessione torna a essere disponibile.
3. Come accennato al punto precedente, un punto di forza della semplicità di Chrome OS è il poggiarsi sul browser, e alle attività a esso relative; le applicazioni Web di contorno sembrano essere delle estensioni, dei widget; un po’ come se — in Mac OS X — lavorassimo esclusivamente in Dashboard. Anche in questo caso, rovesciando la medaglia ci troviamo di fronte ai limiti di avere un browser come nodo centrale del sistema operativo. Chrome OS invita ad aprire parecchi pannelli nel browser; quelli delle applicazioni Web che usiamo più spesso si possono persino ‘ancorare’ e mantenere nel browser nella parte sinistra, come sorta di segnalibri per accedere rapidamente alle applicazioni (in figura si vedono i pannelli di Gmail e Google Calendar).

Chrome OS non ha una barra menu. L'icona Chrome all'estrema sinistra ha una funzione analoga al menu Mela sui sistemi Macintosh, e richiama una serie di applicazioni correlate ai servizi Google. I pannelli più corti sono 'ancorati' e servono ad avere accesso diretto alle applicazioni aperte. Gli altri sono normali pannelli di pagine Web.
Certo, sono più piccoli dei normali pannelli delle pagine Web, ma o si continuano ad aprire finestre del browser e altri pannelli al loro interno, oppure l’affollamento sulla parte superiore del browser diventa ingestibile (un problema analogo ai famigerati tab on top di Safari 4 beta). È vero che Chrome OS permette di passare rapidamente tra finestre e attività in corso con una funzione simile a Exposé in Mac OS X, ma a chi come me preferisce avere una sola finestra con svariati pannelli, il browser di Chrome OS potrebbe risultare un po’ strettino, anche considerando le dimensioni ridotte degli schermi dei netbook.
4. Appunto: dimensioni ridotte degli schermi dei notebook. Pichai ha dichiarato che Lo scopo di questo sistema è quello di fornire un’esperienza Web meravigliosa per l’utente. Questo è lo scenario su cui ci stiamo concentrando. Da quel che ho visto finora, Chrome OS sembra essere un sistema particolarmente efficace su schermi di dimensioni sicuramente maggiori di quelle offerte dal netbook medio. L’idea dei pannelli è affascinante, e mi piace soprattutto la possibilità di collassarli e tenerli nella parte inferiore, pronti all’uso e all’interscambio di informazioni. Questo tipo di minimizzazione mi ricorda molto la vista come finestre a comparsa in Mac OS 8 e 9, e trovo che sia un’idea utile e con molte potenzialità. Tuttavia, nel contesto di un display compreso fra gli 8 e gli 11 pollici, non so quanto sia efficace affollare l’interfaccia con pannelli (anche se a scomparsa) e zone d’interesse al di fuori del browser. Browser che dovrebbe essere, appunto, al centro del sistema operativo e fornire un’esperienza Web il più soddisfacente possibile. Secondo me, con l’area di lavoro ristretta messa a disposizione dal netbook medio, l’interfaccia dovrebbe orientarsi sullo schermo pieno e su elementi di contorno poco intrusivi.
Come dicevo, sono osservazioni che si basano sullo stato dei lavori attuale e virtualmente ogni elemento dell’aspetto e dell’idea di Chrome OS potrebbe cambiare in corso d’opera. La perplessità più forte rimane legata alla forte dipendenza di Chrome OS dalla ‘nuvola’, che è l’aspetto che molto probabilmente rimarrà costante fino al completamento del prodotto. Sono comunque molto curioso e molto interessato a vedere gli sviluppi di Chrome OS e come sarà il sistema nella sua veste definitiva. Che l’azienda Google piaccia o no, occorre constatarne le spinte innovative e la voglia di cambiare le carte in tavola in un ambito difficile e consolidato come quello dei sistemi operativi.
Se l’installatore automatico non installa automaticamente
Aggiornamento problematico di Microsoft Office 2004 per Mac 11.5.6
Non so a quante persone sia capitato, ma l’ultimo aggiornamento di Office per Mac, versione 11.5.6, non mi si installa automaticamente utilizzando l’applicazione Microsoft AutoUpdate. Questo problema mi si è presentato sia sul PowerBook G4 12″ con Mac OS X 10.5.8, sia sul MacBook Pro con Mac OS X 10.6.2. Microsoft AutoUpdate si apre e informa che è presente un nuovo aggiornamento:

Premendo Installa e inserendo la password di amministratore che viene successivamente richiesta, inizia lo scaricamento dell’aggiornamento, e la barra di progresso sopra i quattro pulsanti va riempiendosi a mano a mano fino in fondo. La procedura di aggiornamento di solito proseguiva così: il file scaricato dal sito Microsoft, che è un’immagine disco .dmg, veniva automaticamente montato e l’applicazione Office 2004 11.5.x Update.app al suo interno automaticamente lanciata. Con quest’ultimo aggiornamento la cosa non avviene. Dopo lo scaricamento del file .dmg, Microsoft AutoUpdate rimane aperta, inerte, e si ha quasi la sensazione che l’aggiornamento sia avvenuto dietro le quinte. Non è peregrino pensarlo: se uno ha fatto clic su un pulsante “Installa”, magari scaricamento e installazione sono avvenuti insieme (difficile decifrare una barra di progresso che procede senza altre indicazioni). Invece no. Il file scaricato è introvabile e l’aggiornamento, che doveva essere automatico, non è partito.
(Il metodo per verificare quale versione di Office 2004 si ha installata è quello di andare nella cartella Microsoft Office 2004 > Office, individuare il file Microsoft Component Plugin e richiamare le informazioni con ⌘-I. Nella sezione Generale, verificare il numero di versione, che in questo caso dovrebbe essere ancora 11.5.5).
Il semplice espediente per aggirare il problema è eseguire l’aggiornamento manualmente. Sempre in Microsoft AutoUpdate, quando compare il pannello in figura, fare clic su Ulteriori informazioni: il browser si aprirà sulla pagina Web del sito Microsoft dedicata all’aggiornamento. A circa metà della pagina, al paragrafo Come ottenere l’aggiornamento, fare clic sul link con il file da scaricare. In pieno stile Microsoft, si verrà portati su un’altra pagina Web fitta di informazioni, al punto che quasi non si sa dove far clic per ottenere il file: individuate un pulsantino Scarica a poche righe dall’inizio, dentro una banda azzurra. L’immagine disco di cui sopra verrà regolarmente scaricata. Montatela, ed eseguite l’applicazione Office 2004 11.5.6 Update.app al suo interno. Fatto.
Fare ordine
Alla fine del 2008 scrissi un articolo, Propositi per il 2009: pulizia virtuale, nel quale parlavo della sempre maggior frustrazione che deriva dal dover gestire una miriade di account aperti online un po’ ovunque, grazie alla facilità con cui ormai è possibile pubblicare contenuti sul Web. Nel paragrafo conclusivo scrissi:
Per il 2009 uno dei miei propositi è fare ordine e pulizia. Non solo in casa, ma anche e soprattutto online. Scremare i mastodontici archivi dei bookmark dei browser, cancellare account email che non utilizzo più e account di siti e servizi che sto mantenendo per inerzia. Ridurre la mia presenza online in pochi centri nevralgici invece di aprire un blog per ogni idea che mi passa per la testa. Sfoltire sfoltire sfoltire. Ottimizzare l’esistente e salvaguardare quel che vale davvero la pena salvare.
Bene, è passato quasi un anno e sono riuscito a fare qualche progresso. In quest’ambito, il passo più coraggioso è guardare fisso uno dei tanti blog o pseudo-blog aperti impulsivamente e decidere di eliminarlo, uccidendo il pensiero Ma no, lo lascio nel congelatore, potrebbe sempre tornare utile. Se l’idea non ha decollato, se il progetto non ha avuto seguito, e io per primo ho perso interesse, è inutile mantenere il paziente attaccato ai macchinari. Si stacca la spina e via.
Ho quindi ridotto la mia presenza online a pochi luoghi, gli unici che hanno manifestato segnali di vita durante il 2009.
L’unico spazio che ho ‘ristrutturato’ invece di cancellarlo, e la si può considerare una nuova creazione, è in realtà un tumblelog pensato per quei venticinque lettori che hanno interesse a mantenersi aggiornati su quel che scrivo, qui in italiano, e in inglese altrove. Un luogo di riferimento che tiene traccia dei miei blog e dei contenuti che vado pubblicando in essi. Ecco quindi 92 onward – the Quillink stream, che serve da indice in progress dei miei lavori e anche come strumento per l’occasionale reblogging di contenuti altrui che ho particolarmente gradito.
La fine dell’anno si avvicina, ed è tempo di pensare ai propositi per il 2010, che già da ora immagino essere ancora più drastici, anche se non ho formato ancora un piano particolare.
Apple trionfa contro Psystar in California
La domenica si apre con una buona notizia. La forma migliore per commentarla è tradurre alcuni estratti da Groklaw, che è sempre stata un’ottima fonte per seguire cause legali come questa. L’articolo è Apple Wins Like a Champ – Psystar is Toast — What? You’re Surprised? [Apple vince senza problemi, Psystar è finita. Come? Siete sorpresi?]:
Psystar ha avuto quel che si meritava nella causa legale nello stato della California. Qui potete leggere l’ordinanza (PDF). È un massacro completo. La difesa del diritto di vendita avanzata da Psystar è stata letteralmente sbriciolata. L’istanza di giudizio sommario da parte di Apple in merito alla violazione di copyright e del DMCA è stata accolta. Apple ha ottenuto anche l’istanza di chiusura.
L’istanza di giudizio sommario da parte di Psystar in merito alla violazione del copyright e trade dress (aspetto caratteristico del prodotto) è stata respinta. Stesso dicasi per l’illusoria istanza di abuso di copyright mossa da Psystar.
[...] A questo punto l’unica speranza per Psystar è la causa aperta in Florida, ma francamente non ci scommetterei molto. Di solito i giudici si accorgono se uno è stato appena dichiarato colpevole in una simile causa legale in un altro stato.
Siete sorpresi? Ve l’avevo detto, ve l’avevo detto. Demoralizzati? Immagino che Psystar possa fare ricorso in appello. E se volete libertà per il vostro codice, potete certamente trovarla sul pianeta Terra, basta guardare nella giusta direzione. Sarete lieti di averlo fatto, perché potrete fare tutti gli hack e le modifiche che vorrete, e sarà perfettamente legale. Il messaggio della corte è chiaro: gli accordi di licenza per l’utente finale (EULA) significano esattamente quanto stabiliscono; se non volete rispettare la licenza di Apple, lasciate stare quel che è di Apple.
In un segmento dell’ordinanza (citato nell’articolo di Groklaw) è contenuta un’informazione che non conoscevo (enfasi mia):
[...] Apple sostiene che Psystar ha violato i diritti di distribuzione offrendo e vendendo al pubblico Mac OS X installato su macchine Psystar. Psystar ammette di aver distribuito Mac OS X (Chung Exh. 17 at 4).
Ma Psystar risponde che la propria condotta è protetta dalla Sezione 109 della cosiddetta first-sale doctrine [esaurimento del diritto; lett. 'dottrina della prima vendita']. Secondo tale Sezione, “il proprietario di una determinata copia o registrazione fonografica legalmente effettuata, o qualsiasi persona autorizzata dal suddetto proprietario, ha la facoltà — senza l’autorità del proprietario del copyright — di vendere o trasferire il possesso di tale copia o registrazione fonografica” (17 U.S.C. 109). Questo provvedimento delimita il diritto di distribuzione. Si applica solo al possessore di una copia.
Entrambe le parti hanno a lungo discusso sul fatto che Psystar fosse il possessore o il licenziatario della copia (ossia la copia tangibile) di Mac OS X che aveva acquistato. Anche assumendo che Psystar fosse stato il possessore di una copia, la difesa della prima vendita (first-sale defense) cade in questo punto. La sezione 109 garantisce immunità soltanto quando le copie vengono “legalmente effettuate”. Le copie in questione non sono state effettuate legalmente e con l’autorizzazione del proprietario del copyright. Come è stato stabilito, Psystar ha realizzato una copia di Mac OS X non autorizzata mediante un Mac mini collegato a una ‘imaging station’ e ha successivamente utilizzato una ‘copia master’ per realizzare molte altre copie non autorizzate installate sui vari computer Psystar. La difesa della prima vendita non si applica a quelle copie non autorizzate. Si veda Microsoft Corp. v. Software Wholesale Club, Inc., 129 F. Supp. 2d 995, 1006 (S.D. Tex. 2000) (“la first-sale doctrine non è applicabile a un’unità dichiaratamente contraffatta”); si veda anche 2-8 NIMMER ON COPYRIGHT § 8.12 (“se la realizzazione di una copia o di una registrazione fonografica costituisce una violazione del diritto di riproduzione o adattamento, la sua distribuzione violerà il diritto di distribuzione, anche se tale distribuzione venga effettuata dal possessore della suddetta copia o registrazione fonografica”). [...]
Ovvero, Psystar ha agito così: prima ha acquistato una copia di Mac OS X e l’ha installata su un Mac mini. Poi ha copiato Mac OS X dal Mac mini su un computer non-Apple. Questo computer non-Apple è stato utilizzato come ‘imaging station’. Una volta caricato sulla imaging station, Mac OS X è stato modificato. Psystar ha poi sostituito il bootloader di Mac OS X (il bootloader viene eseguito all’accensione del computer e individua e carica parti del sistema operativo nella RAM). Senza un bootloader, Mac OS X non funzionerebbe. Psystar ha disattivato e/o rimosso le estensioni kernel (kext) di Mac OS X e le ha sostituite con altri file kext. Le modifiche di Psystar hanno permesso a Mac OS X di eseguirsi su macchine non-Apple. La copia così modificata è diventata la ‘copia master’ utilizzata conseguentemente per la duplicazione in massa del sistema operativo modificato e successiva installazione sui computer Psystar.
Bell’affare. E Psystar aveva persino la presunzione di spuntarla.
Groklaw continua:
Avete afferrato? Anche se Psystar fosse il legale possessore della copia [di Mac OS X], non gli sarebbe consentito di fare quello che ha fatto. [...] Lo so, si dirà: Maaa… se non avessero usato la copia master e avessero invece usato le singole copie acquistate una per una, allora la cosa avrebbe funzionato? Figli miei, perché credete che Psystar si sia servita di una copia master? Perché è un’azienda commerciale, e nel commercio l’efficienza è denaro. Ecco perché vengono fondate aziende e società, per fare soldi. Il mondo intero non è con voi nella vostra guerra santa per distruggere le EULA e la licenza GPL. Anche questa sgangheratissima azienda voleva fare soldi. Le teorie appartengono ai forum online, non al commercio e decisamente non ai tribunali. E anche nei forum online tutti vi hanno detto, per anni, che una cosa del genere non avrebbe funzionato se qualcuno ci avesse provato. Ci hanno provato. Non ha funzionato.
E che questa causa serva come ammonimento per coloro che sostengono che la sola cosa che importa è che l’open source sia un sistema migliore per sviluppare codice. Apple crea codice straordinario. Naturalmente la comunità BSD ha creato molto di quel codice, ma Apple è stata in grado di ottimizzarlo al meglio per gli utenti finali, e ha saputo farlo in maniera straordinaria. Per cui nessuno può discutere sul fatto che non si tratti di codice favoloso per gli utenti finali, perché lo è.
E a questo punto mi chiedo: è abbastanza tutto ciò?
O il messaggio di questa causa legale non è forse questo, ovvero che quel che volete davvero con il vostro codice favoloso sia la libertà per quel codice? Se la vostra risposta è Sì, voglio la libertà di fare quel che voglio con il codice sul mio computer, allora perché usare codice proprietario? Chi produce codice proprietario è felicissimo di vendervi il codice migliore al mondo, se lo realizza. Ma non vi venderà mai la libertà di utilizzarlo come vi pare e piace. Non è il settore commerciale di cui fa parte. Non è il business di quel produttore.
Pertanto, se vi preme la libertà, non tradite l’obiettivo di realizzare un sistema operativo completamente libero, senza alcuna componente proprietaria. Quell’obiettivo ha senso, perché componenti proprietarie implicano restrizioni d’uso. È un fatto. Vi sono altri aspetti negativi, ma la causa in questione sottolinea questo aspetto in particolare. Quindi lavorate a driver non proprietari. State alla larga da codice che potrebbe portare a denunce per violazioni di brevetti. Perché? Perché quel che può sembrare un vantaggio nel breve termine può bloccare i risultato finale che volete ottenere. [...]
Per cui quando vi dicono che l’importante è che il codice sia open source o che gli utenti finali debbano avere il diritto, se vogliono, di mettere insieme codice proprietario e codice libero/open source, o che allearsi con Microsoft funzionerà alla grande, o che quel che importa è che gli utenti finali usino più software libero servendosi di miscele di codice proprietario e codice libero — quando vi dicono queste cose, domandatevi: è proprio vero? Non importa chi ve lo dice: è proprio vero? Guardate la causa Apple vs. Psystar. La libertà è importante. Certe cose sono semplicemente ovvie.
Utilizzate quel che volete, ma pensateci bene, rifletteteci su e non limitatevi a considerare quel che volete ottenere adesso o quel che vi sembra più comodo. Perché credete che Stallman abbia iniziato a creare Software Libero [e la Free Software Foundation]? Perché sapeva come aggiustare una stampante ma la licenza glielo impediva. Egli aveva già visto quel che voi state osservando in questa causa di Apple contro Psystar. ‘Proprietario’ significa restrizioni d’uso. Per davvero.
Un progetto ammirevole
Ho avuto il piacere di saperlo leggermente in anticipo rispetto al ‘lancio ufficiale’: quattro giorni fa Ángel Domínguez, un amico e collega traduttore, ha reso pubblico un progetto personale coraggioso e ben fatto. Stanco delle pessime traduzioni in spagnolo di articoli ed estratti da Daring Fireball, il popolare weblog di John Gruber, ha messo in piedi da solo Daring Fireball en Español, che è appunto la versione spagnola del lavoro di Gruber.
L’attenzione al dettaglio è formidabile: lo schema dei colori è identico ma usato all’inverso; font e impaginazione sono uguali, e il sistema dei permalink presenta un link al blog in spagnolo e un link al blog originale inglese. L’idea di Ángel è che il suo lavoro possa diventare un punto di riferimento per la stampa tecnica spagnola online e non, che voglia citare in maniera appropriata gli articoli e le osservazioni, spesso informate e intelligenti, di Gruber.
Gruber è al corrente della cosa, e ha dato il suo benestare a patto che venga specificato che Daring Fireball en Español si tratta di un progetto non affiliato a Daring Fireball e che si tratta di un’idea personale e distinta dal suo weblog. Personalmente sono un po’ stupito che Gruber non ne abbia fatto menzione ufficiale, né su Daring Fireball, né su Twitter. In fin dei conti non c’è che essere orgogliosi di un’iniziativa del genere. Capitasse a me, ne sarei onoratissimo: una persona che apprezza il mio lavoro al punto da imbarcarsi nell’impresa di aprire un sito e tradurre il mio lavoro in maniera volontaria e non remunerata, e soprattutto di mantenerlo costantemente aggiornato, è da premiare come minimo facendone notare la presenza. Ma si sa che Gruber ha il suo carattere.
Inutile aggiungere che l’opera di Domínguez è di alta qualità. Anche se non sapete lo spagnolo, vi invito comunque a fare un giro sul sito, magari confrontandolo con l’originale aperto in un altro pannello. È forse il primo caso di blog con traduzione a fronte.
La scrivania e la macchina da scrivere
Nelle mie ricerche mi sono imbattuto in un libro molto affascinante e direi miliare in materia di interfaccia utente (trattata in special modo da un punto di vista storico-evolutivo): Interface Culture di Steven Johnson. Il libro è del 1997, ma questo non toglie nulla alla sua validità e importanza per mettere in prospettiva certi discorsi ancora molto accesi oggi quando si parla di interfacce grafiche, metafora della scrivania, finestre vs. linea di comando. Non ho ancora terminato di leggerlo, ma lo sto divorando, anche grazie allo stile chiaro, lucido ed estremamente scorrevole dell’autore.
Riflettere sulle possibili evoluzioni dell’ormai pluriventennale metafora della scrivania, usata per l’interfaccia utente grafica dei maggiori sistemi operativi attualmente in circolazione, è una delle attività più stimolanti per me, appassionato di tecnologia, di storia dell’informatica e naturalmente di interfacce e usabilità. E il volume di Johnson è decisamente ricco di spunti in questo senso. Vorrei ricongiungermi ad alcuni di questi spunti, e dato che è piuttosto difficile non citare intere sezioni del Capitolo 2 (“The Desktop”, la scrivania) e del Capitolo 3 (“Windows”, cioè “finestre” — non l’omonimo sistema operativo), partirò provocatoriamente da questa frase, a chiusura di un paragrafo a pagina 57:
Gli errori e insuccessi concettuali della metà degli Anni Ottanta derivarono da una incapacità — o dal rifiuto — di considerare la potenza della metafora della scrivania. I fallimenti dell’epoca presente derivano dall’aver preso quella metafora in maniera troppo letterale.
Il passaggio dalla linea di comando all’interfaccia a finestre è stato epocale. Il vantaggio delle finestre non deriva tanto da una questione di memoria visiva e spaziale, come molti sono intuitivamente portati a credere. In un’interfaccia grafica che ricorda una scrivania, i documenti vengono distribuiti in modo spaziale; per questo, la percezione comune è che, nel ricercare un certo file, si pensi anzitutto in termini di ‘dove’ si trova, in che luogo. L’interfaccia grafica dà al file delle coordinate spaziali e delle proprietà analoghe a un file vero e proprio, del mondo reale. Ma, spiega Johnson, questa percezione è fuorviante proprio perché il sistema a finestre è molto flessibile, e anche i sostenitori più convinti dell’interfaccia grafica a finestre pensano ai loro file in termini testuali e conformi a interfacce UNIX o DOS:
Per comprenderlo basta fare attenzione ai nostri processi mentali quando stiamo utilizzando una qualche applicazione di gestione dei file, alla ricerca di un dato documento. In un sistema puramente spaziale, il nostro pensiero seguirebbe questa logica: “mi pare che il file si trovasse nella parte sinistra dello schermo, qualche livello più sotto”. Ma in realtà ciò che pensiamo è: “sono quasi certo di averlo messo nella cartella Cose da fare, ma forse si trova nella cartella Lavori in corso“. In altre parole, stiamo organizzando le informazioni in maniera testuale, seguendo delle categorie da noi stessi definite. La dimensione spaziale è soltanto un’illusione, ovvero l’illusione di un’illusione. Facciamo finta di ricordarci ‘dove’ abbiamo messo il file, ma ciò che stiamo veramente ricordando è semplicemente il nome della cartella che lo contiene. [...] (L’unica eccezione è il caso di quei file o elementi che sono stati disposti direttamente sulla scrivania, aggirando del tutto il concetto di finestra. Queste icone possono sviluppare attributi spaziali genuini, rendendole più semplici da ritrovare — anche se la maggior parte degli utenti preferisce non riempire la propria scrivania con troppe icone).
In realtà, il vantaggio delle finestre deriva dalla possibilità di vedere più applicazioni/processi alla volta e di passare rapidamente dall’uno all’altro mettendo le singole finestre in primo piano. La finestra si rivela essere una maniera di visualizzare quel che i programmatori chiamano mode switch. Nell’uso quotidiano del computer, ormai, passiamo spessissimo da una modalità all’altra senza nemmeno accorgercene. Per esempio, si ha una modalità per creare un nuovo documento di testo, una modalità per editare un foglio di calcolo esistente, una modalità per riorganizzare una directory di file, una modalità per modificare le preferenze di sistema. Ai tempi della linea di comando — scrive Johnson — si doveva lanciare una di quelle modalità inserendo un’oscura sequenza di lettere, e i confini che delimitavano le singole modalità erano ben tracciati. Immettendo un comando si entrava in modalità gestione directory, scrivendone un altro si passava alla modifica delle preferenze di sistema, e via dicendo.
Occorreva naturalmente una certa opera di memorizzazione, e a volte ci si dimenticava in quale modalità ci si trovava. In generale, questo sistema era parecchio anti-intuitivo. Doug Engelbart e gli ingegneri dello Xerox PARC si resero conto che queste modalità potevano essere rimpiazzate da finestre; le finestre potevano rappresentare le modalità e soprattutto un sistema per passare da una modalità all’altra. Era difficile sbagliarsi: la modalità corrente sarebbe stata rappresentata dalla finestra attiva (ovvero in primo piano), mentre le altre avrebbero atteso il loro turno, stratificate in secondo piano.
Il passaggio dal concetto di modalità (mode) al concetto di finestre è stato un passo avanti in termini di facilità d’uso di una tale entità che, ancora oggi, è arduo pensare a un mondo digitale senza finestre. L’interfaccia grafica a finestre ha portato con sé una serie di convenzioni che sono diventate così naturali e familiari da essere ormai trasparenti per gli utenti. E così radicate che pare impossibile progredire. Dai primi Anni Ottanta a oggi, la ’scrivania’ e le ‘finestre’ sono andate raffinandosi, espandendosi, rendendosi sempre più versatili, ma il succo della metafora è sempre quello. I progressi dell’interfaccia utente sono rimasti sempre circoscritti all’ambito della scrivania.
Periodicamente si riaccende il dibattito: bisogna trovare qualcosa che vada oltre la scrivania, si avverte l’esigenza di qualcosa di nuovo, ma proposte concrete non se ne vedono. Alan Kay [Wikipedia ING | Wikipedia ITA], ideatore della metafora della scrivania, ha lavorato alla creazione di altri progetti di interfaccia utente come Etoys o Croquet, ma sono progetti circoscritti e sperimentali. In Apple, negli Anni Novanta, si studiò a lungo un’interfaccia alternativa, in un progetto chiamato HotSauce o Project X, la cui idea fondamentale era sostituire il concetto di finestre con una navigazione più genuinamente spaziale, tridimensionale.
L’ostacolo più evidente, il macigno da superare sulla strada dell’evoluzione dell’interfaccia utente, è a mio avviso quel groviglio di abitudini + efficienza che ormai si è stratificato e raffinato nell’interfaccia grafica e nella metafora della scrivania attuali. Ed è a questo punto del mio ragionamento che ho pensato ancora alla macchina da scrivere, ovvero alla convenzione del layout di tastiera QWERTY universalmente adottato (con lievi variazioni a seconda dei paesi e delle lingue). In un mio articolo recente, Innovare è difficile, nel trattare i tentativi di innovazione nell’ambito dei dispositivi di input, facevo l’esempio della tastiera e citavo Donald Norman:
[...] Baloccarsi con il progetto della tastiera ideale è un passatempo diffuso. [...] Ma nessuna di queste innovazioni è stata realizzata perché la tastiera QWERTY, con i suoi difetti, è sufficientemente buona. Benché la sua disposizione pensata per evitare l’accavallarsi dei martelletti [della macchina da scrivere] non abbia più nessuna giustificazione meccanica, resta il fatto che molte coppie di lettere di uso comune sono assegnate alle due mani: una mano può prepararsi a battere il suo tasto mentre l’altra sta finendo, cosicché la velocità di battuta è migliore.
[...] C’è un sistema migliore [della QWERTY] — la tastiera Dvorak — laboriosamente messa a punto da uno dei fondatori dell’ingegneria industriale (da cui prende il nome). È più facile da imparare e permette un aumento di velocità di circa il 10%, ma questo non è un miglioramento sufficiente a legittimare una rivoluzione nella tastiera. Milioni di persone dovrebbero reimparare a scrivere a macchina. Milioni di macchine dovrebbero essere cambiate. I vincoli sostanziali della pratica preesistente impediscono il cambiamento, anche quando questo sarebbe un progresso.
Ecco, sotto questo aspetto vedo un’analogia molto forte con l’attuale impasse dell’evoluzione della metafora della scrivania nell’ambito dell’interfaccia utente. Probabilmente da qualche parte esiste un progetto di interfaccia in grado di superare certi limiti della metafora della scrivania, ma il fatto è che abbiamo appreso una tale efficienza e sviluppato una tale profonda familiarità con concetti quali finestre, menu, pannelli, scrivanie e cestini, che si fatica a vedere qualcos’altro al di fuori di queste metaforiche quattro mura entro le quali ci sentiamo sicuri e produttivi.
Durante la scorsa decade — ed è evidente leggendo il libro di Steven Johnson — il progresso sembrava tutto nelle mani del 3-D. Il già citato progetto HotSauce di Apple, l’estensione della metafora della scrivania operata da interfacce quali Magic Cap e Microsoft Bob (che immaginavano interi ambienti a circondare l’ufficio virtuale: corridoi, salotti, altri uffici, aree ricreative), progetti come The Palace di Mark Jeffries (che estendeva in ambito tridimensionale lo spazio tradizionalmente bidimensionale e testuale della chat, creando un mondo virtuale in cui i partecipanti alla chat venivano rappresentati da omini stilizzati disseminati in un ambiente e liberi di circolare e incontrarsi nelle sue svariate stanze; per capirci: una sorta di versione embrionale — siamo nel 1995 — dell’attuale Second Life), l’idea di prendere spunto dai mondi virtuali di due giochi di successo come Doom e Quake per creare un ambiente grafico ‘non-violento’ in cui collocare file, documenti, applicazioni… Tuttavia, la ragione primaria del fallimento di tali modelli stava (e probabilmente sta tuttora) nella loro inefficienza. Leggiamo le impressioni di Johnson in merito a HotSauce:
[...] Il prototipo di Apple serve a ricordarci quanto piccolo sia il ruolo giocato dalla memoria spaziale nelle moderne interfacce. Ho provato a fare un esperimento, una sorta di studio di caso, e per alcuni giorni ho utilizzato HotSauce come sostituto del mio sistema di gestione file, giusto per farmi un’idea più chiara di tutta l’esperienza. Le prime esplorazioni erano tremendamente divertenti, sembrava di star giocando a un videogioco più che navigare tra i miei file, ma l’eccitazione si è presto tramutata in irritazione non appena i limiti della navigazione si sono resi evidenti. Muoversi all’interno dello spazio richiedeva troppa attenzione e troppe energie, e finivo col concentrarmi più su come spostarmi e ’sterzare’ col puntatore che non sui documenti che stavo cercando. [...]
Mi sembra chiaro che, dopo il primo grande passo in avanti — dalla linea di comando alla scrivania e alle finestre –, la situazione si sia fatta sostanzialmente stagnante. Notare come gli sforzi innovativi odierni siano di contorno alla metafora della scrivania, più che tentare l’impatto diretto: tutto il furoreggiare dell’interfaccia multi-touch e dell’interfaccia tattile in generale, è sì uno sforzo verso una maggior efficienza, facilità d’uso, immediatezza e quindi (forse) produttività, ma non è un paradigma, non è una nuova concezione, una nuova metafora che definisce e regola l’ambiente dell’interfaccia utente. Siamo sempre qui a manipolare ‘documenti’ dentro ‘cartelle’ in ‘volumi’ all’interno di una ’scrivania’. Li manipoliamo più direttamente, ma non diversamente dalla manipolazione mediata della coppia puntatore-mouse. Per tornare alla citazione di Johnson in apertura di articolo, I fallimenti dell’epoca presente derivano dall’aver preso quella metafora [della scrivania] in maniera troppo letterale.
Un comportamento anomalo
Circa due mesi fa notai un’anomalia nel comportamento del mio nuovo MacBook Pro nel collegamento a caldo con il monitor LCD esterno che utilizzo quando lavoro in postazione ‘desktop’, e scrissi il seguente messaggio in alcune mailing list a cui sono iscritto:
Sto cercando informazioni su Internet riguardo al problema che sto per descrivere, ma non ho trovato niente di preciso o definitivo. Vediamo se qui qualcuno ha un’idea.
Hardware in questione
- MacBook Pro 15″ unibody (mid 2009), 2,66 GHz Core 2 Duo, 4 GB RAM. Mac OS X 10.5.8.
- Monitor Belinea o.display 20″ LCD widescreen con uscita VGA. Risoluzione 1680×1050.
- Adattatore VGA /–/ mini DisplayPort.
Il problema
Uso abitualmente il MacBook Pro in configurazione desktop, collegato al monitor suddetto mediante l’adattatore in questione, e ovviamente in modalità scrivania estesa.Se scollego a caldo l’adattatore, il MacBook Pro rileva il cambio e passa al suo monitor, raccogliendo e ridimensionando le finestre, eccetera. Come dovrebbe fare. Quindi tutto OK.
Quando, magari rientrato a casa dopo aver usato il MacBook Pro on the road, lo ricollego al monitor (che nel frattempo è in stop) a caldo, il MacBook Pro si spegne. Così, all’improvviso, come se di punto in bianco mancasse ogni forma di alimentazione. Pigiando il pulsante di accensione, il Mac si avvia e fa tutto normalmente, rilevando il monitor e sistemando la scrivania di conseguenza.
I tentativi di risoluzione del problema
Ho provato a vedere se era un problema legato alla scheda NVIDIA 9400, ma anche passando alla 9600 prima di collegare il monitor, il MacBook Pro si comporta così.Ho provato a collegarlo spegnendo prima il monitor, ma non cambia niente. L’unica è spegnere il MacBook Pro, collegarlo al monitor, e poi accendere. Che non è proprio il massimo della praticità, ne converrete. Questo non mi è mai successo con il PowerBook G4 12″ e l’adattatore DVI /–/ VGA, al quale ho sempre collegato/scollegato quel monitor, a caldo, senza problemi.
Può essere colpa dell’adattatore? Ogni idea è ben accetta. E grazie in anticipo.
In un messaggio seguente, aggiunsi:
Nel frattempo ho notato che collegando l’adattatore mentre il MacBook Pro è in stop non succede nulla di critico, e ciò è buono. L’unico inconveniente è che quando lo risveglio lui rileva il monitor, ma perde completamente ogni impostazione assegnata in precedenza: mi duplica la scrivania invece di estenderla, e passa a una risoluzione inferiore sia sul monitor esterno che su quello interno. Mi tocca reimpostare, ma se non altro è meglio che dover spegnere il MacBook Pro ogni volta che devo ricollegarlo al monitor.
Io continuo a pensare sia un problema legato all’adattatore. Ma al tempo stesso non vedo l’ora che mi arrivi Snow Leopard per verificare se il comportamento cambia o meno con il nuovo gattone.
Avendo preso l’abitudine di collegare/scollegare il monitor esterno mentre il MacBook Pro dorme, e avendo molte altre cose per la testa in questo periodo, mi stavo dimenticando del problema in oggetto. Me ne sono ricordato ieri perché ho inavvertitamente connesso il monitor con il MacBook Pro acceso e puf! — spegnimento istantaneo del Mac. Un particolare a cui non ho dato sufficientemente peso nel primo messaggio è che questi spegnimenti istantanei del MacBook Pro non sono affatto benefici se, per esempio, si tengono svariate applicazioni aperte con documenti non salvati e lavori in corso. Grazie al cielo programmi come MarsEdit (che utilizzo per scrivere e pubblicare i miei articoli in tutti i blog che gestisco) hanno funzioni di autosalvataggio e ricupero a seguito di crash improvvisi, ma non sempre si ha questa fortuna. I client di posta sono più suscettibili, e ho già dovuto ricostruire caselle in Mail e Mailsmith; in un caso isolato ho anche perduto dei messaggi, fortunatamente non di primaria importanza.
Il problema rimane. Gli unici cambiamenti rispetto a due mesi fa è che ora ho installato Mac OS X 10.6.1 al posto del 10.5.8, e che finalmente le impostazioni del monitor rimangono memorizzate, quindi non devo reimpostare risoluzioni, disposizioni di scrivanie, profili di calibrazione e annessi e connessi. Ho provato a farmi cambiare l’adattatore ma, avendolo acquistato a giugno, alla FNAC mi hanno risposto picche. L’unico suggerimento utile che mi è pervenuto dalle mailing list a cui ho chiesto aiuto è stato quello di resettare il power manager del MacBook Pro, ma la cosa non ha sortito effetto alcuno. Il Mac, sottolineo, funziona egregiamente in tutto e per tutto, e non manifesta stranezze né a livello di batteria, né di alimentatore, né di contatti: le ricariche avvengono regolarmente, nei tempi consueti, senza anomalie di sorta. Per ora non posso spendere 30 Euro in un secondo adattatore video, per poi magari scoprire che il problema permane, ma non so davvero da che cosa possa dipendere questa anomalia.
Sicurezza portatile
Fra le discussioni più recenti nella mailing list di MisterAkko ve n’è una che riguarda la sincronizzazione dei file e l’utilizzo di servizi di sincronizzazione/condivisione come Dropbox e SugarSync (oltre a iDisk, servizio compreso nel pacchetto MobileMe). Fabio, che ha lanciato il tema, chiede se ci si fida di sistemi come questi, e se si è disposti ad affidare le proprie password e in generale i propri dati sensibili. Come spesso accade, chi risponde porta esempi personali e (se tutto va bene) la discussione si espande e si fa interessante.
Io sono un felice utilizzatore di Dropbox e non posso parlarne che bene. Tengo sincronizzati una serie di file e cartelle su cinque Mac e un iPhone. Da quando hanno lanciato l’applicazione gratuita per iPhone le cose sono davvero migliorate per me perché, fra le altre cose, posso tenere nella cartella condivisa alcuni file PDF con gli orari e i percorsi delle linee di autobus e metro di Valencia, e consultarli su iPhone quando sono fuori sede.
Nella discussione in lista sono venuti fuori alcuni metodi per la conservazione di password e dati sensibili. C’è chi si scrive le password su un foglietto da tenere nel portafoglio, c’è chi adopera e consiglia la classica chiavetta USB (magari più d’una, visto che è sempre più facile perdere questi oggetti che vengono costantemente miniaturizzati), c’è chi ha trovato molto efficace l’utilizzo di 1Password in combinazione con Dropbox.
Nelle mie esperienze dirette con altri utenti (Mac ma non solo), in genere saltano fuori due profili che stanno reciprocamente agli antipodi: da una parte l’utente facilone, distratto, senza backup recenti e che scrive password di login su post-it che appiccica al monitor (lo giuro, esistono ancora queste persone); dall’altra l’utente paranoico, con backup multipli, ridondanti e disseminati in più di un luogo, password su file cifrati salvati dentro immagini disco cifrate o partizioni fisiche cifrate, al punto che uno si chiede Ma cosa avrà mai da proteggere?
È chiaro che per l’utente paranoico qualsiasi soluzione meno paranoica sarà inefficace. In quest’ambito il giusto mezzo è difficile da trovare, e credo che non sia tanto una questione di strumenti usati per la sicurezza dei propri dati, quanto una questione di atteggiamento.
Il mio approccio era e rimane tuttora quello descritto in Strategie di backup. Sulla scia di quell’articolo mi sento di dire che, a mio avviso, l’atteggiamento più sano nei confronti della sicurezza digitale personale deriva essenzialmente:
- dall’importanza dei dati stessi: è essenziale saper distinguere nella maniera più autocritica possibile quel che è da considerarsi ‘vitale’, ‘insostituibile’, e raffinare le tecniche di backup/protezione di conseguenza;
- dalle probabilità reali che tali dati possano venire compromessi: sia a livello di integrità fisica degli stessi (se ne conserva un’unica copia su un vecchio disco rigido? se ne conserva un’unica copia su una chiavetta USB che non mettiamo mai nello stesso posto? Meglio provvedere), sia a livello di protezione dagli altri (chi può avere interesse a trafugare le mie password e certi file sensibili?)
In altre parole, se distinguiamo la sicurezza in due filoni principali — salvaguardia dei dati stessi e protezione dall’intercettazione di quei dati da parte di altre persone — le due domande da porsi sono rispettivamente 1) Quanto sono importanti questi dati per me? 2) Quanto sono importanti questi dati per gli altri? Le strategie di sicurezza si costruiranno rispondendo ai due quesiti e si differenzieranno a seconda di chi siamo, che vita facciamo, che lavoro eseguiamo, quanti e quali dati maneggiamo, e così via. Per quanto mi riguarda, vale sempre un concetto esposto nel mio articolo sulle strategie di backup:
Per me la sicurezza non significa sviluppare la strategia di backup più paranoica e ridondante possibile; se mai significa, forse paradossalmente, dipendere il meno possibile dai backup. Ovvero ridurre al minimo indispensabile la quantità di dati essenziali da conservare. Che oggi vuol dire renderla il più gestibile possibile.
Ovviamente argomenti come questo non sono mai semplici, e lungi da me il suonare semplicistico. Ma il buonsenso mi pare sempre un ottimo punto di partenza. Esempi sparsi:
1. Ad alcuni l’idea di scrivere le password personali più importanti su un foglio di carta e conservarlo gelosamente nel portafoglio sembra un’idiozia, ma oltre a essere consigliato da Bruce Schneier, uno dei maggiori esperti in sicurezza in circolazione, è un sistema più sicuro del farne una copia digitale in un file di testo e conservarlo in una chiavetta USB — per una semplice questione probabilistica: è più probabile smarrire la piccola chiavetta che non il portafoglio; analogamente è più facile che il portafoglio sia sempre con voi (e così le password), ed è più probabile dimenticarsi a casa la chiavetta.
Quindi, se la caratteristica principale che devono avere i dati sensibili è “stare con me ovunque, essere immediatamente reperibili”, il foglietto di carta può avere un certo vantaggio sul pendrive USB. Ma se l’idea dell’usare carta e penna sembra antidiluviana e fragile, allora di certo un servizio come Dropbox è migliore di una chiavetta USB, in quanto le informazioni trasferite sui server di Dropbox sono immediatamente disponibili su qualunque computer possa collegarsi a Internet (questo per la sincronizzazione e l’accesso da una macchina su cui non è installato il software Dropbox; perché per il resto Dropbox crea una copia locale dei file). E naturalmente si possono consultare anche da iPhone.
2. La criptatura dei dati è sicuramente una misura di sicurezza efficace, ma anche in questo caso il farne uso dipende da ciò che si vuole proteggere e dall’usabilità di questi dati se dovessero finire nelle mani sbagliate. Una serie di informazioni assolutamente slegate fra loro, da cui solo il legittimo proprietario può cavare qualcosa, si possono benissimo lasciare in chiaro. Nella mia esperienza ho visto utenti chiusi fuori dalle loro stesse misure di sicurezza, vuoi per un malfunzionamento hardware del dispositivo (copia e criptatura dei dati eseguita con successo ma un settore avariato del disco non ha permesso la conseguente decodifica), vuoi perché l’utente stesso ha fatto pasticci non conoscendo bene il software per la criptatura e poi non sa come venirne a capo (sì, lo so, sono tutti software piuttosto semplici, ma non completamente a prova di idiota, ahimé).
Allo stesso tempo mi è capitato giusto una settimana fa di trovare una chiavetta USB per terra, vicino al Politecnico di Valencia. Ho provato ad analizzarne i contenuti, più che altro per vedere se c’era la possibilità di risalire in qualche modo al proprietario. C’erano dei file PDF di dispense di architettura, qualche foto di edifici e modellini, e poi varie cartelle con file Word temporanei e/o corrotti, più una cartella contenente un file di testo con una serie di password e codici; da quel che ho capito, uno di questi codici serviva ad accedere al conto corrente online di questo tizio o tizia. Pessima sicurezza? Beh, sì, ma per aver smarrito la chiavetta, non per aver lasciato quei codici in chiaro — perché se non conosco il nome della persona, né quale sia la sua banca, né tantomeno il suo codice cliente, io di quella password o codice d’accesso non so che farmene.
3. La privacy è importante, ma non a scapito del buonsenso. Con il recente boom dei servizi remoti, spesso riuniti sotto la generica denominazione cloud computing, spessissimo assisto a gente preoccupata per la riservatezza dei dati che affidano a compagnie come Dropbox, Google, Amazon, ecc. Ogni tanto risalta fuori il discorso Gmail e Google come Grande Fratello orwelliano che può leggere la nostra posta e le nostre informazioni personali. Ha più senso preoccuparsi dell’integrità di quei dati, non che qualcuno li legga. Gli account Gmail attivi al momento saranno milioni, la quantità di informazioni che circolano su quegli account sarà dell’ordine delle centinaia di gigabyte. Dubito fortemente che vi sia qualcuno in Google che si prende la briga di aprire la nostra posta. Quel che dovrebbe preoccupare maggiormente è l’integrità di quelle informazioni, perché Google, semplicemente, non la garantisce. Se abbiamo uno o più account Gmail ai quali arrivano allegati importanti, farne sempre alcune copie in locale e metterli al sicuro, invece di preoccuparsi di fantomatiche eminenze grigie che potrebbero intercettarli.
Questi ovviamente sono solo alcuni spunti. Il discorso è complesso e ha molte facce e punti prospettici da cui osservare. Possiamo certamente estenderlo nei commenti.




